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Dio, luce eterna, si manifesta principalmente nell'Incarnazione (8)

Ogni volta che l'anima viene a trovarsi in un contatto un po' intimo con Dio, essa si sente come avvolta di mistero (Ps. XCVI, 2). Questo mistero è la conseguenza inevitabile della distanza infinita che separa la creatura e il Creatore. Da ogni parte, l'essere finito è sorpassato da colui il quale, eternamente, è la pienezza stessa dell'Essere; perciò uno dei caratteri più profondi dell'Essere divino è la sua incomprensibilità e la sua invisibilità, ed è veramente una cosa singolare questa invisibilità quaggiù della luce divina.

«Dio è luce» dice S. Giovanni, la luce infinita «senza nube né tenebre». S. Giovanni ha cura di notare che questa verità costituisce uno dei fondamenti del suo Vangelo (Joan. I, 5). Ma questa luce che ci inonda tutti della sua chiarezza, invece di rivelare Dio agli occhi dell'anima nostra, ce lo nasconde. Accade di essa come del sole: il suo splendore medesimo impedisce di contemplarlo (I Tim. VI, 16); tuttavia questa luce è la vita dell'anima. Voi avrete osservato che nella sacra Scrittura le idee di vita e di luce sono frequentemente associate: quando il salmista vuole descrivere la beatitudine eterna di cui Dio è la sorgente, dice «che in lui si trova il principio della vita»; e subito aggiunge: «E nella tua luce noi vedremo la luce» (Ps. XXXV, 9-10). Parimenti, quando nostro Signore proclama se stesso «la luce del mondo», dice: «Colui che mi segue (e qui vi è qualche cosa di più che una semplice giusta posizione di parole) non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della vita» (Joan. VIII, 12). E questa luce di vita procede dalla vita per essenza che è luce (Ibid. I, 4). La nostra vita in cielo sarà di conoscere, senza velo, la luce eterna e di gioire dei suoi splendori.

Anche quaggiù Dio largisce una partecipazione della sua luce arricchendo d'intelligenza l'anima umana (Ps. IV, 7). L'intelligenza è per l'uomo veramente una luce. Tutta l'attività naturale dell'uomo, per essere degna di lui, deve innanzi tutto essere governata da questa luce che gli mostra il bene da seguire, luce sì potente, da essere persino capace di rivelare all'uomo l'esistenza di Dio e qualcuna delle sue perfezioni. S. Paolo scrivendo ai fedeli di Roma (Rom. I. 20) dichiara colpevoli i pagani di non aver conosciuto Dio contemplando il mondo, che è opera delle sue mani. Le opere di Dio contengono un vestigio, un riflesso delle sue perfezioni e manifestano così, fino a un certo punto, la luce divina.

Vi è un'altra manifestazione più profonda e più misericordiosa fatta da Dio di se stesso: l'Incarnazione.

La luce divina, troppo sfolgorante per manifestarsi ai nostri deboli sguardi in tutto il suo splendore, si è nascosta sotto l'umanità, come dice S. Paolo (Cf. Hebr. X, 20). «Splendore della luce eterna» (Sap. VII, 26), luce zampillata dalla luce, lumen de lumine, il Verbo ha rivestito la nostra carne affinché attraverso ad essa potessimo contemplare la divinità (Prefazio della Natività).

Cristo è Iddio messo alla nostra portata, manifestantesi a noi in una esistenza autenticamente umana, mentre il velo dell'umanità impedisce allo splendore infinito e sfolgorante della divinità di accecare i nostri occhi.

Ma per ogni anima di buona volontà, vi sono raggi che si dipartono da questo uomo per manifestarci che egli è anche Dio, e quest'anima illuminata dalla fede vede gli splendori che si nascondono dietro il velo di questo Santo dei Santi. In Gesù uomo la fede trova Dio stesso e, trovando Dio, si abbevera alla sorgente della luce, della salute e della immortalità (Prefazio dell'Epifania).

Questa manifestazione di Dio agli uomini è mistero così inaudito, un'opera così piena di misericordia e costituisce uno dei caratteri così essenziali dell'Incarnazione che, nei primi secoli, la Chiesa non aveva nessuna festa per onorare in modo particolare la nascita del Salvatore a Bethlehem; essa celebrava la festa delle «Teofanie» ossia «delle manifestazioni divine» nella persona del Verbo Incarnato: manifestazione ai Magi, - sulle rive del Giordano al momento del battesimo di Gesù, - alle nozze di Cana, ove Cristo compì il suo primo miracolo. Passando dalla Chiesa di Oriente a quella di Occidente, la festa ha conservato il suo nome greco: Epifania, «manifestazione»; ma essa ha per oggetto pressoché esclusivo la manifestazione del Signore ai gentili e alle nazioni pagane nella persona dei Magi.

