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La persona di Cristo (3)

Cristo è innanzi tutto il Figlio di Dio.

I misteri di Cristo sono nostri; l'unione che Gesù vuole celebrare con le anime nostre è tale che tutto è comune tra lui e noi, e delle grazie inesauribili che ci ha meritato con ciascuno dei suoi misteri egli vuole far parte a noi con larghezza divina per comunicarci lo spirito dei suoi stati e realizzare in noi per tal modo quella rassomiglianza con lui, che è pegno infallibile della nostra eterna predestinazione.

Cristo è passato per stati diversi: egli è stato bambino, adolescente, maestro della verità, Vittima sulla croce, glorioso nella sua resurrezione ed ascensione: passando per tal guisa per tutte le tappe successive della sua esistenza terrena, egli ha santificato tutta la vita umana.

Se non che vi ha uno stato essenziale che egli non abbandona mai: egli è «ognora il Figlio unico di Dio vivente nel seno del Padre». Unigenitus Filius qui EST in sinu Patris (Joan. I, 18). Cristo è il Figlio di Dio incarnato, è il Verbo fatto carne. Prima di divenire uomo, Cristo era Dio, divenendo uomo non ha cessato di essere Dio: Quod fuit permansit (Antifona dell'ufficio della Circoncisione). O lo consideriate piccolo bimbo nella mangiatoia, od operaio nella bottega di Nazareth, o predicatore nella Giudea, o moribondo sul Calvario o mentre manifesta la sua gloria di trionfatore agli Apostoli, o mentre s'innalza al cielo; egli è sempre e innanzi tutto il Figlio unico del Padre. Noi dobbiamo adunque contemplare innanzi tutto la sua divinità prima ancora di parlare dei misteri che scaturiscono dalla stessa Incarnazione, perché tutti i misteri di Gesù si fondano sulla sua divinità da cui derivano tutto il loro splendore e attingono la loro fecondità.

Esiste una grande differenza di esordio tra il Vangelo di S. Giovanni e quello degli altri sacri scrittori. Questi aprono il loro racconto stendendo la genealogia umana di Gesù per dimostrarci in qual modo egli discenda dalla stirpe reale di David. Ma S. Giovanni, a cui ripugna di camminare sulla terra, si innalza immediatamente come aquila, con uno slancio meraviglioso, fino al più alto dei cieli, per riferirci quello che avviene nel Santuario della divinità. Prima di iniziare il racconto della vita di Gesù, questo evangelista ci narra ciò che era Cristo prima della sua Incarnazione. E in qual modo si esprime? «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo»: In principio erat Verbum et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum... E per rassicurarci sul valore della sua testimonianza, egli aggiunge tosto che «nessuno vede Dio, ma. che il Figlio unico che è nel seno del Padre ha egli stesso sollevato il velo». Deum nemo vidit unquam; Unigenitus Filius qui est in sinu Patris IPSE enarravit.

Durante tre anni, infatti, Gesù ha spiegato ai suoi discepoli i segreti divini; la vigilia della Sua morte li ricordava a loro, dichiarando che era questo un segno di amicizia che egli non lasciava che a loro e a quelli che venendo dopo di loro, avrebbero creduto nella sua parola: Vos dixi amicos, quia omnia quaecumque audivi a Patre meo nota feci vobis (Joan. XV, 15).3

Per conoscere dunque quello che è Gesù, ciò che egli era, non abbiamo che da ascoltare il discepolo che ci riferisce le sue parole, o meglio, non abbiamo che da ascoltare lui stesso. Ascoltiamolo con fede, con amore, con adorazione, perché colui che si fa conoscere a noi è il Figlio di Dio.

Le sue parole non sono già delle parole che si possano comprendere solamente con gli orecchi della carne, ma sono parole del tutto celesti, di vita eterna, Verba quae ego locutus sum vobis spiritus et vita sunt (Ibid. VI, 64). Solo l'anima umile e fedele può intenderlo.

E non dobbiamo meravigliarci neppure che queste parole ci rivelino dei profondi misteri: Gesù medesimo lo ha voluto. Egli stesso per compiere la nostra unione con lui ce le ha fatte conoscere, ed ha voluto che esse venissero raccolte dai sacri scrittori ed ha inviato inoltre il suo Spirito «che scruta le profondità di Dio» (I Cor II, 10) per «risvegliarle in noi» (Joan. XIV, 26) «affinché noi possiamo gustare con sapienza e intendimento spirituale» (Col. I, 9) i misteri della sua intima vita divina. La partecipazione a questa vita intima non costituisce forse il fondamento stesso del Cristianesimo e l'essenza di ogni santità?

