Home / Approfondimenti / L'aborto / L'aborto i casi limite

L'aborto i casi limite

Una donna irlandese di origini indiane, Savita Halappanavar, è morta dopo che i dottori le hanno negato un aborto alla 17esima settimana di gravidanza. La donna avrebbe chiesto più volte ai medici di procedere all’aborto perché avvertiva dei fortissimi dolori alla schiena e la sopravvivenza del nascituro era comunque a rischio.

I familiari della giovane hanno riferito che l’equipe medica si è rifiutata di intervenire a danno del bambino perché ancora vivo e in Irlanda l’aborto è illegale, ad eccezione dei casi in cui vi è un reale pericolo di vita per la madre. Il bambino è stato rimosso dal ventre della madre solamente dopo che il cuoricino aveva smesso di battere e Savita è morta di setticemia una settimana dopo. 

Il caso irlandese ha suscitato, com’era ampiamente prevedibile, molte polemiche e si sono accusati i medici che si ispirano ai principi della morale naturale di preferire sempre la vita del bambino a quella della madre, ponendo in atto una sorta di discriminazione.

In effetti, la Chiesa insegna che l’aborto diretto, ossia la soppressione volontaria del bambino nel grembo materno, non è mai consentito anche in caso di pericolo di vita per la madre. Nondimeno, è moralmente lecito effettuare degli interventi medici tesi alla cura della gestante, seppur essi possono causare, in via indiretta, la morte del nascituro.

A titolo di esempio, citiamo la cosiddetta gravidanza extrauterina che si verifica quando l’embrione o il feto non sono nel loro posto naturale. Nelle gravidanze extrauterine in genere il concepito resta nelle ovaie o, soprattutto, nelle tube ed in tali ubicazioni il suo sviluppo resta impedito, talvolta con grave rischio per la vita della madre. Una delle metodiche possibili consiste in un intervento chirurgico di asportazione dell’ovaia in cui la morte del bambino è prevista ma non voluta. Tuttavia, anche l’aborto indiretto deve essere, se possibile, scrupolosamente evitato e può divenire lecito solo di fronte ad una causa proporzionata. 

Dunque, la questione morale, seppur complessa nella sua concreta applicazione, è molto chiara e il comportamento dei medici irlandesi è da ritenersi esemplare, dal momento che si sono rifiutati di uccidere una creatura di cui si poteva ancora percepire il battito cardiaco; si potrebbero sollevare delle legittime obiezioni nell’eventualità non fosse stato fatto il possibile per salvare la vita della sfortunata ragazza, ma questo, evidentemente, è un altro discorso.
Ad ogni modo, è fuorviante mettere in contrapposizione la vita del bambino con quella della madre, come se la Chiesa imponesse sic et simpliciter il sacrificio di quest’ultima. In realtà, proprio qualora la Chiesa proclamasse lecito, seppur in taluni ristrettissimi casi, l’aborto diretto, porrebbe in atto un’autentica quanto ingiustificata discriminazione.

L’imperativo morale è salvaguardare la vita di entrambi nella misura in cui ciò è possibile. 
Pertanto, nei casi estremi, sempre più rari dato il progredire della scienza medica, in cui la morte della donna è conseguente ad un mancato aborto, essa è da ritenersi sempre accidentale e mai voluta, mentre si verifica esattamente il contrario quando il bambino viene sacrificato in nome della sopravvivenza della madre o, molto più frequentemente, dello pseudo diritto all’autodeterminazione.

Gli abortisti obiettano che la vita (o la salute psicofisica) di una persona adulta è più importante di quella del bambino non nato, dal momento che quest’ultimo non ha una storia personale alle spalle né dei congiunti che hanno bisogno di lui. In realtà, tale obiezione è facilmente confutabile: proprio il fatto che una creatura abbia tutta una vita davanti a sé rende la sua morte ancora più drammatica; infatti, la scomparsa di un figlio, specie se molto piccolo, costituisce per il genitore e per la società nel suo complesso una delle prove più difficili da affrontare ed accettare, soprattutto se si ha una concezione dell’esistenza atea, materialista e priva di riferimenti al trascendente, come la maggior parte di coloro che si stracciano le vesti per la morte di Savita.

C’è anche un altro motivo per cui la vita di un bambino non nato è da difendere con estrema determinazione: sappiamo con la certezza che ci deriva dalla fede e dall’uso retto della ragione che la vita spirituale è ben più importante della vita materiale. Ciascuna creatura umana, infatti, è destinata alla Vita eterna e alla fine dei suoi giorni terreni riceverà il premio della salvezza o il castigo della dannazione. La sana dottrina insegna che senza Battesimo non v’è salvezza e che i bambini non nati, non potendo accedere alle tre forme di Battesimo possibili (il Battesimo di acqua, di sangue e di desiderio), sono destinati a finire nel Limbo. Da ciò logicamente se ne deduce che la vita spirituale del feto ha la priorità su quella materiale della madre, come sosteneva sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Inoltre, la salvaguardia del più debole ed indifeso è, o meglio dovrebbe essere, uno dei capisaldi di una società che vuole essere definita civile. Purtroppo, invece, gli attacchi alla vita innocente sono sempre più numerosi così come le categorie umane sottoposte a tali attacchi: bambini, anziani, handicappati, malati, comatosi, ecc. 
Nulla di strano, dunque, che la coraggiosa resistenza a legalizzare l’aborto sollevi l’indignazione sia degli abortisti irlandesi che di quelli nostrani, i quali si prodigano nello sfruttare i cosiddetti casi limite per generare paura e confusione in un’opinione pubblica priva di riferimenti etici e morali certi. 

Solamente portando avanti tutti gli argomenti di ragione e di fede che si oppongono all’abominio del delitto di aborto è possibile contrastare efficacemente quella cultura di morte che trae forza vitale dalla menzogna sistematica e dalla soggiacente mancanza di coerenza e di logica. 

 

Alfredo De Matteo (dalla rivista IL SETTIMANALE DI PADRE PIO)

Share |