Voi conoscete abbastanza il racconto evangelico della venuta dei Magi a Bethlehem, racconto illustrato e volgarizzato dalla tradizione

[La maggior parte degli autori mette la venuta dei Magi dopo la presentazione di Gesù al tempio; noi seguiremo qui l'ordine indicato dalla Chiesa la quale, nella sua liturgia celebra l'Epifania al 6 gennaio e la presentazione al 2 febbraio].

Vi dico solo qualche cosa sul significato personale del mistero; riferendomi in seguito ad alcuni particolari vi accennerò qualcuno dei numerosi insegnamenti che esso contiene per la nostra pietà.

I. La manifestazione ai Magi significa la vocazione delle nazioni pagane alla luce del Vangelo.

I Padri della Chiesa hanno veduto nell'appello dei Magi alla culla di Gesù la vocazione delle nazioni pagane alla fede. - E' in ciò il sostrato del mistero, esplicitamente indicato dalla Chiesa nell'orazione in cui essa riassume i voti dei suoi figli in questa solennità. Il Verbo Incarnato innanzi tutto si è manifestato ai Giudei nella persona dei pastori. Perché questo? Perché il popolo giudeo era il popolo eletto. Da questo popolo doveva uscire il Messia, figlio di David; a questo popolo erano state fatte le magnifiche promesse la cui realizzazione costituiva il regno messianico; a questo popolo Dio aveva affidate le Scritture e data la legge, quella legge della quale tutti gli elementi erano figura della grazia che Cristo doveva portare. Era dunque conveniente che il Verbo Incarnato si manifestasse prima ai Giudei.

I pastori, gente semplice dal cuore retto, hanno rappresentato al presepio il popolo eletto (Luc. II, 10-11).

Più tardi, nella vita pubblica, nostro Signore si manifesterà ancora ai Giudei con la sapienza della sua dottrina e lo splendore dei suoi miracoli.

Osserveremo anche che Gesù limita la sua predicazione ai soli Giudei. - Quando, per esempio, la donna cananea, delle regioni infedeli di Tiro e di Sidone, gli domanda di soccorrerla, che cosa risponde Cristo ai discepoli che intercedono in suo favore? «Non sono venuto che per le pecorelle perdute d'Israele» (Matth. XV, 24). E occorrerà la viva fede e l'umiltà profonda della povera pagana per strappare, a così dire, a Gesù la grazia implorata. - Durante la vita pubblica, quando nostro Signore iniziava i suoi Apostoli a predicare come lui la buona novella, diceva ugualmente ad essi: «Non andate dai gentili; non vi fermate presso i Samaritani, cercate piuttosto le pecorelle smarrite d'Israele» (Ibid. X, 5-6). - Perché una raccomandazione così strana? I pagani erano forse esclusi dalla grazia della redenzione e della salute portata da Cristo? No; ma rientrava nella divina economia riservare agli Apostoli l'evangelizzazione delle nazioni pagane, dopo che i Giudei col mettere a morte Gesù avrebbero respinto definitivamente il Figlio di Dio. Quando nostro Signore muore sulla Croce, il velo del tempio si lacera in due per significare che l'alleanza antica col solo popolo ebreo è ormai cessata.

Molti Giudei, infatti, non hanno voluto ricevere il Cristo: l'orgoglio degli uni, la sensualità degli altri, hanno accecate le loro anime e non l'hanno voluto ricevere come Figlio di Dio. Di loro parla S. Giovanni quando dice: «la luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno compresa; essa è discesa nel proprio dominio ed i suoi non l'hanno voluta ricevere» (Joan. l, 5, 11). Perciò Gesù diceva a quei Giudei increduli: «Il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ai pagani» (Matth. XXI, 43). Le nazioni pagane sono chiamate a divenire l'eredità promessa dal Padre al Figlio Gesù (Ps. II, 8). Nostro Signore diceva se stesso «il buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle», e aggiungeva: «Io non ho delle pecore solo nel popolo mio, ma ne ho ancora altre che non appartengono per ora al mio gregge; bisogna che le conduca a me, esse ascolteranno la mia voce e vi sarà un solo ovile e un solo pastore» (Joan. X, 11, 16).

Perciò, prima di risalire al Cielo, egli manda i suoi Apostoli a proseguire, non più presso le pecore smarrite d'Israele, ma presso tutti i popoli, la sua opera e la sua missione di salvezza. «Andate, dice loro, predicate ad ogni creatura, ammaestrate tutte le nazioni... Io sono con voi fino alla consumazione dei secoli» (Matth. XXVIII, 19-20; Marc. XVI, 15).