I. Il dogma della fecondità divina: Dio è Padre.

La fede ci rivela questo mistero veramente stupendo che la potenza e l'atto della fecondità costituiscono una perfezione divina. Dio è la pienezza dell'essere, l'oceano senza sponde di ogni perfezione e di tutta la vita. Le immagini materiali che talora usiamo a rappresentarlo, le idee che gli applichiamo per analogia servendoci di quanto vi è di meglio nelle creature, sono sempre impotenti a rappresentarlo. E non già l'allontanare, per quanto indefinitamente, questi limiti dall'essere creato può essere sufficiente, ma occorre addirittura negarli nel modo più positivo onde potere acquistare una cognizione che non offenda l'infinità divina.

Ed ecco una meraviglia che la Rivelazione ci svela: questo Dio è fecondo: vi ha in lui una paternità spirituale e ineffabile: egli è Padre, principio di tutta la vita divina nella Trinità.

Intelligenza infinita, Dio comprende se stesso perfettamente con un solo atto, vedendo tutto ciò che egli è, tutto ciò che è in lui, egli abbraccia con un solo sguardo la pienezza delle sue perfezioni e, in un pensiero, ed in una parola che esaurisce ogni sua conoscenza, esprime a se stesso questa conoscenza infinita. Questo pensiero concepito dall'intelligenza eterna, questa parola per la quale Dio si esprime completamente è il Verbo. La fede ci dice, che questo Verbo è Dio: Et Deus erat Verbum, perché egli ha (o meglio: egli è) col Padre la medesima natura divina.

E siccome il Padre comunica al Verbo una natura non soltanto simile ma identica alla sua, cosi la Santa Scrittura ci dice che egli lo genera e chiama il Verbo il Figlio. - I libri ispirati ci riferiscono il grido ineffabile di Dio che contempla il Figlio suo e proclama la beatitudine della sua eterna fecondità: «Dal seno della divinità, prima di creare la luce, io ti ho comunicata la vita»: Ex utero, ante luciferum, genui te (Ps. CIX, 3); «tu sei mio Figlio, il mio Figlio diletto in cui ho riposte tutte le mie compiacenze»: Tu es Filius meus dilectus, in te complacui mihi (Marc. I, 11). Tutto ciò perché questo Figlio è perfetto, e possiede col Padre tutte le perfezioni divine, meno la proprietà di «esser Padre»; sì perfetto che egli è eguale a suo Padre per l'identità di natura. La creatura non può dare a un'altra creatura che una natura simile alla sua; mentre Dio genera Dio e gli comunica la sua propria natura; essendo gloria di Dio generare l'infinito e contemplarsi in un altro lui stesso che è eguale a sé, tanto eguale che egli è l'Unico, non essendovi che una sola natura divina ed essendo la fecondità eterna esaurita dal Figlio: Unigenitus Dei Filius; per cui egli è una sola cosa col Padre: Ego et Pater unum sumus (Joan. X, 80).

Finalmente questo Figlio diletto, eguale al Padre, distinto tuttavia da lui, e, come lui, persona divina, non abbandona affatto il Padre. Il Verbo vive ognora nell'intelligenza infinita che lo concepisce, il Figlio rimane ognora nel seno del Padre che lo genera: Unigenitus Dei Filius qui EST in sinu Patris. Egli vi rimane per l'unità della sua natura, per l'amore che si portano scambievolmente, da cui procede, come da un unico principio, lo Spirito Santo, amore sostanziale del Padre e del Figlio. Voi adunque vedete quale è l'ordine misterioso delle comunicazioni ineffabili della vita intima di Dio nella Trinità. – Il Padre, pienezza di tutta la vita, genera un Figlio; dal Padre e dal Figlio come da un solo principio procede, lo Spirito d'amore. Tutti e tre hanno la medesima eternità, la medesima infinità di perfezione, la medesima sapienza, la medesima potenza, la medesima santità, essendo la natura divina identica per tutte e tre le persone.

Se non che ciascuna persona possiede delle proprietà esclusive «essere Padre, essere Figlio, procedere dal Padre e dal Figlio» ­ che determinano tra loro delle ineffabili relazioni e le distinguono le une dalle altre. Vi ha un ordine di origine pur non essendovi né priorità di tempo, né superiorità gerarchica, né relazione di dipendenza.

