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La religione dell'uomo contro la religione di Dio

[Editoriale n.4 - Agosto 2014]

Riportiamo alcune riflessioni (tratte dai numeri 8 e 11 dal quindicinale SìSìNoNo) che riteniamo abbiano il grande pregio di spiegare perfettamente lo stato attuale in cui versa la Chiesa cattolica. Ne consigliamo vivamente la lettura.

La Redazione   

L'ateismo conciliare

Per secoli la dottrina cattolica venne insegnata come irreformabile. E tutto ciò per una sola, semplicissima ragione: perché la si sapeva di origine divina e non umana. Ma ora quel tempo è alle nostre spalle, e nessuno – dico, nessuno – osa negarlo. Per usare il linguaggio degli antropologi, si potrebbe dire che la dottrina cattolica, per secoli e secoli, è stata tabù. Ma oggi, quasi si trattasse di superstiziose credenze di popoli primitivi, quel tabù non ha più nessun credito, meno che mai presso il moderno cleroQuindi, lo si può toccare, ritoccare, riformare come e quanto si vuole, a proprio piacimento; e lo si può perché, a differenza di ciò che si attardano a immaginare le sciocche credenze primitive, si ritiene che nessuna divinità vi sia posta a guardia.

Già da questo si dovrebbe comprendere come il Concilio Vaticano II, riformando di fatto il dogma cattolico ad uso e consumo dell’uomo moderno, ha inteso deliberatamente sfidare la stessa autorità di Dio. Ora, per sfidare l’autorità di Dio, non basta aver perso la fede cattolica, bisogna aver perso la consapevolezza della trascendenza dell’Essere. Bisogna, cioè, credere che la vita si risolva interamente qui, in questo breve passaggio terreno, bisogna aver perso (o deposto) definitivamente ogni timor di Dio e vivere e pensare come se Dio non esistesse.

Perciò appare chiaro, a chi voglia vedere, che, riformando il “tabù” cattolico (se mi si passa l’ espressione), i vaticanosecondisti non mostrano soltanto d’avere perso la fede cattolica, ma d’avere perso il senso della trascendenza dell’Essere. Che è, poi, ciò che accade inevitabilmente quando si abbandona la metafisica tomista.

Quanto si è detto può sembrare drastico ed eccessivo; ma solo se non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Giacché è la realtà a dirci che sono gli stessi documenti conciliari – e non la loro cattiva interpretazione – a sfidare nel modo più netto e temerario gli anatemi posti a suggello della fede cattolica. Mi riferisco, in particolare, a Nostra Aetate e Dignitatis Humanae Personae, ove si annuncia un Vangelo diverso da quello cattolico e mi riferisco, inoltre, alla mostruosa riforma liturgica. [...]

Il Vaticano II, riformando la religione cattolica, ha deliberatamente inteso sfidare l’autorità di Dio, e lo ha fatto perché non crede che la Chiesa Cattolica, nei suoi pronunciamenti, è divinamente assistita.

Non è dunque un caso che, tra i molti cambiamenti avvenuti all’ interno della Chiesa, a seguito dell’ ultimo Concilio, quello più evidente e incontestabile – e che li spiega tutti – è, appunto, la perdita del timor di Dio (e di conseguenza del senso del peccato). Chi è timorato è evidente che crede in Dio; e chi crede in Dio crede nel Suo Divin Figliuolo, nello Spirito Paraclito inviato alla Chiesa e, appunto per ciò, non osa toccar nulla del sacro deposito. Chi, invece, pensa che gli anatemi siano trascurabili e che, di conseguenza, i dogmi, la dottrina, il magistero e la liturgia rientrino senza problemi nella disponibilità dell’uomo, ne fa lo scempio che vuole, come si è visto negli ultimi cinquant’anni.

Oggi, come si sa, la Chiesa conciliare preferisce insegnare l’amore più che il timore, anche a discapito del timore. L’insegnamento dell’ amore non è, però, una novità: anche prima del concilio, la Chiesa insegnava che non è sufficiente il timore di Dio; è evidente che all’ amore di Dio bisogna corrispondere con l’amore e non con il solo timore.

