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Che cos'è la carità?

Ai giorni nostri, si ha sovente un’idea distorta della carità, confusa troppo spesso con le opere di beneficenza, compiute più per filantropia e non informate da tale virtù teologale. La vera carità si fonda sulla fede e sulla grazia; è la Vita divina, Gesù vivo, che inabita l’anima in stato di grazia.

L’ho sentito dire già più di vent’anni fa: “Sì, quello convive con la sua ragazza, ma quanta carità fanno insieme: ore di volontariato, servizi ai poveri, pagano di tasca loro. Ebbene, tu non fare il moralista: quello è amico di Dio perché la carità copre anche una moltitudine di peccati”. 
Vedi, che razza di morale hanno i novatori, quelli che Romano Amerio chiama i “neoterici”, una morale “della situazione”, sempre adattabile a ogni caso della vita, senza scomodarsi troppo. Se così fosse, chi possiede in abbondanza soldi e roba, potrebbe “comperare” anche Dio e il suo Paradiso, pur vivendo nella trasgressione, perché potrebbe “fare tanta carità”.

Dunque c’è da domandarsi: “Che cos’è la carità?”. La carità vera, quella vissuta e insegnata da Gesù. Anche perché giustamente si afferma che «Dio è carità» (1Gv 4,8) e che l’essenza della vita cristiana è la carità. 

A scuola da Gesù

Andiamo a chiederlo a Gesù stesso, il nostro unico Maestro, il Maestro divino. Gli domandiamo non solo che cos’è la carità, ma che cos’è il Cristianesimo, la “via” che Egli ha indicato per andare da Lui e da Lui al Padre, per compiere il nostro destino eterno. 
Lo chiamano Maestro, e Gesù gradisce l’omaggio: «Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono» (Gv 13,18). Fin dai primi giorni, «Gesù percorreva tutte le città e le borgate, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il Vangelo del Regno» (Mt 9,35). Il suo magistero ha un tono nuovo, che lascia meravigliati, un’autorevolezza che quasi sgomenta: «Quando Gesù ebbe finiti questi discorsi, le folle stupivano del suo insegnamento, insegnava loro, infatti, come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29).

Accadono anche scene gustose, quasi come in certi films, integri poliziotti si lasciano conquistare da chi dovrebbero fermare: «Ritornarono pertanto le guardie dai gran sacerdoti e dai farisei, i quali dissero loro: “Perché non lo avete arrestato?”. Le guardie risposero: “Nessuno ha mai parlato come parla quest’uomo, Gesù di Nazareth!”» (Gv 7,43-47).  
Gesù davvero, quando parlava, non lasciava dormire. Faceva presa sulla gente. “Faceva colpo”. Che cosa insegnava Gesù Maestro, per essere tanto autorevole e affascinante? Non certo “il galateo” o l’educazione civica.

Questo che segue accadde a Nicodemo, uno dei capi, un sinedrita, un “pezzo grosso” dell’alta società di Gerusalemme, che potremmo chiamare “sua eccellenza Nicodemo”. 
Tra i farisei c’era uno chiamato Nicodemo, notabile dei Giudei. Egli si recò da Gesù di notte, e gli disse: «Maestro, noi sappiamo che tu sei venuto da parte di Dio come maestro; nessuno può fare i miracoli che fai tu se Dio non è con lui». Gesù sorvola sulle discussioni e cade subito sull’essenziale: «In verità, in verità ti dico: nessuno può vedere il Regno di Dio, se non nasce di nuovo». Il dottor Nicodemo rilancia un altro tema di bella discussione: se si possa o non si possa nascere una seconda volta. Gesù non lo lascia proseguire e ritorna al punto decisivo: «In verità, in verità ti dico: nessuno, se non nasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,1-5).

Attenzione, amici: Gesù chiede sempre di credere in Lui: l’Uomo-Dio, il Figlio di Dio, l’unico Maestro, l’unico Salvatore; credere in Lui e a quanto viene da Lui: la sua dottrina, la sua legge, la Chiesa... Ecco: questa è la Fede. A chi crede in Lui, Gesù assicura e comunica «una rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo», una vita nuova, la sua stessa vita divina, che sarà ancora Lui a meritarci, con il perdono dei peccati, sulla croce, e a trasmetterci mediante il Battesimo, la Confessione, l’Eucaristia, gli altri Sacramenti.

La sostanza, dunque è questa: Fede e Grazia. La sostanza del Cristianesimo eterno, la sostanza del soprannaturale disceso con Gesù tra noi.

La scena si rinnova nello stupendo incontro di Gesù con la Samaritana. Giunge, dunque, a una città della Samaria, chiamata Sichar. Lì c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù stava con semplicità seduto sul pozzo. Era circa mezzogiorno. Arriva una donna ad attingere acqua. Gesù le dice: «Dammi da bere...». La donna samaritana gli risponde: «Come mai tu che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?». I Giudei infatti non sono in buoni rapporti con i Samaritani. La donna ha voglia di discutere, ma Gesù la riporta all’essenziale: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato acqua viva». La donna ancora una volta divaga con la storia del pozzo che è profondo e che lui non ha nulla per attingere. Gesù ritorna deciso all’essenziale: «Chiunque beve quest’acqua avrà ancora sete ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno: l’acqua che io gli darò diverrà in lui sorgente di acqua che zampilla fino alla vita eterna» (cf Gv 4,5-14).