Tale é il linguaggio della Rivelazione; né noi avremmo potuto pervenire alla conoscenza di queste cose se esse non ci fossero state svelate e se Gesù Cristo non avesse voluto per l'esercizio della nostra fede e per la gioia delle anime nostre farle conoscere a noi («Perché gettarsi in questi abissi? Perché Gesù Cristo ce li ha voluti scoprire? Perché vi ritorna egli sopra sì spesso? E possiamo noi non arrestare dinanzi a queste verità, senza dimenticare la sublimità della dottrina cristiana? Se non che è d'uopo arrestarcisi tremando, è d'uopo fermarcisi mediante la fede: ci bisogna, ascoltando Gesù Cristo e le sue parole divine credere che esse vengono da un Dio e credere nel medesimo tempo che questo Dio donde esse vengono, viene egli stesso da Dio e che egli è Figlio; e a ciascuna parola che noi ascoltiamo occorre risalire fino alla sorgente, e contemplare il Padre nel Figlio e il Figlio nel Padre». Bossuet, Meditazioni sul Vangelo, La Cena, l.a parte, 86° giorno)

Quando, nell'eternità, contempleremo Dio, vedremo che appartiene all'essenza della vita divina l'essere uno in tre persone. «Il vero Dio che ci bisogna conoscere per avere la vita eterna» (Joan. XVII, 3) è colui di cui noi adoriamo la trinità delle persone nell'unità di natura.

Venite! Adoriamo questa meravigliosa società nell'unità, questa mirabile eguaglianza di perfezione nella distinzione delle persone. ­ O Dio, o Padre dalla incommensurabile maestà, Patrem immensae majestatis, io vi adoro; adoro il Figlio vostro poiché egli è degno come voi di ogni riverenza, essendo il vostro vero unico Figlio e Dio come voi! Venerandum tuum verum et unicum Filium; o Padre, o Figlio, io adoro il vostro comune Spirito, il vostro eterno legame di amore: Sanctum quoque Paraclitum Spiritum. O Beata Trinità, io vi adoro!...

II. Funzioni del Verbo nella Trinità: egli riconosce che tutto gli viene dal Padre; egli è la sua immagine; egli si riporta a lui per amore.

Appuntiamo ora gli sguardi della nostra fede sul Verbo per conoscere ed ammirare alcune delle sue proprietà. Egli è il Figlio, che, nato eternamente dal Padre, deve nascere nel tempo da una vergine per diventare l'Uomo-Dio e compiere i misteri della nostra salute. Ma come imitarlo, come rimanere a lui uniti senza conoscerlo?

Nella santa Trinità, il Figlio si distingue dal Padre per la sua proprietà di «essere Figlio». Quando noi diciamo di un uomo che egli è il tal figlio, noi determiniamo due cose differenti: la sua natura umana individuale e la sua qualità di figlio. Non avviene cosi nella Trinità. Il Figlio è realmente identificato con la natura divina (che egli possiede in un modo indivisibile col Padre e con lo Spirito Santo); e ciò che lo distingue dalla persona del Padre, ciò che costituisce propriamente la sua personalità non è già l'essere egli Dio, ma l'essere Figlio e in quanto persona divina, egli non è che Figlio, unicamente Figlio; egli è, se così è lecito esprimermi, una figliazione vivente; egli è «orientato» eternamente verso il Padre. E allo stesso modo che il Padre proclama la sua ineffabile fecondità: Filius meus es tu, ego hodie genui te; (Ps. II, 7) il Figlio riconosce che egli è Figlio, che il Padre è il suo principio, la sua sorgente, e che tutto viene da lui; è questa, se è lecito parlare cosi, la prima «funzione» del Verbo.

Aprite i Vangeli, specialmente quello di S. Giovanni, e vedrete il Verbo incarnato mettere in evidenza, senza tregua, per farcela comprendere, questa proprietà. Cristo non fa che proclamare che nella sua qualità di Figlio unico egli possiede tutto dal Padre suo. «Io vivo per il Padre, egli dice ai suoi Apostoli; la mia dottrina non viene da me, ma da colui che mi ha mandato»; il Figlio non può far niente da sé, ma solo ciò che egli vede fare al Padre, e tutto ciò che il Padre fa, il Figlio ugualmente lo fa; il Figlio non fa niente da sé, e secondo che egli comprende e giudica, il suo giudizio è giusto perché egli non cerca la sua volontà ma la volontà di colui che l'ha mandato... «Io non fo nulla da me, ma io dico ciò che mi ha insegnato il Padre» (Joan. VI, 58; VII, 16; 19, 30; VIII. 28). Che mai vuol far intendere il Signore con queste parole misteriose se non che egli nella sua qualità di Figlio, pur essendo eguale al Padre, possiede ogni cosa da lui? Ovunque, in tutte le circostanze notevoli della sua vita, come, ad esempio, nella resurrezione di Lazzaro, Gesù Cristo mette in rilievo le relazioni ineffabili che fanno di lui l'unico dell'eterno Padre.

