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Riti della Santa Quaresima a Roma

Vorremmo soffermarci su qualche aspetto delle cerimonie quaresimali che si svolgevano a Roma nel corso dei secoli, da quando il Papa celebrava nelle Basiliche la liturgia stazionale, prima della cattività avignonese, alla liturgia prevalentemente palatina del Rinascimento e dell’epoca moderna.

Si sa che dall’alto medioevo fino alla partenza per Avignone i Papi solevano, in alcuni giorni dell’anno, recarsi processionalmente nelle varie basiliche di Roma per celebrarvi solennemente la Messa: ci si riuniva in una chiesa, detta Colletta, per poi andare in processione ad un’altra, dove aveva luogo la cosiddetta Stazione. Durante la Quaresima tale liturgia stazionale aveva luogo tutti i giorni, ogni giorno in una chiesa diversa, dopo Nona, quando i romani smettevano di lavorare e si rompeva il digiuno. Le varie chiese dove si svolgeva la Stazione sono tuttora indicate nel Messale e hanno influenzato la composizione delle Messe proprie del tempo quaresimale.

Se prendiamo ora il rito delle Ceneri, che oggi apre la Santa Quarantena, bisognerà anzitutto osservare che anticamente anche a Roma il digiuno non cominciava in mezzo alla settimana, ma il lunedì successivo: si contavano allora trentasei giorni di digiuno effettivo (escludendo quindi le domeniche) fino a Pasqua, la decima dell’anno, come diceva lo stesso san Gregorio Magno. Tuttavia fu proprio ai tempi di san Gregorio (inizio del VII secolo) che si sentì il bisogno di arrivare a quaranta giorni di digiuno, ad imitazione del Cristo. Si aggiunse allora qualche giorno della settimana di Quinquagesima, dal mercoledì in avanti.

In quel giorno, già dal VII secolo, i penitenti si presentavano il mattino ai sacerdoti incaricati nelle varie chiese, si confessavano e se le colpe avevano carattere pubblico e grave ricevevano dal penitenziere una veste di cilicio cosparsa di cenere, con l’ordine di passare i quaranta giorni in penitenza in qualche monastero. Ne uscivano il Giovedì Santo, quando si presentavano al Papa per la solenne funzione di riconciliazione dei penitenti pubblici. Dalla remissione di tale pena hanno origine le quarantene di indulgenza che si trovano nelle varie concessioni.

Questa cerimonia però non aveva allora alcuna relazione con la Stazione che il Papa celebrava a Santa Sabina, sull’Aventino, dopo aver riunito il popolo a Sant’Anastasia da dove partiva la processione con il canto delle litanie. Tuttavia la santità che circondava le funzioni sacerdotali rendeva allora inimmaginabile che il Papa o il Clero si sottomettessero alla cerimonia delle Ceneri, vista come tipica dei pubblici peccatori.

Fu verso il secolo XI, quando la disciplina della penitenza pubblica andava cessando, che si pensò di sottoporre tutti, Papa e Clero compresi, al rito delle Ceneri, data la comune condizione di peccatori davanti a Dio. Il rito acquisiva così un significato molto più generico di pentimento. Così le Ceneri erano distribuite alla Chiesa di Sant’Anastasia, per poi partire in processione penitenziale a piedi scalzi verso Santa Sabina, dove molti Papi ebbero anche residenza fin verso il XII secolo. Il Papa poi si recava in sacrestia dove gli venivano lavati i piedi con acqua calda mista ad erbe odorose. Le ceneri erano allora benedette dall’ultimo Cardinale Prete, e date al Papa dal primo Cardinale Vescovo. Tuttavia già dal tempo di Urbano VI questi non diceva più al Papa la formula Memento homo... (“Ricordati uomo che sei polvere e polvere ritornerai”), perché il rito derivava comunque da un giudizio ecclesiastico sul penitente, la cui ombra non doveva estendersi sul Papa, che non può essere sottoposto a giudizio; ma si lasciava che ricevesse le ceneri senza proferire formule, ad indicare comunque la comune condizione umana e il comune bisogno della misericordia divina. Fu poi Bonifacio IX, nel 1389, a prescrivere che imponesse le ceneri al Papa il Cardinale che avrebbe poi cantato la Messa; e fu Paolo II, nel 1464, a cominciare l’usanza di benedire e distribuire personalmente le ceneri stesse.