Nell’ambito della propria vita privata, nessun fedele si sognerebbe mai di applicare l’insegnamento conciliare. Semplicemente dotato di una naturale intelligenza, il gregge sa benissimo che quando timore e rispetto scompaiono, l’amore è già svanito da un pezzo. In nessun ambito umano – salvo che nella illuminata “Chiesa conciliare” – ci si presterebbe a credere che un innamorato, in luogo di difendere l’oggetto del suo amore, lo abbandoni al pubblico ludibrio, unendosi lui stesso al coro di disprezzo degli estranei, com’è avvenuto negli ultimi cinquant’anni. Oggi gli illuminati pastori conciliari insegnano al gregge loro affidato l’amore senza il timore, come se il gregge non sapesse che l’amore senza timore, l’amore che non si cura poco o punto di spiacere all’amato, altro non è che una superficiale declamazione retorica, inesorabilmente smentita, peraltro, dai continui rifacimenti, rimaneggiamenti e lifting a cui sottopone l’Amato ormai da mezzo secolo, umiliandolo pubblicamente in tutti i modi.

È evidente, dunque, che l’amore non sta senza il timore, e che dove si trova l’uno, compare subito anche l’altroCiò vale anche per la “chiesa” uscita dal concilio. Di conseguenza, se si volesse individuare chi o cosa essa ami, bisognerebbe necessariamente cercare a chi, nell’ ipotesi in questione, temerebbe immensamente di spiacere.

Già! perché è di per sé evidente che se cessa il timore per qualcosa, non per questo cessa il sentimento del timore. La natura umana è così fatta che un assoluto non scompare senza lasciare il posto a un altro. Voglio precisamente dire ciò che sanno tutti, e cioè che quando non si teme un dio, è perché se ne teme un altro. L’assoluto, infatti, non scompare mai, nemmeno se è negato.

Ebbene, chiarito ciò, non sembra molto difficile capire quale sia il nuovo assoluto – il nuovo dio – a cui, da cinquant’anni, la Chiesa conciliare si prostra con timore e tremore. Questo dio è il mondo (basta leggere la Gaudium et Spes, per comprenderlo). Ma un dio non viene mai onorato a caso, senza ragione; e che cosa abbia di così speciale questo nuovo dio, ce lo dice lo stesso Vaticano II.

Il nuovo dio, a cui il concilio ha spontaneamente aperto le porte della città santa, è venuto a portare ciò che unisce e a spazzar via ciò che divide (a ripulire l’aria soffocante di sacrestia, stando alla nota metafora conciliare). In altre parole, secondo il concetto d’ amore proposto apertamente dalla Chiesa conciliare, il nuovo dio è venuto a liberare del giogo intollerabile di una Verità assoluta, che, in luogo di ricercare ciò che unisce, discrimina e separa uomo da uomo; giacché, com’è purtroppo noto, per i grandi geni della “Chiesa conciliare” la Verità ha il torto, e non il merito, di escludere l’errore.

Quindi, con l’entusiastico consenso di clero e gerarchia conciliare, il nuovo dio è venuto a cancellare (se fosse possibile) proprio quel Segno di contraddizione che Simeone, il giusto, ha atteso tutta la vita. Ed è appunto per insegnare alla Chiesa a non proporre più quel Segno, che il dio del mondo si è astenuto dall’imporre la negazione della Verità cattolica. Anche se ne aveva tutto il diritto, in quanto è dio, si è limitato soltanto a suggerire che, in ambito ecclesiastico, ci si degnasse finalmente di prestare ascolto ai ragionevoli pensieri degli uomini più intelligenti. Perciò mai ha impedito che si rendesse onore al Dio creatore e redentore, alla reale presenza nell’ Eucaristia, alla verginità di Maria, alla divinità del Figlio e ai Vangeli che la proclamano, a patto che si coltivasse un dubbio ragionevole in merito alla effettiva Verità di questi dogmi.

In cambio di questa ragionevole rinuncia alla pretesa origine divina (e assoluta) della dottrina cattolica, il nuovo dio ha elargito alla “chiesa” quelle dottrine umane che ancora le mancavano, arricchendola, così, di tutte le eresie che aveva scioccamente condannato nel corso della sua lunga storia. E, oggi, la chiesa del concilio, grata di tanto dono, è finalmente in grado di annunciare, dal più alto soglio, che chi ha la certezza della propria fede non porta Dio, ma solo se stesso; il che vuol dire, per converso (anche se non vien detto), che solo chi dubita della propria fede è degno di annunciare Cristo.

È chiaro a questo punto che nella lampada conciliare di olio non ce n’è più. Che è finito, come finì alle cinque vergini stolte, ma con una differenza sconcertante: che quelle cinque vergini lo chiesero alle altre, mentre clero e gerarchia conciliare nemmeno si degnano di chiederlo a chi ce l’ha, e cioè alla Tradizione.

