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Separare la femminilità dalla maternità è violenza

Uno dei cavalli di battaglia del movimento di liberazione della donna è lo sforzo di separare concettualmente e culturalmente l’idea di donna da quella di madre. Potremmo, anzi, affermare che questa è, in estrema sintesi, l’essenza stessa della sua ideologia. Tale movimento giustifica questa battaglia con l’affermazione che identificare la donna con il suo ruolo di madre sia stato e sia il principale strumento per opprimere l’«altra metà del Cielo», secondo la celebre espressione di Mao Tse-Tung. Da ciò sono conseguite le lotte a favore dell’educazione sessuale (intesa come manuale pratico di contraccezione), della diffusione, quando non l’imposizione, dei vari metodi anticoncezionali ed a favore dell’aborto, identificato come apice della liberazione femminile e del dominio della donna sul proprio corpo.

È proprio partendo da quest’ultima affermazione che si può dimostrare come il movimento di liberazione della donna, lungi dal difenderla, sia il più violento, oscurantista e fanatico movimento contro la donna stessa, in quanto non comprendendo che cosa ella sia, vuole, con la violenza, imporle una natura che non è la sua.

L’uomo (inteso come essere umano) è, biologicamente parlando, un mammifero e, come tale, ha una fortissima caratterizzazione e differenziazione sessuale. L’uomo e la donna sono diversi e complementari, ma la loro complementarietà dipende e consegue rispetto alla loro differenza. Come per tutti i mammiferi (ricordiamo che il termine stesso deriva da mammella e, quindi, dall’allattamento), anche nell’uomo la generazione e la cura della prole è, massimamente nella fase iniziale della vita prerogativa della femmina. La specialità umana, rispetto a tutti gli altri mammiferi, non consiste, come vorrebbero ideologicamente le femministe, in una attenuazione di questo specialissimo ed indissolubile legame tra maternità e femminilità ma, al contrario, in un suo ulteriore rafforzamento ed in una sua sublimazione spirituale: la donna non è  solamente madre in senso biologico, come le femmine di tutti gli altri mammiferi, ma lo è, anche e soprattutto, in senso spirituale ed educativo. La maternità è il fine naturale più ovvio e profondo per la donna in quanto tale, tanto è vero che l’atteggiamento, l’approccio e la disposizione mentale materni sono la più evidente ed alta caratteristica della femminilità umana. Tutto questo, ovviamente, non può essere inteso in senso unicamente biologico, poiché la persona umana non è unicamente materia. Poiché l’essere umano è, come diceva Aristotele, sinolo di anima e corpo, pure la maternità della donna sarà biologica e materiale, ma anche spirituale; e come l’anima deve governare il corpo, così la maternità spirituale deve essere faro di quella materiale.

Ecco che ogni tentativo di separare la femminilità dalla maternità diviene una violenza crudelissima contro ogni donna cui venga applicato. Anche in una società così intimamente ideologica e refrattaria al riconoscimento della realtà naturale, se non nella misura in cui ciò è compatibile con le proprie fisime ideologiche, le prove empiriche, più ancora che razionali, di quanto abbiamo detto sono, nella loro tragicità sempre più evidenti.

Torniamo, a titolo esemplificativo alla questione dell’aborto. Esso è stato, giustamente, definito un omicidio , in quanto il concepito, come scientificamente dimostrato, è già, a tutti gli effetti un essere umano. Ma molto più intelligentemente alcune persone lo hanno definito un omicidio-suicidio in riferimento alla donna che lo commette, poiché le tracce spirituali e, conseguentemente, anche fisiche che questo atto lascia sulla madre sono paragonabili ad una morte spirituale. La moderna scienza definisce, senza peraltro curarsi della causa, gli effetti di ciò con il termine giustamente generico ed onnicomprensivo di «sindrome post-aborto». Quando una donna acconsente a che suo figlio muoia, anziché nascere, porterà, per tutta la vita, il ricordo di quel figlio, la nostalgia per lui, in una parola il lutto per la sua morte, oltre che, ovviamente, il rimorso per averlo ucciso.

Ancora una volta la natura ci dimostra che da essa discende l’unica morale possibile, quella, appunto, naturale, e che ogni tentativo di elaborarne una alternativa conduce l’uomo nel baratro della sofferenza.

 

Carlo Maria Manetti 

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