Leggete sopra tutto il discorso e la preghiera di Gesù nell'ultima cena quando nel momento di dar termine col suo sacrificio sulla croce alla serie dei suoi misteri, egli solleva un angolo del velo che nasconde ai nostri sguardi la vita divina, e constaterete con quale insistenza egli ritorna sull'argomento della sua figliazione eterna e sulle proprietà che ne sono il privilegio: «Padre, l'ora è venuta: glorificate vostro Figlio acciocché vostro Figlio vi glorifichi... Glorificatemi della gloria che io avevo presso di voi prima che il mondo fosse... Gli uomini che voi mi avete affidati sanno ormai che tutto ciò che mi avete dato viene da voi... Essi hanno riconosciuto veramente che io sono uscito da voi... Tutto ciò che è mio è vostro, e tutto ciò che è vostro è mio... Che essi siano uno, come voi, o Padre mio, siete in me ed io in voi... Padre, coloro che mi avete dati io voglio che siano con me là dove sono io, affinché essi vedano la gloria che voi mi avete data perché mi avete amato prima della creazione del mondo» (Joan. XVII).

Quale mirabile rivelazione del Padre e del Figlio e delle loro incomprensibili relazioni non ci offrono queste parole! Noi veramente, come dice S. Giovanni all'inizio del suo Vangelo, non abbiamo visto Dio, ma il Figlio unico che è nel seno del Padre ci ha rivelato qualche cosa dei segreti della sua vita. - Io credo, o Gesù, che voi siete il Figlio unico del Padre, e Dio come lui, ma accrescete voi la mia fede!

La seconda «funzione» del Verbo è quella, come dice S. Paolo, ai essere «l'immagine del Padre»: Imago Dei invisibilis (Col. I, 15). – Non già un'immagine qualsiasi, ma un'immagine perfetta, vivente. Il Verbo è lo splendore della gloria del Padre. la figura della sua sostanza, il riflesso della sua luce eterna: Splendor gloriae et figura substantiae ejus (Hebr. 1, 3). Egli è, come indica il termine greco, il «carattere», l'espressione adeguata di Dio e come l'impronta che il sigillo segna sulla cera. La gloria di un figlio è di essere l'immagine vivente del Padre suo. Lo stesso accade del Verbo. L'eterno Padre guardando suo Figlio, vede in lui la riproduzione perfetta dei suoi divini attributi poiché il Figlio riflette perfettamente, come uno specchio senza macchia, speculum sine macula, (Sap. VII, 26) tutto ciò che il Padre gli dà. Ed è per questo che il Padre contemplando suo Figlio e vedendo in lui tutte le sue perfezioni, rapito a questo spettacolo, dichiara al mondo che questo Figlio è l'oggetto di tutto il suo amore: Filius meus dilectus in quo mihi BENE complacui (Matth. XVII, 5). Perciò quando il Verbo prende carne, egli non può a meno di rivelarci il Padre, di manifestarci Dio. Quando, nell'ultima Cena, nostro Signore ebbe parlato del Padre suo in termini così commoventi, l'apostolo Filippo gli disse: «Signore, mostraci il Padre e ne avremo abbastanza e saremo paghi!». Che cosa gli risponde Gesù? «E che! io sono con voi da tanto tempo e voi non mi conoscete ancora? Filippo, chi vede me vede mio Padre»: Qui videt me, videt et Patrem (Joan. XIV, 8-9). Quale profondità in queste parole! A noi basta vedere Gesù, il Verbo Incarnato, per conoscere il Padre di cui egli è l'immagine. Tutte le perfezioni del Padre sono tradotte da Cristo in gesti umani e in un linguaggio accessibile alle nostre deboli anime. Ricordiamoci sempre di queste parole: Qui videt me, videt et Patrem.

Noi ci occuperemo al più presto dei principali misteri di Gesù. Colui che noi contempliamo è Dio, l'Essere infinito, sovrano e onnipotente. Quel fanciullo giacente in una mangiatoia, adorato dai pastori e dai magi è Dio; quel giovanetto che lavora come un oscuro operaio in una povera bottega è Dio; quell'uomo che guarisce gli ammalati. che moltiplica i pani, che perdona ai peccatori e salva le anime è Dio; è Dio ancora quel profeta perseguitato dai suoi nemici, quell'agonizzante che combatte contro la noia, il timore e la tristezza; quel condannato che muore sulla Croce; e quell'ostia custodita dal tabernacolo e che io vado a ricevere alla santa mensa è Dio: Qui videt me, videt et Patrem.

E tutte quelle perfezioni svelate dagli stati o dai misteri di Gesù: quella Sapienza che non è mai possibile cogliere in fallo, quella potenza che meraviglia ed entusiasma le folle, quella misericordia inaudita verso i peccatori, quella infaticabile bontà che sopporta tutte le ingiurie, quello zelo ardente per la giustizia, quella pazienza inalterabile agli insulti, quell'amore che si offre, sono tutte perfezioni di un Dio e del nostro Dio: perché colui che vede Gesù vede il Padre. contempla Dio. Nel finire la sua preghiera sacerdotale Cristo diceva a suo Padre: «Io vi ho fatto conoscere ai miei discepoli, o Padre, ed io vi farò conoscere ancora, affinché l'amore di cui voi mi avete amato sia in essi» (Ioan. XVII, 26). O Gesù, per mezzo dei vostri misteri, svelateci il Padre vostro, le sue perfezioni, le sue grandezze, i suoi diritti, le sue volontà; mostrateci quello che egli è per voi, quello che egli è per noi, affinché noi l'amiamo ed egli ci ami e noi non domanderemo più nulla: Ostende nobis Patrem, et sufficit nobis!