La Verità o è assoluta o non è

Che il modernismo non sappia ragionare è perfettamente assodato. Che ne sia debitore al secolo anche. È il secolo, infatti, che non vuole più una verità assoluta ( a parte il nulla), e, al tempo stesso, si sente in diritto di insegnare dei valori. E il risultato di tanta stoltezza si nota soprattutto in chiesa, ove il moderno clero esibisce la pretesa di insegnare una verità che, però, è tale solo per chi la crede, vale a dire che è e deve essere creduta vera in base alla fortuita circostanza d’essere nati dove la si apprende.

Le chiese sono sempre più vuote perché i fedeli, contrariamente a quanto crede il modernista, non sono  stupidi. Essi capiscono che l’ ecumenismo ha inferto un colpo mortale alla verità della nostra fede. Solo i modernisti non si accorgono che, rinunciando a proporre la divina Rivelazione come assolutamente vera, la nostra santa religione si riduce a favola. E non se ne accorgono perché, volendo mostrare al mondo una Chiesa, secondo loro, migliore di quella del passato e coltivando la velleità di formare dei cattolici più intelligenti e maturi che piacciano al secolo, lavorano per liberare la verità dalla sua forma assoluta. È questo il vero errore del Vaticano II, il suo peccato originale; tutto il resto viene di conseguenza.

Non si creda, però, che sia un errore estrinseco; al contrario, esso è intimamente connesso alla dichiarata volontà di mutare la forma dell’annuncio senza intaccarne la sostanza. Dichiarazione vana e volontà impotente, perché la forma della verità è una sola: quella assoluta. Non ce n’è un’altra. Certo, vi sono anche altre forme d’annuncio, come, ad esempio, quelle scientifiche, ma nessuna di esse è compatibile con la verità. E ciò per la semplicissima ragione che, se queste forme non sono assolute (apodittiche), segue che sono ipotetiche. Se ipotetiche, probabili; se probabili, non certe; se non certe, aperte a disastrosi dubbi e a sciagurate riforme, come ci insegnano gli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa. Perciò, è necessario insistere dicendo che la verità  o è assoluta, oppure, semplicemente, non è.

L’ostilità alla Tradizione cattolica

Dopo quanto si è detto, non dovrebbe essere difficile capire il motivo per cui il modernista si accanisce sempre e solo contro la Tradizione cattolica.

Dal proprio punto di vista, il modernista (in buona fede) non agisce con l’intenzione di danneggiare la Chiesa, ma, semmai, di procurarle un vantaggio ed è pertanto ovvio che, anche per lui, la perdita della fede è una sconfitta. Solo che egli non comprende come e perché è andata persa la fede negli ultimi cinquant’anni. “Ci si aspettava una giornata di primavera e, invece, è sopraggiunto il gelo”: ecco tutto quello che all’incirca Paolo VI ha saputo dire in piena burrasca postconciliare. E il suo sbigottimento “meteorologico” ci rivela in modo eloquente la sua incapacità di comprendere che cosa è successo. Che manchi qualcosa al modernismo appare chiaro anche a paolo VI: ce lo dice il suo turbamento.

Ma quel che manca e perché si è perso non lo sa né lo può sapere, perché ciò che si è perso lo può sapere soltanto chi l'aveva in dote. Solo chi sa che cosa ha perso, si sforza di ritrovarlo, mettendosi a cercare come la donna del Vangelo. Ma, se uno non sa di possedere neppure una delle dieci monete di quella donna, metterà forse sottosopra la casa per cercare qualcosa che non sa di avere? Al contrario: è certo che a costui tanto zelo per per ricercare qualcosa che, ai suoi occhi, non esiste apparirà soltanto come un'inutile e irritante perdita di tempo. È naturale, allora, che il modernista si accanisca contro la Tradizione, perché ciò che il cattolico fedele alla Tradizione intende risolutamente cercare, anche a costo di mettere a soqquadro la casa intera, appare al modernista come qualcosa di assurdo. Solo che questo qualcosa di assurdo è proprio ciò che il Signore ci invita a cercare sacrificando tutto: è la dracma d'oro, la pietra preziosa, il tesoro nel campo. È quell'amore che si deve a Dio sopra ogni cosa. Vale a dire: è proprio quell'Assoluto che il modernista, seguendo il secolo, rifiuta.

(SISINONO.org)

 

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