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Pawel Tarnowski e il significato nascosto...

Una notte di mezz'agosto stette in piedi su un ponte sopra la Vistola, sporgendosi verso l'acqua, ma senza la volontà di gettarvisi se ne trasse indietro. Tornò a Casa Sofia con le gambe che gli tremavano e sedette al buio dell'ingresso. Dopo alcune ore di angoscia silenziosa, cominciò ad anelare una pausa, persino momentanea, dalla disperazione. Prese in considerazione i suggerimenti dei suoi fratelli: più di una volta gli avevano detto che avrebbe dovuto compiere un pellegrinaggio al santuario della Madre di Dio a Czestochowa, e lui ne capiva il perché; puntavano su un miracolo di trasformazione che li liberasse dalla loro preoccupazione cronica per quell'ombra di fratello. Volevano che “Dio” lo aggiustasse.

Naturalmente non provava alcun impulso ad incoraggiare tale loro preoccupazione superficiale, ma in fin dei conti un cambio di scenario non era irragionevole, anche solo come fuga dai loro rimproveri così piene di buone intenzioni, dalle sopracciglie corrugate, dai loro reiterati “povero Pawel” e dalla loro stucchevole ansietà, che non faceva altro che sottolineare il suo senso di fallimento. […] 

Considerò per settimane il viaggio a Czestochowa, così come un altro, più rapido: i cimiteri erano vicini, pieni del loro realismo; la vita era breve, la vita era assurda, la vita era carnivora, anzi, onnivora. Sebbene in passato avesse avuto modo di osservare le curiose svolte e gli sviluppi del destino, accorgendosi di come, alle volte, la vita gettasse sorprese sulle spiagge dei suoi mari sempre tempestosi – relitti di naufragi, conchiglie vuote e altre vite marine di stupefacente bellezza – tuttavia queste eccezioni confermavano la regola.

La vita era pericolosa e sempre fatale. 

Eppure bisognava ammetterlo: uno non doveva scartare la possibilità che nelle sorprese si celasse un qualche significato nascosto, pensiero che restava ovviamente possibile solo in una pausa tra il montare delle onde. 

Così, secondo tale ragionamento, prese il treno per Czestochowa, nonostante la propria ragionevole certezza che Dio non esistesse e nonostante la convinzione che, qualora esistesse, questi non sarebbe stato di alcun aiuto per un relitto umano come Pawel Tarnowski.

Al monastero di Jasna Gora compì gli atti di fede che rammentava dall'infanzia, ossia i gesti fisici: si ingionocchiava e levava in piedi ai momenti opportuni. Compì le azioni che adesso riteneva solo artefatti culturali ma che non riusciva ad abbandonare del tutto, quantomeno per rispetto di coloro che ancora ci credevano, la folla di umili pellegrini attorno a lui, intenta a fissare l'altare e le icone con fervore incondizionato.

Più tardi, quando si inginocchiò dinanzi all'icona della Madonna Nera, non provò altro che vuoto. Sollevò lo sguardo al viso di Lei, trovandolo freddo e tetro. Vide i due tagli su una guancia che per qualche ragione i monaci non avevano riparato, un'antica ferita che aveva assunto un significato storico. E allora, come per illusione ottica, l'aspetto di Lei si addolcì, ricambiando il suo sguardo con grande tenerezza. 

“Anch'io ho ricevuto dei colpi” disse Costei. “Ed una spada ha trapassato il mio cuore”. 

Colpito dall'intensità di questa conversazione immaginaria e totalmente unilaterale, si trasse bruscamente indietro, alzandosi. Erano pensieri che provenivano da lui stesso? Si, doveva essere proprio così. L'inconscio, ovviamente. In quel preciso momento un'ondata di sensazioni tornò ne l suo mondo interiore, inesplicabilmente: provava il desiderio di piangere, di gridare. Faceva un male terribile, come il sangue che cominciasse a scorrere in un arto congelato, eppure possedeva anche una forza gagliarda che prometteva il ritorno alla vita. 

E fu in questo stato che fu colpito dalla possibilità che, qualsiasi cosa gli stesse succedendo, potesse avere la propria origine oltre i recintati limiti del proprio io. 

...Barcollò fino ad un confessionale.

 

(IL LIBRAIO cap. 5 – Michael D.O'Brien)

Padre Elia Schafer

 

 

 

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