Il Verbo Incarnato non ha atteso tuttavia la sua Ascensione per diffondere nella gentilità la grazia della buona novella. Fin dalla sua apparizione quaggiù la invita al presepio nella persona dei Magi. Sapienza eterna, egli voleva così significarci che portava la pace «non solo a quelli che erano presso di lui», i Giudei fedeli rappresentati dai pastori (Luc. II, 14), ma altresì «a quelli che vivevano lontani», i pagani, rappresentati dai Magi. Così, «di due popoli, come dice S. Paolo, non ne forma che uno»: perché egli solo per l'unione della sua divinità all'umanità è il mediatore perfetto, e, «solo per lui possiamo avere accesso, gli uni e gli altri, vicino al medesimo Padre, in un solo ed unico Spirito» (Eph. II, 14. 17-18).

L'appello dei Magi e la loro santificazione significano la vocazione della gentilità alla fede e alla salvezza. Ai pastori Dio invia un angelo, perché il popolo eletto era abituato alle apparizioni degli spiriti celesti; ai Magi che scrutavano gli astri, fa apparire una stella meravigliosa. Questa stella è il simbolo dell'illuminazione interiore che rischiara le anime per condurle a Dio. Ogni anima di adulto, infatti, è illuminata almeno una volta, come i Magi, dalla stella della vocazione alla salute eterna. La luce viene data a tutti. E' un dogma della nostra fede che «Dio vuol salvare tutti gli uomini» (I Tim. II, 4). Nel giorno del giudizio, tutti, senza eccezione, proclameranno, con la convinzione prodotta dall'evidenza, l'infinita giustizia di Dio e la perfetta dirittura dei suoi giudizi (Ps. CXVIII, 137). Coloro che Dio avrà per sempre cacciati lontani da sé riconosceranno che essi sono gli artefici della propria rovina. Ora, questo non sarebbe vero se i reprobi non avessero avuto la possibilità di conoscere e di accettare la luce divina della fede. E' contrario non solo all'infinita bontà di Dio ma altresì alla sua giustizia, condannare un'anima per la sua ignoranza invincibile. Indubbiamente, la stella che chiama gli uomini alla fede cristiana non è la stessa per tutti; essa brilla in modo diverso; tuttavia il suo splendore è abbastanza visibile perché i cuori di buona volontà possano riconoscerla e vedere in essa il segno della vocazione divina.

Nella sua sapientissima provvidenza, Dio varia continuamente la propria azione che é incomprensibile al par di lui; la varia seguendo le sollecitudini sempre attive del suo amore e le esigenze sempre sante della sua giustizia. E' in ciò che, secondo dice S. Paolo. dobbiamo adorare «la profondità insondabile delle vie di Dio e proclamare che esse trascendono infinitamente le nostre vedute»; poiché chi «ha conosciuto il pensiero del Signore ed è stato suo consigliere»? (Rom. XI, 33)

Noi abbiamo avuta la felicità di aver «vista la stella» e di avere riconosciuto per nostro Dio il bambino del presepio; noi abbiamo la felicità di appartenere alla Chiesa di cui i Magi furono le primizie.

Nell'ufficio della festa, la liturgia chiama questa vocazione di tutta l'umanità alla fede e alla salute nella persona dei Magi, le nozze della Chiesa con lo Sposo; udite con quale letizia e con quali termini magnificamente simbolici presi dal profeta Isaia, essa proclama (Epistola della messa) lo splendore di quella Gerusalemme spirituale che deve ricevere nel suo seno materno le nazioni divenute eredità del suo Sposo divino. «Sorgi e risplendi, poiché la luce è venuta e la gloria del Signore si è levata sopra di te. Mentre le tenebre copriranno la terra e l'oscurità graverà sui popoli, sopra di te si leverà il Signore e la sua gloria si manifesterà in te. Le nazioni cammineranno verso la luce, e i re verso lo splendore della tua aurora. Volgiti attorno e guarda: Essi si somigliano tutti e vengono a te; i tuoi figli verranno di lontano, e le tue figlie sorgeranno ai tuoi fianchi. Tu allora verrai e sarai radiosa, il tuo cuore fremerà e si dilaterà, poiché tu vedrai venire a te le ricchezze del cuore e i tesori delle nazioni» (Is. LX, 1-5).

Offriamo a Dio incessanti azioni di grazie «per averci resi capaci di prender parte all'eredità dei santi nella luce, liberandoci dalla potenza delle tenebre, per trasferirci nel regno del Figlio suo», (Col. I, 13) cioè, nella Chiesa.