La terza «funzione» del Verbo è quella di ritornare, per amore, al Padre suo.

Nella SS. Trinità, l'amore del Figlio per il Padre è infinito. Se il Verbo proclama che egli tutto riceve dal Padre suo, egli tutto gli riferisce in egual modo con amore, e da questo movimento di amore che incontra quello del Padre, procede quella terza persona che la rivelazione chiama con un nome misterioso: lo Spirito Santo e che è l'amore sostanziale del Padre e del Figlio. Quaggiù, l'amore di Gesù per il Padre suo risplende in un modo ineffabile. Tutta la vita di Cristo, tutti i suoi misteri si riassumono in quella parola che ci riferisce S. Giovanni: Diligo Patrem: (Ibid. XIV. 31) «Io amo mio Padre». Nostro Signore ha indicato egli stesso agli Apostoli il criterio infallibile dell'amore: «Se voi osservate i miei comandamenti voi resterete nel mio amore». E tosto ci presenta se stesso ad esempio: «Come io stesso ho osservato i comandamenti del Padre mio e cosi sono restato nel suo amore» (Ibid. XV, 10).

Gesù è rimasto costantemente nell'amore del Padre, perché egli ha fatto sempre la sua volontà. S. Paolo ci dichiara espressamente che il primo movimento del cuore del Verbo incarnato è un movimento di amore: «Eccomi, o Padre, per fare la tua volontà!» (Hebr. X. 7). In quel primo sguardo della sua vita terrena, l'anima di Gesù vide tutta la successione dei suoi misteri, gli abbassamenti, le fatiche, le sofferenze e, con un atto di amore, ha accettato di realizzare questo programma. Questo movimento di amore verso suo Padre non è mai cessato. Nostro Signore ha potuto dire: Quae placita sunt ei facio semper (Ioan. VIII. 29). «Io faccio sempre quello che piace a mio Padre», ed egli infatti tutto adempie fino all'ultimo ed accetta tutto ciò che il Padre gli domanda fino all'amaro calice dell'agonia: Non mea voluntas sed tua fiat, (Luc. XXV II, 42) fino alla morte ignominiosa della Croce: Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem, sic facio (Joan. XIV, 31). E quando egli ha tutto compiuto, l'ultimo palpito del suo cuore, il suo ultimo pensiero è per il Padre: «Padre, nelle vostre mani consegno l'anima mia» (Luc. XXIII, 46).

L'amore di Gesù per il Padre è nel fondo di tutti i suoi stati e spiega tutti i suoi misteri. 

III. Noi dobbiamo imitare il Verbo divino nei suoi stati. 

Il Verbo divino è il nostro modello, la forma stessa della nostra predestinazione. E poiché anche dopo l'Incarnazione, egli rimane quello che è: il Verbo coeterno al Padre, ne segue che la nostra imitazione del Cristo deve estendersi non solo alle sue umane virtù, ma ancora al suo essere divino. 

Insieme a Gesù noi dobbiamo anzitutto riconoscere e proclamare che tutto gli viene dal Padre. Quando, nell'ultima Cena, Gesù prega suo Padre per i suoi Apostoli, quale ragione invoca egli per raccomandarglieli? «Padre, gli uomini che voi mi avete affidati sanno ora che tutto ciò che mi avete dato viene da voi... Essi hanno veramente riconosciuto che io sono uscito da voi ed essi hanno creduto che voi mi avete mandato. Io prego per loro..». Il Verbo incarnato vuole che noi riconosciamo che egli tutto riceve dal Padre; molte volte lo ha ripetuto ai suoi discepoli! Gli facciamo dunque cosa grata se noi lo riconosciamo con lui. E ciò è grato anche al Padre. Nella medesima Cena Gesù diceva ai suoi Apostoli: «Il Padre vi ama». Quale parola più dolce di questa e più ispiratrice di confidenza? Non viene da colui che conosce i segreti del Padre? «Il Padre vi ama». E quale ragione porta? «Perché voi mi avete amato e avete creduto che io sono uscito dal Padre» (Joan. XVI, 27). Credere, - d'una fede pratica che ci abbandona a lui per servirlo - che Gesù, Verbo incarnato, è uscito dal Padre, è il modo migliore di piacere a Dio. Ripetiamo dunque sovente, con riverenza profonda, specialmente dopo la comunione, le parole del Credo: «O Gesù, voi siete il Verbo, nato dal Padre prima dei secoli; voi siete Dio uscito da Dio; luce scaturita dalla luce, vero Dio nato da vero Dio; generato, non creato, avendo la medesima sostanza del Padre, dal quale ogni cosa è stata fatta. Io lo proclamo con le mie labbra, concedetemi la grazia di proclamarlo anche con le opere mie!».

