Home / Rubriche / L'amore, il fidanzamento, il matrimonio: itinerario della felicità / Intervista a Costanza Miriano

Intervista a Costanza Miriano

“Matrimonio” e “sottomissione” sono due vocaboli ormai rimossi dal vocabolario dei tempi moderni. Superati e fuori moda, sono normalmente garanzia di un vero e proprio flop per chiunque pensi di prenderne le difese. Eppure, proprio “matrimonio” e “sottomissione” sono i due concetti cardine di un caso letterario dell’ultimo anno, Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura, di Costanza Miriano, pubblicato dall’editore Vallecchi nella coraggiosa collana Avamposti.

Laureata, brillante, colta, giornalista del Tg3, Costanza Miriano, secondo il pensiero corrente, potrebbe incarnare lo stereotipo della donna emancipata tanto cara al femminismo che, dopo le barricate e la rivoluzione, adesso pensa alla carriera. Invece, nella sua vita e nel suo modo di pensare non v’è traccia di tutto questo: se c’è qualche cosa da cui la donna si deve liberare, spiega nel suo libro, sono proprio i falsi miti del femminismo. Anzi, se la donna vuole riconquistare il proprio ruolo, deve affidarsi alla ragione, alla legge naturale e alla fede. Solo così può capire che, nel suo Dna, è inscritto il ruolo di madre e di moglie.

D – L’argomento più provocatorio del suo libro è senz’altro quello della “sottomissione”, un tema non facile da proporre alle donne di oggi. Di cosa si tratta?

R – La “sottomissione” è un atteggiamento di accoglienza e disponibilità, di morbidezza, di desiderio di accogliere le indicazioni dell’uomo senza per forza volerlo cambiare. Si tratta della capacità di stare sotto, quindi di sorreggere il marito e i figli, di essere il perno della famiglia. Non è una condanna della donna, ma la sua piena valorizzazione. La donna è fatta per questo, il suo genio è nella relazione, nell’avvicinare le persone e nel metterle a proprio agio, nel valorizzare i talenti e nell’essere caritatevole con le debolezze. L’uomo, invece, ha la capacità di guidare, di guardare dritto avanti a sé, di portare la famiglia in luoghi sicuri, di provvedervi, di risolvere problemi. Sono due talenti complementari ed entrambi ricchissimi. Quando l’uomo e la donna lavorano mettendo davvero insieme tutto sono immagine della Trinità divina, tre persone in una sola.

D - Cosa significa che la donna è stata creata per “accogliere” il prossimo? 

R - Io penso che la spiegazione sia sotto gli occhi di tutti. E’ così, lo dice anche la nostra conformazione fisica, il fatto che accogliamo i bambini nella pancia e anche nella nostra mente. Una mamma è una mamma sempre, non si stacca mai dal pensiero del suo bambino, mentre il padre, che necessariamente a volte deve andare più dritto all’obiettivo anche lavorativo, ha un’altra mentalità. Un uomo fa una cosa per volta e la fa bene, la donna mantiene sempre il cuore aperto alle necessità dei suoi bambini, anche quando è lontana li porta con sè. La stessa attitudine materna la sappiamo esercitare con tutte le persone che prendiamo a cuore. E questa attitudine ce l’hanno anche quelle che non sono mamme fisicamente.

D - Tutto questo si scontra con uno dei cardini del femminismo, l’idea secondo cui l’istinto materno non esiste perché uomini e donne sono uguali. Che cosa si può dire in proposito? 

R - Che la realtà è esattamente il contrario di quanto dice l’ideologia femminista. Penso che uomini e donne siano talmente diversi che, a volte, servirebbe un interprete per capirsi. Basta vedere i bambini, che sin da piccoli scelgono giochi da maschi o da femmine senza che nessuno glieli imponga. Io credo che dietro l’idea di eliminare le differenze ci sia l’idea di dire “io mi determino da solo, scelgo io chi essere”. Ma questo , in ultima analisi, significa eliminare Dio, il creatore, colui che ci assegna un bagaglio di talenti, delle caratteristiche. La lotta contro la figura del padre in atto oggi, a ben vedere, è la lotta al Padre celeste. Quanto all’istinto nella donna, non lo si può negare. E' un istinto potentissimo, quasi animale!