L'appello alla fede è un beneficio insigne perché contiene in germe la vocazione alla beatitudine eterna della visione divina. Non dimentichiamo che questo appello é stato l'aurora di tutte le misericordie di Dio a nostro riguardo, e che ogni cosa per l'uomo si riassume nella fedeltà a questa vocazione; la fede ci deve condurre alla visione beata (Orazione della festa).

Non solo dobbiamo ringraziare il Signore di questa grazia della fede cristiana, ma rendercene altresì ogni giorno più degni salvaguardandola contro tutti i pericoli ai quali la espone il nostro secolo di naturalismo, di scetticismo, d'indifferenza, di rispetto umano e conservandoci in essa con costante fedeltà.

Inoltre, domandiamo a Dio di accordare questo dono prezioso della fede a tutte le anime che sono ancora «assise nelle tenebre e nell'ombra di morte»; chiediamo al Signore che la stella si levi su loro, che sia lui stesso «il Sole che li visita dall'alto per effetto della sua tenera misericordia» (Luc. I, 78-79).

Questa preghiera é accettissima a nostro Signore, perché é lo stesso che domandargli che egli sia conosciuto ed esaltato come il Salvatore di tutti gli uomini e il Re dei re. E' accettissima altre si al Padre, poiché egli non desidera altro che la glorificazione del Figlio suo. Ripetiamo dunque sovente, in questi santi giorni, la preghiera che il Verbo Incarnato ha messo egli stesso sulle nostre labbra: O Padre celeste, «Padre dei lumi», che il vostro regno venga, quel regno di cui vostro Figlio Gesù è il capo: adveniat regnum tuum! Che il Figlio vostro sia sempre più conosciuto, amato, servito, glorificato, affinché da parte sua, manifestandovi sempre più agli uomini, vi glorifichi nell'unità del vostro Spirito. 

II. La fede dei Magi, pronta e generosa, è il modello della nostra.

Se ritorniamo ora su alcuni particolari del racconto evangelico, vedremo come questo mistero sia ricco di insegnamenti.

Vi ho detto che i Magi a Bethlehem rappresentano i Gentili nella vocazione alla luce del Vangelo. Il contegno dei Magi ci mostra le qualità che deve possedere la nostra fede.

Ciò che innanzi tutto risalta, é la generosa fedeltà di questa fede. Guardate: la stella appare ai Magi. Quale che sia il loro paese di origine, - Persia, Caldea, Arabia o India, - i Magi, secondo la tradizione, appartenevano a una casta sacerdotale e si dedicavano allo studio degli astri. E' più che probabile che essi non ignorassero la rivelazione fatta ai Giudei di un Re liberatore e Padrone del mondo. Il profeta Daniele, che aveva precisato l'epoca della sua venuta, era stato in relazione con dei Magi, e potrebbe anche darsi che la profezia di Balaam che «una stella si leverebbe su Giacobbe» (Num. XXIV, 17) non fosse da loro ignorata. Checché ne sia di ciò, ecco che una stella meravigliosa appare loro. Il suo straordinario splendore, colpendo il loro sguardo, desta la loro attenzione, mentre una grazia d'illuminazione interiore rischiara le loro anime, e fa loro presentire la persona e le prerogative di colui di cui l'astro annunziava la nascita, e li ispira di recarsi alla sua ricerca per tributargli i loro omaggi. La fedeltà dei Magi all'ispirazione della grazia è ammirabile. Il dubbio non ha affatto presa sui loro spiriti; senza tanti ragionamenti si dispongono subito ad eseguire il loro disegno. Né l'indifferenza o lo scetticismo del loro seguito, né la scomparsa della stella, né le difficoltà inerenti a una spedizione di questo genere né la lunghezza o i pericoli della via valgono ad arrestarli. Ubbidiscono senza ritardo e costantemente all'appello divino. «Noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti», (Matth. II, 2) siamo partiti non appena essa si è mostrata a noi. 