Noi dobbiamo in seguito riconoscere che anche noi abbiamo tutto dal Padre e questo a un duplice titolo: come creature e come figli di Dio. Prima di tutto come creature. - E' verità indiscutibile che la creazione è l'opera di tutta la Trinità. Se non che voi non ignorate che essa è attribuita specialmente al Padre (Cfr. la conferenza: Lo Spirito Santo, nel volume: Cristo vita dell'anima). E perché? Perché nella vita intima divina il Padre è il principio del Figlio, e, con il Figlio, il principio dello Spirito Santo. Perciò le opere esteriori che presentano un carattere di origine, sono attribuite specialmente al Padre: «Io credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra». Tutta la creazione è sgorgata dalle mani del Padre, non per una emanazione della sua natura, come pretendono i panteisti, ma prodotta dal niente per la virtù onnipotente di Dio.

E' anzi utile per noi riconoscere e magnificare questa dipendenza. Indubbiamente Dio non ha bisogno delle nostre lodi, ma è giusto che noi riconosciamo la nostra qualità di creature con azioni di grazie a Colui che ci ha dato l'essere e la vita: «O mio Dio, siete voi che mi avete creato: Manus tuae fecerunt me totum in circuitu; (Job. X. 8) tutto quanto io ho: corpo, anima, intelligenza, volontà, salute, io lo possiedo da voi; io vi adoro e vi ringrazio e, in ricambio, mi abbandono interamente a voi per adempiere la vostra volontà».

Ma è sopratutto perché siamo figli di Dio che dobbiamo coltivare in noi questi sentimenti. Alla figliazione divina, necessaria ed eterna del suo unico Figlio, il Padre ha voluto aggiungere, per un atto di amore infinitamente libero, una figliazione di grazia: egli ci adotta per figli per modo che noi un giorno divideremo la beatitudine della Sua vita intima. E' un mistero inesplicabile, ma la fede ci insegna che quando un'anima riceve la grazia santificante del battesimo, viene a partecipare della natura divina: Divinae consortes naturae, (II Petr. I, 4) e diventa veramente figlia di Dio: Dii estis et filii excelsi omnes (Ps. LXXXI, 6; Joan. X, 34). S. Giovanni parla di «una nascita divina». Ex Deo NATI sunt, (Ibid. I. 13) non già nel senso proprio della parola, cioè per natura, come il Verbo, che è generato nel seno del Padre, ma per qualche cosa di analogo: Voluntarie GENUIT nos verbo veritatis (Jac. I, 18).

In un senso reale e vero noi siamo generati divinamente dalla grazia. Insieme al Verbo noi possiamo dire: «O Padre, io sono vostro Figlio, io sono uscito da voi!». Il Verbo lo dice necessariamente, per diritto, essendo essenzialmente il proprio Figlio di Dio; noi non lo possiamo dire che per grazia in quanto figli adottivi; - il Verbo lo dice da tutta l'eternità; noi lo diciamo nel tempo, per quanto il decreto di questa predestinazione sia eterno; - per il Verbo, queste parole non esprimono che un rapporto di origine col Padre; per noi, vi si aggiunge una relazione di dipendenza. Ma tanto per noi che per lui esiste una vera figliazione: noi siamo per grazia i figli di Dio. Il Padre vuole che, nonostante la nostra indegnità, noi lo chiamiamo col nome di «Padre»; Quoniam estis filii, misit Spiritum Filii sui in corda nostra clamantem: Abba, Pater (Galat. IV, 6). Egli «manda lo Spirito del Figlio suo» proprio per questo. Questa invocazione piace al Padre celeste. E' cosa ineffabile, ma è la verità. «Guardate, diceva S. Giovanni, quale amore ci manifesta Dio permettendoci di chiamarci e di essere figli suoi»: Videte qualem caritatem dedit nobis PATER ut filii Dei nominemur et SIMUS (Joan. III, 1).

E a garantire questo decreto di adozione, Dio moltiplica sulla nostra strada, con una profusione magnifica, i celesti favori: l'Incarnazione, la Chiesa, i sacramenti, l'Eucaristia sopratutto, le ispirazioni del suo Spirito. Per modo che «ogni dono che ci innalza fino a lui, ogni grazia che ci perfeziona, promana dall'alto, dal Padre della luce» (Jac. I, 17).

