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Katéchon

[…] C’è, nella Bibbia, un “personaggio”, molto particolare, strettamente legato alla realizzazione di questi “ultimi tempi”, che ha attirato, recentemente, la mia attenzione: il katéchon. Mi sembra di sentirvi: “il kate …chi?”, il katéchon, ovvero: colui o ciò, che impedisce l’avvento dell’anticristo e con questo la conseguente parusia. Non è chiaro se si parli di qualcuno o di qualcosa perché il termine greco viene usato sia nella forma neutra e significa: “l’impedimento” ma anche quale participio maschile che significa: “chi trattiene” (ndr: chi trattiene l’anticristo).

Il katéchon appare solo in una occasione in tutta la Scrittura, nella seconda lettera ai Tessalonicesi, al capitolo due, ed è legato indissolubilmente alla parusia, perché la venuta di Gesù non avverrà finché l’anticristo non abbia manifestato pienamente tutta la sua potenza e il katéchon impedisce, trattiene, questa manifestazione. La cosa particolarmente strana è che appare in un breve capitolo, solo tredici versetti, di una breve lettera, lunga solo tre capitoli, che sembra più una precisazione di Paolo ai Tessalonicesi che non una vera e propria catechesi. In altri termini, ai nostri tempi sarebbe un “tweet”, certamente non un post su un blog. Non mi inoltro in esegesi personali perché sarebbero comunque quelle di un’incompetente, quale io sono. Mi limito a dire che quel passaggio di quella lettera, il capitolo secondo, è uno dei più criptici di tutto il Nuovo Testamento, nonostante la sua brevità.

Infatti è anche uno dei meno commentati, nel corso di due millenni di esegesi cristiana della Sacra Scrittura. È sufficiente dire che Sant’Agostino, una delle colonne portanti della nostra teologia, che ha prodotto una quantità incredibile di scritti, commentando quasi tutta la S. Scrittura in dettaglio e con straordinaria profondità, di questo enigmatico capitolo e del mistero del katéchon fa, solo, un breve e, a mio avviso, poco efficace, commento. Arrivando addirittura ad affermare: «…io davvero confesso che ignoro ciò che intendeva dire (ndr: San Paolo)» (De civitate Dei – libro XX – cap. 19, 1-3).

Altri commentatori antichi, da Ireneo di Lione a Giovanni Crisostomo, sono stati tutti concordi nell’indicare nel katéchon l’Impero Romano ed, in particolare, il potere temporale esercitato dai suoi rappresentanti in Palestina. Giustificando, così, la citazione criptica di Paolo con la necessità di non criticare apertamente l’impero. Anche perché è vero che i giudei furono trattenuti dall’odio contro la chiesa nascente dall’autorità di Roma. Nel periodo in cui Paolo scrisse la lettera in questione cioè tra il 42 e il 62 d.C., l’amministrazione romana aveva riportato la calma, in Palestina, dopo le violente persecuzioni nelle quali furono uccisi Stefano, Giacomo e arrestato Pietro.

Nel corso dei secoli successivi, altri si sono cimentati, tra questi anche Calvino, e hanno dato interpretazioni diverse, indicando, di volta in volta, nel Papa o nella Chiesa o nella fede il katéchon. Quest’ultima interpretazione mi convince abbastanza, anche perché è logica. Infatti, se la manifestazione dell’anticristo avverrà dopo l’apostasia di massa, vuol dire che ci sarà poca fede. Questo coincide, tra l’altro, con l’affermazione di Gesù: «…ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8b).

[…] Resta il fatto che questo capitolo due della seconda ai Tessalonicesi, che vi invito a leggere attentamente – 2Ts cap. 2 -, è uno dei passi più ardui della Bibbia. Ma tant’è: è Parola di Dio. Il testo sacro non è un Bignami che raccoglie informazioni e ciò che resta, il ”pensiero”, è da lasciarsi ai volonterosi. A sollecitare la mia attenzione e spero anche la vostra, ha contributo il momento che stiamo vivendo. Crisi esistenziale, crisi di fede, crisi dell’umanità che non è più in grado di definire neanche chi è o meglio, cos’è: uomo, donna, trans, bisex… “animal-house”.