Ecco, siamo di nuovo alla sostanza del Cristianesimo: Fede e Grazia. Gesù chiede alla donna di Samaria di credere in Lui, il Figlio, l’inviato di Dio, e gli promette il dono dell’acqua viva, la Grazia che santifica, la vita nuova in Lui, l’essere nuovo, l’elevazione ontologica dell’essere umano alla Vita stessa di Dio.

Possiamo leggere e rileggere i Vangeli da capo a fondo, ma troveremo a ogni pagina che Gesù conserva e manifesta di continuo il suo stile di Maestro. Parte da cose comuni, visibili, palpabili, e sale con volo d’aquila alle Verità essenziali, alle Realtà soprannaturali ed eterne. 
Il vertice del suo Magistero, il punto più alto della sua Rivelazione, Gesù lo manifesterà al discorso d’addio, o meglio di “arrivederci” nell’Ultima Cena, la sera prima del suo patire, quando dirà: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Questa Vita nuova, Vita divina, è la dimora di Gesù vivo, e con Lui del Padre e dello Spirito Santo, nell’anima che ha aderito alla sua Persona divina. Gesù dirà ancora, in preghiera, al Padre: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola perché il mondo creda che tu mi hai mandato... Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 17,21-23). La “novità di vita” è dunque essere una cosa sola con Gesù, con la Trinità Santissima, la Vita in Dio.

Questa è la carità

Alla scuola di Gesù, siamo stati affascinati, illuminati, introdotti fino al suo intimo più profondo, fino al suo Cuore e al Cuore di Dio. Alla scuola di Gesù apprendiamo che la carità, così come Lui l’intende e ce la dona, è null’altro che la sua Vita divina, la Grazia santificante, Lui stesso vivo in noi, la Vita trinitaria di Dio nella nostra vita. 
Questa è la “carità”, come somma virtù teologale. Questa è la fede che si espande nella carità: Gesù vivo, il divino Vivente in noi, che ci abilita ad amare Dio e i fratelli, così come Lui li ama, con il suo essere stesso e il suo stile: la vita offerta come dono d’amore.

Succede dunque che “i novatori”, i “neoterici” hanno torto marcio quando intendono la carità come ricerca degli ultimi, come servizio ai poveri, come volontariato, con la pretesa che questo copre una moltitudine di peccati del “libero amore”, del matrimonio profanato, di famiglie distrutte dall’egoismo, di innocenti creature private del loro genitori veri in “famiglie allargate”, così come si usa dire. Queste cose tanto diffuse nel mondo d’oggi, non solo sono peccato grave, ma sono “stato, condizione di peccato”. Sono rottura della carità, sono negazione della carità, così come la intende Gesù, il divino Maestro. Sono demolizione della vita della Grazia santificante in noi, sono stato di rottura con Dio. La carità, la vita divina della Grazia, non può esistere con lo stato di peccato grave e mortale.

Non è lecito a nessuno, fosse anche vescovo, affermare: “Il tale fratello convive con una donna, ma che carità grande ha e Dio lo salverà”. Chi convive o compie cose simili, ha rotto la carità, ha spezzato lo stato di grazia con Dio. Per essere gradito a Dio e salvarsi l’anima, non è lecito cambiare morale; occorre cambiare vita, convertirsi, ripristinare la vita divina nel pentimento, nel ritrovare la giusta via, nella riparazione, nella Confessione e nel proposito fermo di perseverare secondo Gesù Cristo.

Una volta era chiaro, anche ai semplici. Ora abbiamo confuso le carte con i nostri sofismi, negando l’obbedienza e il culto a Dio, per piacere all’uomo, per “piacerci” tra noi. 
Che dire allora dello stupendo inno alla carità che san Paolo apostolo innalza nella sua prima lettera ai Corinzi (13,1-13)? Leggiamola: «Se anche parlassi le lingue degli angeli e degli uomini, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna [...] E se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova», con quel che segue. 
Questa pagina bellissima, per essere capita nella sua pienezza, va letta così: “Se anche parlassi tutte le lingue... ma non avessi la vita della Grazia divina, il Cristo in me, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna... e se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri (quindi il massimo del volontariato) e dessi il mio corpo per essere bruciato (se morissi per una nobile causa) ma non avessi la vita della Grazia divina, il Cristo in me, niente, proprio niente mi giova”.

Ed è proprio questa carità, questa vita della Grazia, il Cristo vivo in me che, mentre tutto verrà meno, essendo più grande di tutto, rimarrà in eterno. Mio Dio, in eterno saremo uniti, in eterno ci ameremo.

 

Paolo Risso (da Il settimanale di Padre Pio)

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