Questo pensiero colma l'anima di una fiducia grande ed anche di una profonda umiltà. Se posso così esprimermi, noi dobbiamo derivare da Dio ogni nostra attività; deporre ai suoi piedi tutti i nostri pensieri, i nostri giudizi, le nostre proprie volontà per non più pensare, giudicare, volere od agire se non come Egli lo vuole. Gesù non agiva forse così? Verbo incarnato, egli «niente faceva che non vedesse fare al Padre» (Joan. V, 19). Lo stesso deve essere di noi, fatta la debita proporzione. Noi dobbiamo sacrificare a Dio quanto vi ha di sregolato nel bisogno che proviamo di essere qualche cosa da noi stessi e di non appoggiarci che in noi stessi. Perciò prima di fare qualche cosa imploriamo il soccorso del nostro Padre dei Cieli come praticava Gesù.

E' questo l'omaggio pratico per il quale noi riconosciamo la nostra dipendenza dal Padre, che è nostro Dio, e per il quale noi proclamiamo come Gesù che tutto quanto abbiamo lo riceviamo dal Padre; (Joan. XVII, 7).

Dobbiamo inoltre imitare il Verbo anche in quanto è Egli l'immagine del Padre. - La sacra Scrittura ci dice che Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Portiamo in noi, come creature, le impronte della potenza, della sapienza e della bontà divina. Ma la somiglianza con Dio l'acquistiamo sopratutto mediante la grazia santificante, essendo questa grazia, come si esprime S. Tommaso, una somiglianza partecipata della natura divina: Participata similitudo divinae naturae (III, q. LXII, a. 1). La grazia insomma è deiforme, a voler adoperare un termine teologico, perché essa mette in noi una somiglianza divina. Quando contempla il suo Verbo, il Padre, alla vista della perfezione del Figlio, che, nascendo da lui, riflette in un modo così adeguato la sua perfezione, esclama: «Tu sei il mio Figlio diletto in cui ho poste tutte le mie compiacenze». Si verifica qualche cosa di analogo in un'anima adornata della grazia: il Padre pone in essa le sue compiacenze. «Se alcuno mi ama, diceva Gesù, mio Padre l'amerà, e noi verremo in lui e porremo in lui la nostra dimora» (Joan. XIV, 23). La grazia santificante è il primo e fondamentale elemento della nostra assimilazione a Dio e della somiglianza divina, ma è certo che noi dobbiamo essere l'immagine del nostro Padre anche per le nostre virtù. - Cristo stesso ce lo ha detto: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Matth. V, 48). Imitate la sua bontà, la sua mansuetudine, la sua misericordia; per tal modo riprodurrete in voi i suoi lineamenti. «Siate, diceva S. Paolo dopo Gesù, gli imitatori di Dio come si conviene a figli diletti» (Eph. V, 1).

Indubbiamente questa rassomiglianza non è possibile vederla con gli occhi carnali per quanto essa si riveli al di fuori con le opere della santità; essa si forma e si perfeziona nell'anima, e se quaggiù il suo splendore è velato e la sua magnificenza nascosta, verrà però il giorno in cui essa sboccerà e si svelerà agli occhi di tutti; «Quando vedremo Dio tale quale è noi saremo simili a lui» perché allora noi saremo dei tersi specchi su cui verrà a risplendere la divinità: Similes ei erimus, quoniam videbimus eum siculi est (I Joan. III, 2).

Infine, noi dobbiamo, come il Verbo, donarci interamente al nostro Padre celeste, per amore. - Tutto in noi deve venire da Dio per la grazia, tutto in noi deve ritornare al nostro Padre per un movimento di amore. Bisogna che Dio sia non soltanto il principio ma anche il fine di tutte le nostre opere.

Perché le nostre opere siano accette al nostro Padre celeste, bisogna che siano animate dall'amore. Qualunque cosa noi facciamo di grande o di piccolo, di splendente o di oscuro, noi dobbiamo cercare in tutto soltanto la gloria del nostro Padre, agire per glorificare il suo nome, estendere il suo regno, fare la sua volontà: qui sta il segreto di ogni santità. 

IV. In qual modo Cristo è il mezzo stabilito da Dio per realizzare in noi la partecipazione alla figliazione del suo Verbo. 

Le meraviglie dell'adozione divina sono così grandi che il linguaggio umano è impotente ad esaurirle. E' certamente una cosa mirabile che Dio ci adotti per figli suoi, ma il mezzo che egli ha scelto per realizzare in noi questa adozione è più mirabile ancora. E qual è questo mezzo? Il suo proprio Figliuolo: In dilecto Filio suo (Eph. I, 6). Altrove è stata già chiarita (cfr. La nostra predestinazione adottiva in G. C., § IV, nel volume: Cristo vita dell'anima, cit.) questa verità, ma essa è così vitale che bisogna ritornarci sopra.