Questo induce a pensieri non tanto di carattere catastrofico, che vanno bene per un romanzo, ma a seguire l’ispirazione di Paolo riguardo la “venuta del Signore” (2Ts 2,1) e sulla nostra “riunione con lui” (2Ts 2,1). Sia ben chiaro non voglio fare profezie da pseudo veggente-indovino. [...] A me interessa, perché fondamento della mia fede, la mia convocazione davanti al Signore nostro Gesù Cristo. La sua venuta, quando verrà aperto il libro della vita e sarà emesso il giudizio definitivo. Quella è convocazione perenne, inesorabile. I Tessalonicesi vivevano, apprensivi, la venuta di Gesù quale incombente. A torto, perché Paolo non l’aveva mai presentata imminente. Ma si sa: il fascino dell’ignoto, soprattutto se annunziato come giudizio universale, è sempre intrigante.

Al contrario degli abitanti dell’allora Tessalonica, oggi Salonicco, noi, che siamo appena entrati nel terzo millennio, non ce ne diamo troppo pensiero, nonostante gli evidenti segni che ci circondano. Semmai, siamo talmente abituati agli stordimenti dei riti della nostra società global-mediatico-consumista, che non diamo più spazio a preparare la convocazione davanti a Gesù, Signore della storia. Molti battezzati, che magari si affrettano a dirsi credenti, hanno perso la tensione verso ciò che più conta. Si va e si viene, si vende e si compra, si gioisce e si piange, si ama e si ripudia, senza più nessun riferimento a Cristo.

Nella prima lettera, Paolo esortava i tessalonicesi con parole che richiamavano il Vangelo: «voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: ‘Pace e sicurezza’, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri» (1 Ts 5, 2-6).

L’esortazione vale anche per noi. Siamo chiamati a leggere, tra le righe delle cronache quotidiane, la presenza del demonio, i tratti di quel “mistero dell’iniquità già in atto” (2Ts 2, 7), a ravvisare quali siano le manovre del misterioso “figlio della perdizione che si innalza sopra ogni essere che viene detto Dio” (2Ts 2, 4). [...]

Ai figli della luce che dovrebbero essere i credenti in Cristo, cioè i cristiani, Paolo indica, quale segno che prelude la venuta del Signore – naturalmente nei tempi lunghi che solo Dio conosce – l’apostasia. Che dite ci siamo o no? Certificati di battesimo buttati nel cestino, quando si tratta di agire secondo i criteri di Dio e non degli uomini. Coppie che hanno messo su “casa” nel nome del Signore, e poi l’hanno prontamente scordato quando questo impegno chiedeva fedeltà a tutta prova: più facile la via larga della legislazione corrente, più laica.

«Portenti, segni e prodigi menzogneri» (2Ts 2,9) non sembrano venire da “clonatori & co.”, duplicatori (da copia-incolla) di vita, che si spacciano, invece, per creatori di vita? Non intendo, con questo, demonizzare ciò che è del nostro tempo, ciò che in qualche modo interpreta quell’essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, che abilita a perseguire anche la verità scientifica, psicologica, sociale ma una cosa è essere a immagine di Dio altra cosa è: “sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2Ts 2, 4).

Dall’esortazione di Paolo ricavo, per me e spero anche per voi, che i figli di Dio sono gente che dovrebbe stare sempre in allerta. Di fronte alle vicende quotidiane, la nostra, del cristiano, elezione a “profeti” (ereditata con i sacramenti dell’iniziazione: il battesimo, la comunione e la cresima) va esercitata, senza se e senza ma: “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4, 2).  

[...] Come si dice: “finche c’è vita c’è speranza” …dopo, i giochi saranno chiusi per sempre: o pecora o capro, o grano o zizzania, o pesce buono o pesce cattivo. [...]

Nicola Peirce

 

(PAPALEPAPALE.com)

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