D - Lei mette il matrimonio in netta contrapposizione con la convivenza, concezione moderna dello “stare insieme”. Tenendo presente che quando parliamo di matrimonio intendiamo quello religioso, che differenza c’è tra questi due modelli di vita in comune?

R – Prima di tutto, il matrimonio è un sacramento, che trasfigura la realtà, la arricchisce della potenza e della Grazia rigenerante di Dio: nel matrimonio non sono più due persone che cercano di andare d'accordo, ma è Dio che con la sua onnipotenza ne fa una carne sola. Poi, se passiamo a un punto di vista psicologico, decidersi per il matrimonio significa non lasciarsi vincere dalla logica del “vediamo fino a quando si sta bene insieme”, ma dire: “Io e te dobbiamo stare insieme per sempre, quindi vediamo di fare in modo che le cose vadano bene”. In certi momenti potrà anche essere faticoso, ma avere superato l’ostacolo, la stanchezza, la noia, renderà marito e moglie ancora più profondamente uniti e davvero felici, perché l’amore eterno è quello che desidera ogni cuore umano.

D - Lavoro e maternità sono due condizioni conciliabili o contrastanti? In particolare, lei come riesce a essere moglie, madre e avere un lavoro così impegnativo come quello della giornalista?

R - Guardi, io credo sinceramente che le due condizioni siano contrastanti: è davvero disumano fare la mamma e anche lavorare, almeno fino che i bambini sono piccoli. Purtroppo, però, in molti casi non c’è possibilità di scegliere. Però deve essere chiaro che quella che le donne sbandierano come una conquista, in realtà, a volte finisce per essere una condanna. Nel mio caso, io ci riesco facendo tanta fatica, tollerando l’imperfezione su tutti i fronti e avendo deciso in modo ferreo che non farò carriera. Mi limito a fare il mio dovere al lavoro, e credo di farlo bene e con onestà, ma senza quell’intraprendenza e dedizione spasmodica che servirebbero per emergere. Pazienza, non si può avere tutto. Per me, la famiglia è al primissimo posto.

D - Molti giovani potrebbero chiederle cosa trova di speciale nello spendere tutta la vita accanto ad un solo uomo, senza voglia di cambiare, di sentirsi realizzata al di fuori della famiglia e dalle mura di casa…

R - A parte che io, per necessità, lavoro anche fuori di casa. Anzi, di lavori ne ho due, perché scrivo anche. Ma è chiaro che la mia realizzazione più vera e profonda la trovo in casa, con i bambini e mio marito. Cosa rispondere a chi pone queste domande? Non so, io penso che siamo talmente imbevuti di mentalità “del mondo” da voler negare anche l'evidenza, cioè che tutte noi donne desideriamo un solo uomo per sempre. Chi mai si mette con un fidanzato, anche solo per una settimana, pensando che finirà? Tutti, uomini e donne, vogliamo la storia capace di superare anche la morte. Il problema è che, imbevuti come siamo di idee strampalate sull’amore (farfalle nello stomaco, emozioni, brividi lungo la schiena), al primo problema mettiamo il freno a mano invece che lavorare con impegno e dedizione perché le cose funzionino.

D - Questo suo modo sereno e positivo di guardare alla vita e alla famiglia, è dettato anche dalla fede cattolica?

R - Io direi solo dalla fede. Se si guardasse la realtà senza il conforto della fede, a volte, ci sarebbe di che preoccuparsi, di che spaventarsi. Invece, sapere di essere figli di un Padre buono, che è morto per amor nostro e che si prende cura di noi, ci dice che comunque vadano le cose noi abbiamo già vinto. E abbiamo anche una mamma come la Madonna che ci dice: non andate a fondo dei problemi, dateli a me, a voi ci penso io. Di che dobbiamo preoccuparci allora?

 

Chiara Gnocchi

Share |