Il rito delle Ceneri divenne dai tempi di Avignone in poi una cerimonia palatina, che il Papa cioè svolgeva nella Cappella interna del Palazzo dove risiedeva: la Cappella Sistina in Vaticano (almeno da quando Sisto IV ne completò la costruzione, prima esistendo un’altra cappella), e più tardi la Paolina al Palazzo del Quirinale, se i Papi si trovavano lì. Tuttavia in molte occasioni si rinnovò l’antica usanza di celebrarlo a Santa Sabina, finanche nel Settecento sotto Benedetto XIV e Clemente XIII. I Cardinali vi si recavano in vesti paonazze (violacee); alla cappella, l’altare era parato in paonazzo come anche il trono del Papa; sopra l’altare stava un arazzo raffigurante il Salvatore che predica alle folle. Il Papa scendeva in Cappella in sedia parato di manto rosso, stola paonazza e mitra di lama d’argento, e salito al trono riceveva l’obbedienza dei Cardinali, che poi indossavano i paramenti paonazzi secondo il loro ordine: piviale i Cardinali Vescovi, pianeta i Cardinali Preti, e pianeta plicata i Cardinali Diaconi. Gli altri Vescovi presenti prendevano il piviale fuori dal coro, e un suddiacono apostolico si parava in pianeta plicata come per la Messa. Il Cardinale Penitenziere, cui spettava di celebrare poi la Messa, aveva già indosso tutti i paramenti, esclusi mitra, guanti e anello.

Allora il Papa dal trono benediceva le ceneri (cavate dalle palme benedette dell’anno precedente) presentate su un piatto d’argento dorato dal detto suddiacono apostolico genuflesso. Dopo la benedizione il Suddiacono si metteva in ginocchio a destra del trono e accedeva il Cardinale Penitenziere ad imporre le ceneri in modo di croce sulla tonsura del Papa seduto in trono, senza dire parola come spiegato sopra. Il Papa prendeva allora la mitra, riceveva il gremiale di lino da un Chierico di Camera, e dava le ceneri al Cardinale Penitenziere e poi agli altri secondo il loro ordine. I Cardinali le ricevevano in piedi, baciando il ginocchio del Pontefice; i Vescovi in ginocchio, e baciando ugualmente il ginocchio; gli altri prelati baciavano il piede; se dei forestieri erano ammessi a ricevere le ceneri dalle mani del Papa, i mazzieri e la guardia nobile si schieravano ai lati del trono.

Terminata la distribuzione, il Papa si lavava le mani, adoperando anche la mollica di pane e il limone. Dopo l’ultima orazione, tutti deponevano i paramenti, riprendevano le cappe e iniziava la Messa celebrata dal Penitenziere con l’assistenza del Papa, che andava ad inginocchiarsi al faldistorio davanti all’altare anche alle orazioni e al tratto. L’introito era cantato senza contrappunto e il Kyrie in canto fermo. La predica era recitata in latino dal procuratore generale dei Teatini, e il Papa concedeva quindici anni di indulgenza. L’offertorio si cantava andante e in contrappunto, per poi cantare lentamente il mottetto Derelinquat impius del Palestrina. Mentre il diacono incensava i Cardinali, il cerimoniere che lo accompagnava comunicava loro l’orario della predica che si sarebbe tenuta in Palazzo il venerdì successivo. Alla fine della cerimonia il Papa dava la benedizione e tutti si dipartivano.

Ogni venerdì il predicatore apostolico, un cappuccino, predicava in italiano davanti al Papa, ai Cardinali e alla Corte. Nei venerdì di marzo poi tutti scendevano in San Pietro, e dopo aver visitato la cappella del Santissimo e l’immagine della Vergine nella cappella gregoriana, e aver baciato il piede alla statua di San Pietro, si rendevano all’altare papale a venerare le reliquie della Passione lì esposte. Tutte le domeniche di Quaresima poi si teneva Cappella papale con predica, e il tutto culminava nei complessi riti della Settimana Santa e nei fasti della Pasqua. Così in quel tempo il Papa e la Curia romana davano esempio di una regolare vita liturgica, e apparivano quale modello per tutto il mondo cattolico.

 

Don Mauro Tranquillo

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