In questo i Magi sono il nostro modello, sia che si tratti della vocazione alla fede, sia che si tratti dell'invito alla perfezione. - Vi è difatti per ogni anima fedele una vocazione alla santità: (Lev. XI, 41) «Siate santi poiché io sono santo». L'apostolo S. Paolo ci assicura che da tutta l'eternità esiste per noi un decreto divino pieno di amore che contiene questo appello (Eph. I, 4). E per «quelli che egli chiama così alla santità, Dio fa tutto concorrere in bene» (Rom. VIII, 28). La manifestazione di questa vocazione è per ciascuno di noi una stella. Essa assume forme diverse, secondo i disegni di Dio, il nostro carattere, le circostanze nelle quali viviamo, gli avvenimenti a cui prendiamo parte, ma essa risplende nell'anima di ciascuno. E qual è lo scopo di questo invito? Per noi, come per i Magi, è quello di condurci a Cristo. Il Padre celeste fa brillare una stella in noi, poiché, come dice Cristo medesimo, «nessuno viene a me se mio Padre che mi ha mandato non l'attira» (Joan. VI, 44). Se ascoltiamo con fedeltà l'invito divino, se andremo generosamente avanti, con gli occhi fissi nella stella, arriveremo a Cristo che è la vita delle anime nostre. E per quanto gravi siano i nostri peccati, i nostri errori, le nostre miserie, Gesù ci accoglierà con bontà. Egli l'ha promesso: «Tutti coloro che il Padre mi dà, verranno a me e colui che verrà a me io non lo rigetterò» (Ibid. VI, 37). Il Padre attirò la Maddalena, famosa peccatrice, ai piedi di Gesù. Ed ecco che Maddalena seguendo tosto con fede generosa il raggio divino della stella che brillava nella sua anima miseranda, entra nella sala di un convito per manifestare pubblicamente a Cristo la sua fede, il suo pentimento, il suo amore. Maddalena ha seguito la stella, e la stella ha condotto Maddalena al Signore: «I tuoi peccati ti sono rimessi, la tua fede ti ha salvata, va in pace» (Luc. VII, 48, 50). 

La vita dei santi e l'esperienza delle anime ci insegnano che vi sono nella nostra esistenza sovrannaturale dei momenti decisivi da cui deriva tutto il valore della nostra vita interiore e talora la nostra stessa eternità. Guardate Saul sulla via di Damasco. E' un nemico e un persecutore accanito dei cristiani, «egli non respira e non proferisce che minacce» contro tutto ciò che porta il suo nome. Ed ecco che la voce di Gesù si fa intendere, ed essa è per lui la stella, l'appello divino. Saul ascolta l'appello, segue la stella: «Signore, che Volete voi che io faccia?» (Act. IX, I, 6, 15). Quale prontezza e quale generosità! Così, a partire da questo momento, diventato «vaso di elezione», non vivrà che per Cristo.

Guardate all'incontro quel giovanetto pieno di buona volontà, dal cuore dritto e sincero, che si presenta a Gesù e gli domanda che cosa deve fare per avere la vita eterna. «Osserva i comandamenti» gli risponde nostro Signore. «Maestro, li ho osservati fino da fanciullo; che cosa mi manca ancora?». - Allora, dice il Vangelo, «Gesù avendolo guardato, lo amò». Questo sguardo pieno di amore era un raggio della stella. Ed ecco che essa tosto si manifesta: «Una sola cosa ti manca; se vuoi esser perfetto, vendi tutto ciò che possiedi, dallo ai poveri e seguimi». Ma egli non seguì la stella: «Afflitto per le parole di Cristo lo lasciò pieno di tristezza perché possedeva grandi sostanze». Più d'un commentatore vede nelle parole che il Signore pronunziò poco dopo: «che cioè è difficile ai ricchi entrare nel regno dei cieli» (Marc. X. 17-23; cf. Matth. XIX, 16-23; Luc. XVIII, 18-24), la predizione della perdita di quest'anima.

Sia che si tratti dell'invito alla fede, sia che si tratti dell'invito alla santità, non troveremo Cristo e la vita di cui è sorgente che a condizione di essere docili alla grazia e costantemente fedeli nella ricerca dell'unione divina.

Il Padre celeste ci chiama ad andare da suo Figlio con l'ispirazione della sua grazia; ma vuole che noi, come i Magi, dal momento in cui la stella brilla nei nostri cuori, abbandoniamo subito tutto: i nostri peccati, le occasioni del peccato, le abitudini malvagie, le infedeltà, le imperfezioni, gli attaccamenti alle creature; vuole che non tenendo alcun conto né delle critiche e dell'opinione degli uomini, né delle difficoltà dell'opera da compiere, ci mettiamo immediatamente alla ricerca di Gesù, - sia che l'abbiamo perduto per una colpa mortale, sia che, pur possedendolo in noi con la grazia santificante, veniamo chiamati ad una unione più stretta e più intima con lui.

«Signore, ho visto la vostra stella e vengo a voi: che volete che io faccia?»

III. Contegno dei Magi alla scomparsa della stella.

Accade qualche volta che la stella sparisca dai nostri occhi. Sia che l'ispirazione delle grazie abbia un carattere straordinario, come avvenne pei Magi, sia che si riallacci, ed è questo per noi il caso più frequente, alla provvidenza soprannaturale di tutti i giorni, essa cessa talora di manifestarsi; la luce si nasconde e l'anima si trova nelle tenebre spirituali. - Che fare allora?

