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La questione SP in Lombardia e i vescovi iscarioti

Potrebbe anche darsi che, con l’arrivo del cardinale Angelo Scola a Milano, l’aria cominci a cambiare. Ma bisognerà avere molta pazienza prima che “Quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello, così splendido, così in pace” torni limpido e terso come lo vedeva Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. Nella regione ecclesiastica lombarda, che da sempre funziona a trazione milanese, la situazione non pare certo propizia al ritorno della giusta dose di cattolica romanità. Quanto meno fino a quando sul soglio di Pietro sieda un Vicario di Cristo non gradito agli orfani del martinismo.

La spia della gravità, come accade sotto il pontificato di Benedetto XVI, si accende sul rosso quando si affronta la questione liturgica e quella pietra d’inciampo che è il Motu Proprio Summorum Pontificum con cui il Santo Padre ha liberalizzato la cosiddetta Messa in latino. Un ritorno alla tradizione che in casa progressista non va proprio giù. E non è che se ne parli e se ne sparli solo nelle sacrestie, nei bar degli oratori o in qualche consiglio pastorale un po’ disinvolto. Se ne parla e se ne sparla in sede ufficiale, come risulta dal Verbale della “Consulta Liturgica Regionale Lombarda” del 23 marzo 2011, regnante il cardinale Dionigi Tettamanzi. Sotto la supervisione del vescovo delegato per la liturgia, ogni rappresentante diocesano illustra la situazione di competenza e chiude con le considerazioni sul famigerato Summorum Pontifricum. Essendo anche questa consulta a trazione ambrosiana, dà fuoco alle polveri il responsabile milanese, che è anche il presidente dell’assemblea. Il verbalista riassume così: “(…) Un breve accenno al caso della Summorum Pontificum: rigurgiti di tradizionalismo liturgico si manifestano in diocesi senza destare troppe preoccupazioni”.

Se un provvedimento che il Vicario di Cristo ha voluto per il bene di tutta la Chiesa viene considerato fonte di “rigurgiti di tradizionalismo cattolico” dal presidente dell’assemblea, gli altri membri non possono essere da meno, come documenta il verbalista con impietosa concisione quando trascrive ciò che viene riferito diocesi per diocesi: “Pavia: Per quanto riguarda la Summorum Pontificum  (SP) in diocesi la cosa è sotto controllo”.

“Vigevano: Nessun caso di SP”.

“Cremona: La richiesta per la SP è stata fatta solo da una parrocchia e il tutto è sotto controllo”.

“Crema: Nessun problema riguardo la SP”.

“Bergamo: SP seguito da circa 80 persone in una chiesa messa a disposizione dal vescovo, la cosa è sotto controllo”.

Proprio così, come per un’epidemia di cui non si conoscono bene le cause, ma si temono tremendamente gli effetti, si contano i casi e si redige una statistica sperando che il contagio non si diffonda. Un caso di “SP” nella diocesi tale, qualche caso nella diocesi talaltra, ma per ora è “Tutto sotto controllo”, l’infezione cattolica innescata dal Papa viene arginata. Certo, c’è da immaginare la soddisfazione con cui il delegato di Vigevano può annunciare “nessun caso di SP” a fronte del povero collega di Bergamo che è costretto a denunciarne 80, tra l’altro giocando al ribasso perché i casi bergamaschi sono molti di più hanno già prodotto tre vocazioni legate alla Messa in rito antico, naturalmente allontanate dalla diocesi.

In casi come questo, solitamente si dice che la situazione è drammatica ma non seria. Ma qui si sta parlando della Chiesa e c’è poco da ridere e pare che troppi cattolici non si rendano conto della gravità. Eppure basta un esempio laicissimo. Basta pensare che fine farebbero quei dirigenti della Fiat che ufficialmente denunciassero il casi di “marchionnite” in azienda e organizzassero una plateale azione di disobbedienza: probabilmente, non troverebbero posto neanche alla catena di montaggio.

D’altra parte non c’è da stupirsi di quanto avviene a Milano, perché nel resto dell’orbe cattolico avviene più o meno la stessa cosa. Per rimanere all’Italia, basta pensare che, sempre in materia liturgica, la stessa Conferenza episcopale italiana ha messo ai voti la volontà del Santo Padre.

Nel 2006, Benedetto XVI aveva chiesto una modifica nella traduzione in volgare della formula di consacrazione del vino. Nella versione latina la formula recita: “Hic est enim calix sanguinis mei (…) qui pro vobis et pro multis effundetur”, ma il “pro multis”, nelle traduzioni postconciliari, è stato generalmente tradotto con “per tutti” a dispetto dell’originale derivato da testi evangelici. Ne è seguito un dibattito teologico a cui Roma ha inteso mettere fine con la richiesta di modificare le traduzioni passando da “per tutti” al corretto “Per molti”.

Gli episcopati di Ungheria e di vari Paesi dell’America latina hanno obbedito. Quello italiano, riunito ad Assisi nel 2010 ha preferito votare. Con il seguente risultato: 187 votanti, 1 scheda bianca, 171 voti a favore del mantenimento del “per tutti"”, 4 per l’introduzione di "per la moltitudine", 11 a favore del “per molti” chiesto da Roma.

Forse non è solo il “cielo di Lombardia” che deve tornare più terso, più azzurro, più cattolico.  

 

Alessandro Gnocchi - Mario Palmaro - (dal quotidiano Libero, articolo in versione integrale) 

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