Vediamo quanto hanno fatto i Magi. La stella non si era mostrata ad essi che in Oriente, poi era sparita. Se essa significava loro la nascita del re dei Giudei, non indicava tuttavia il luogo preciso ove avrebbero potuto trovarlo. Che fare? I Magi si sono diretti verso Gerusalemme, capitale della Giudea. metropoli della religione ebraica. Dove, meglio che nella santa città, potrebbero conoscere quello che cercano?

Quando la nostra stella sparisce, quando l'ispirazione divina non è chiara e ci lascia nell'incertezza, Dio vuole che noi ricorriamo alla Chiesa, a coloro che lo rappresentano tra noi, per conoscere da essi la decisione da prendere. E' questa l'economia della divina provvidenza. Dio vuole che l'anima, nei suoi dubbi e nelle difficoltà del suo cammino verso il Cristo, chieda luce e direzione a coloro che ha stabilito come suoi rappresentanti presso di noi (Luc. X, 16).

Guardate Saul sulla via di Damasco: alla chiamata di Gesù esclama: «Signore, che volete voi che io faccia?». Che cosa gli risponde Cristo? Gli fa forse conoscere direttamente le sue volontà? Avrebbe potuto ben farlo perché si rivelava a lui come il Signore, ma non lo fece; lo manda invece dai suoi rappresentanti: «Entra in città e là ti verrà detto da un altro ciò che tu devi fare» (Act. IX, 6).

Sottomettendo le aspirazioni dell'anima nostra alla direzione di coloro che hanno grazia e missione di dirigerci nella nostra ricerca dell'unione divina, non corriamo alcun pericolo di smarrirci, quali che siano i meriti personali delle nostre guide spirituali. All'epoca nella quale i Magi arrivarono a Gerusalemme, l'assemblea di coloro che avevano autorità per interpretare le sacre Scritture era composta in gran parte di elementi indegni, e, tuttavia, Dio volle che attraverso il loro ministero e il loro insegnamento i Magi apprendessero ufficialmente il luogo dove era nato Cristo. Dio, infatti, non può permettere che l'anima sia ingannata, quando, con umiltà e confidenza, si accosta ai rappresentanti legittimi della sua sovrana autorità. All'incontro, essa ritroverà la luce e la pace; come i Magi uscendo da Gerusalemme, l'anima rivedrà allora la stella scintillante di luce, e, come essi, sarà pure colma d'allegrezza e riprenderà tosto la marcia in avanti (Matth II, 10).

IV. Quanto sia profonda la loro fede a Bethlehem; simbolismo dei doni offerti al bambino Gesù; in qual modo dobbiamo imitarli.

Ed ora seguiamo i Magi a Bethlehem: là sopratutto vedremo alla prova la profondità della loro fede. La stella meravigliosa li conduce al luogo dove essi dovevano finalmente incontrare colui che cercavano da tanto tempo. E che cosa trovano? Un palazzo, una culla reale, un lungo seguito di servitori frettolosi? No, ma una povera famiglia di operai. Cercano un Dio, un re, e non vedono che un bambino sulle ginocchia della madre sua; non un bambino trasfigurato dai raggi divini, come accadrà più tardi, dinanzi agli occhi degli Apostoli, sulla montagna del Tabor, ma un piccolo bimbo, un povero e debole bimbo. E tuttavia da questo essere così fragile in apparenza, usciva invisibilmente una forza divina. Colui che aveva fatto sorgere la stella per condurre i Magi alla sua culla, ora li illuminava della sua stessa presenza, riempiva le loro anime di luce e il loro cuore di amore. In questo bambino poterono riconoscere il loro Dio. Niente ci dice il Vangelo delle loro parole, ci fa però conoscere il gesto sublime della loro fede perfetta: «Essendosi prostrati, adorarono il bambino» (Matth. II, 11).

La Chiesa vuole che ci associamo a questa adorazione dei Magi. Quando, durante la santa messa, ci fa leggere quelle parole del racconto evangelico: «E prostrandosi l'adorarono», ci fa piegare il ginocchio per significare che anche noi crediamo alla divinità del bambino di Bethlehem. - Adoriamolo con fede profonda. Dio domanda da noi che, fino a quando rimaniamo quaggiù, tutta l'attività della nostra vita interiore abbia il suo termine in una unione con lui nella fede. La fede è la luce che ci permette di vedere Dio nel figlio della Vergine, d'intendere la voce di Dio nelle parole del Verbo Incarnato, di seguire gli esempi di un Dio nelle azioni di Gesù, di appropriarci i meriti infiniti di un Dio per mezzo dei dolori e delle soddisfazioni di un uomo che soffre come noi. Attraverso il velo di una umanità umile e passibile, l'anima rischiarata da una viva fede scopre sempre Iddio; dove incontra questa umanità, - o negli abbassamenti di Bethlehem, o nelle vie della Giudea, o sulla cima del Calvario, o sotto le specie eucaristiche, - l'anima fedele si prostra davanti ad essa perché é l'umanità di un Dio. Si getta ai suoi piedi per ascoltarla, obbedirla, seguirla, fino a quando piacerà a Dio «di rivelare egli stesso la sua infinita maestà, nei santi splendori della visione beatifica» (Orazione della festa dell'Epifania). 

L'atteggiamento dell'adorazione dei Magi traduce in eloquente linguaggio la grandezza della loro fede: i doni che essi offrono sono densi di significato. I Padri della Chiesa hanno messo in evidenza il simbolismo dei doni portati a Cristo dai Magi. Fermiamoci, come conclusione di questa conferenza, a considerare quanto sia profondo: sarà una gioia per le anime nostre e un alimento per la nostra pietà.

Come sapete, il Vangelo ci dice che «avendo aperti i loro tesori, i Magi offrirono al bambino l'oro, l'incenso e la mirra» (Matth. II, 11). E' evidente che nel pensiero dei Magi, questi doni dovevano servire ad esprimere i sentimenti dei loro cuori e ad onorare nel medesimo tempo colui al quale li offrivano. Esaminando la natura di questi doni da loro preparati prima della partenza, noi vediamo che l'illuminazione divina aveva già manifestato ai Magi qualche cosa dell'eminente dignità di colui che volevano contemplare e adorare. La natura di questi doni indica parimenti le qualità dei doveri che i Magi volevano adempiere nei riguardi della persona del re dei Giudei. Il simbolismo riguarda dunque tutto insieme e colui al quale sono offerti e coloro stessi che li presentano.

L'oro, il più prezioso dei metalli, é il simbolo della regalità; esso denota, d'altronde, l'amore e la fedeltà che ciascuno deve al suo principe.

L'incenso è universalmente riconosciuto come simbolo del culto divino e non si offre che a Dio. Preparando questo dono, i Magi mostravano che volevano proclamare la divinità di colui del quale la stella annunziava la nascita, e riconoscere questa divinità con l'adorazione suprema che non si può rendere che a Dio.

Infine essi erano stati ispirati a portargli la mirra. Che cosa vogliono significare con questa mirra che serviva a medicare le ferite e a imbalsamare i morti? Questo dono significava che Cristo era uomo, ma uomo passibile, che un giorno sarebbe morto; la mirra simbolizzava altresì lo spirito di penitenza e d'immolazione che deve caratterizzare la vita dei discepoli d'un crocifisso. 

La grazia aveva ispirato ai Magi di portare dei doni a colui che cercavano. Lo stesso dobbiamo far noi. «Noi che intendiamo il racconto dell'offerta dei Magi, dice S. Ambrogio (In Luc. II, 44), mettiamo fuori i nostri tesori e presentiamo offerte somiglianti». Ogni volta che ci avviciniamo a Cristo, portiamogli, come già i Magi, dei doni, ma dei doni che siano magnifici, che siano, come i loro, degni di colui al quale li offriamo.

Forse mi direte: «Noi non abbiamo né oro, né incenso, né mirra». - E' vero, ma abbiamo di meglio, abbiamo dei tesori ben più preziosi, i soli, del resto che Cristo, nostro Signore e nostro Re, attenda da noi. Non offriamo forse a Cristo dell'oro, quando, con una vita piena di amore e fedeltà ai suoi comandamenti, proclamiamo che egli é il re dei nostri cuori? Non gli presentiamo forse dell'incenso quando crediamo alla sua divinità e la riconosciamo colle nostre adorazioni e le nostre preghiere? Non gli portiamo forse della mirra quando uniamo le nostre umiliazioni, le nostre sofferenze, i nostri dolori, le nostre lacrime alle sue? E se nulla abbiamo di tutto questo da noi stessi, chiediamo a nostro Signore di arricchirci dei tesori che gli sono accetti perché egli appunto li possiede per farne dono a noi. E' questo quanto Gesù Cristo stesso faceva comprendere a Santa Matilde dopo che ebbe ricevuta la comunione. «Ecco, diceva egli, che ti dono l'oro, cioè a dire il mio divino amore; l'incenso, cioè tutta la mia santità e la mia devozione, finalmente la mirra che è l'amarezza di tutta la mia passione. Io te li offro in proprietà per modo che tu potrai offrirmeli: come doni, come un bene che ti appartiene» (Il libro della grazia speciale, 1.a parte, cap. VIII).

Sì, è una verità oltremodo consolante che non dobbiamo mai dimenticare. La grazia della divina adozione che ci rende fratelli di Gesù Cristo e membri vivi del suo corpo mistico, ci dà il diritto di appropriarci i suoi tesori per farli valere presso di lui e presso suo Padre. Ignorate voi dunque, diceva S. Paolo, «la potenza e la grandezza della grazia di Cristo che si è fatto povero per noi, da ricco che era, allo scopo di arricchir noi con la sua povertà»? (II Cor VIII, 9).

Nostro Signore stesso supplisce alle nostre miserie, egli è la nostra ricchezza, le nostre azioni di grazie, egli racchiude in sé, in un modo eminente, ciò che i doni dei Magi significano; ne realizza perfettamente, nella propria persona, il profondo simbolismo. Così noi possiamo offrire nulla di meglio che lui stesso al celeste Padre per rendergli grazie del dono inestimabile della fede cristiana. Dio ci ha donato suo Figlio; secondo la parola stessa di Gesù, l'Essere infinito non poteva manifestarci il suo amore in un modo più luminoso (Joan. III, 16), poiché, donandocelo, secondo dice S. Paolo, ci ha dato tutti i beni (Rom. VIII, 32).

Ma noi dobbiamo, in cambio, insigni azioni di grazie a Dio per questo ineffabile dono. E che cosa donare a Dio che sia degno di lui? Suo Figlio Gesù. «Offrendogli suo Figlio, gli rendiamo ciò che ci dona» (Canone della messa), e non vi è dono che gli sia più accetto. La Chiesa, che conosce il segreto di Dio come nessun altro, lo sa molto bene. In questo giorno, in cui hanno inizio le sue mistiche nozze con Cristo, offre a Dio «non più l'oro, l'incenso e la mirra, ma colui stesso che è rappresentato da questi doni, immolato sull'altare e ricevuto nel cuore dai suoi discepoli» (Secreta della messa dell'Epifania).

Offriamo, dunque, col sacerdote, il santo sacrificio, offriamo all'eterno Padre il suo Figlio divino, dopo averlo ricevuto alla santa mensa, ma offriamo gli altresì noi stessi insieme con lui, per amore, per adempiere in ogni cosa ciò che la sua divina volontà ci manifesta; è il dono più perfetto che possiamo presentare a Dio.

L'Epifania dura ancora, essa si prolunga attraverso i secoli. «Noi pure, dice S. Leone, dobbiamo gustare le gioie dei Magi, perché il mistero che si è compiuto in questo giorno non deve rimanervi rinchiuso. Per la magnificenza di Dio e la potenza della sua bontà, anche il nostro tempo può gioire della realtà di cui i Magi furono le primizie» (Sermo XXXV, in Epiphaniae solemnitate, VI).

L'Epifania si rinnova effettivamente, quando Dio fa splendere la luce del Vangelo agli occhi dei pagani; ogni volta che la verità brilla agli sguardi di coloro che vivono nell'errore, è un raggio della stella dei Magi che appare.

L'Epifania continua altresì nell'anima fedele quando il suo amore diviene più fervente e più duraturo. La fedeltà alle ispirazioni della grazia - nostro Signore stesso lo dice - diviene la sorgente di una illuminazione più viva e più splendida (Joan. XIV, 21). Beata l'anima che vive di fede e di amore! Si realizzerà in essa una manifestazione sempre nuova e sempre più profonda di Gesù Cristo il quale la farà entrare in una comprensione sempre più intima dei suoi misteri.

La sacra Scrittura paragona la vita del giusto a «una via luminosa che passa di chiarezza in chiarezza» (Prov IV, 18), fino al giorno in cui cadono i veli, svaniscono tutte le ombre e appariscono, nella luce della gloria, gli splendori eterni della divinità. Là, dice S. Giovanni nel suo libro così misterioso dell'Apocalisse in cui descrive le magnificenze della Gerusalemme celeste, là non c'è bisogno di luce, perché l'Agnello, cioè a dire il Cristo, è lui stesso la luce che rischiara e riempie di letizia le anime di tutti gli eletti (Apoc. XXI, 23; XII, 5). Sarà questa l'Epifania celeste. 

«O Dio, che avete, in questo giorno, per mezzo di una stella, condotte le nazioni pagane alla conoscenza del vostro Figlio unico, accordateci, conoscendovi già mediante la fede, di poter pervenire a contemplare il volto della vostra suprema maestà».

 

Columba Marmion 

 

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