Dio ci ha creato per mezzo del Verbo. - Dopo aver detto che «in principio il Verbo era Dio», S. Giovanni aggiunge: «E tutte le cose sono state fatte per lui e niente è stato fatto senza di lui». Qual è il significato di queste parole? Nella santa Trinità il Verbo non è soltanto l'espressione di tutte le perfezioni del Padre, ma anche di tutte le possibili creature che hanno nell'essenza divina il loro prototipo e il loro esemplare. Quando Dio crea, produce degli esseri che realizzano uno dei suoi pensieri. - Inoltre egli crea con la potenza della sua parola: «Egli ha parlato e tutte le cose sono state fatte»: Ipse dixit et facta sunt (Ps. CXLVIII. 5). Perciò si legge nelle sante Scritture che Dio crea col Verbo tutte quante le cose. E' evidente dunque l'intima relazione col Verbo determinata in noi dalla creazione. Per il solo fatto della nostra creazione noi rispondiamo a un'idea divina, noi siamo il frutto di un pensiero eterno contenuto nel Verbo. Dio conosce perfettamente la sua essenza; esprimendo questa conoscenza egli genera il Verbo e nel suo Verbo egli vede l'esemplare di tutte le creature. A questo modo ciascuno di noi rappresenta un pensiero divino e la nostra santità individuale consiste nel realizzare questo pensiero concepito da Dio prima della nostra creazione. In questo senso dunque noi procediamo da Dio per il Verbo e noi dobbiamo, come il Verbo, essere l'espressione pura, perfetta, del pensiero di Dio su di noi. - Ciò che ostacola la realizzazione di questo pensiero, è l'alterazione che noi portiamo all'opera di Dio: perché alterare il divino, è l'opera, purtroppo, che ci appartiene in proprio, nella creazione; in proprio, cioè, soltanto nostra, Dio escluso. Cosi tutto ciò che viene da noi si trova in disaccordo con la volontà divina: il peccato, le infedeltà, le resistenze alle ispirazioni dell'alto, le nostre viste puramente umane e naturali: ecco altrettante cose con le quali noi guastiamo l'idea divina in noi.

Se non che, questa relazione col Verbo è ben più profonda ancora nell'opera della nostra adozione. L'apostolo S. Giacomo ci dice che «ogni dono, ogni grazia discende dall'alto, dal nostro Padre celeste» ed aggiunge: «Di propria volontà il Padre ci ha generati con la parola della verità»: Voluntarie genuit nos verbo veritatis. L'adozione divina mediante la grazia che ci rende figli di Dio si compie per mezzo del Verbo. E' questa una verità sulla quale S. Paolo ritorna con la maggiore frequenza. Come S. Giacomo egli proclama che tutte le benedizioni vengono dal Padre e si riannodano al decreto della nostra adozione in Gesù Cristo suo Figlio diletto. Nel disegno divino noi non diveniamo figli di Dio che in Gesù Cristo, Verbo incarnato: Elegit nos in ipso (Eph. I, 3-4). Il Padre non ci riconoscerà per figli suoi se noi non avremo i lineamenti del suo Figlio Gesù (Rom. VIII, 29), così che solo in qualità di coeredi di Cristo dobbiamo un giorno entrare nel seno del Padre.

Ecco il decreto divino. Consideriamo ora la realizzazione, nel tempo, di questo eterno disegno, o meglio, la maniera con cui è stato restaurato il piano divino dopo essere stato attraversato dal peccato di Adamo.

Il Verbo eterno si fa carne. Il Salmista dice del Verbo che «egli si è lanciato come gigante a percorrere la sua via»: Exultavit ut gigas ad currendam viam. Egli sorge dal più alto dei cieli: A summo caelo egressio ejus; e risale alla medesima sommità: Et occursus ejus usque ad summum ejus (Ps. XVIII, 6-7). Questa egressio a summo caelo, è la nascita eterna nel seno del Padre: Exivi a Patre; il suo ritorno è la sua ascensione verso il Padre: Relinquo mundum, et vado ad Patrem (Joan. XVI, 28).

Ma egli non risale solo. Questo gigante si è messo alla ricerca della perduta umanità; egli l'ha rialzata; e, in una stretta di amore, la porta con sé nella sua corsa per collocarla presso di sé in sinu Patris: «Io risalgo a mio Padre che è anche vostro Padre; ed io vado a prepararvi un posto nella casa del Padre mio». Tale l'opera di questo divino gigante: ricondurre nel seno del Padre, alla sorgente divina di ogni beatitudine, l'umanità decaduta restituendole, con la sua vita e il suo sacrificio, la grazia dell'adozione.

Oh! noi dobbiamo ben dire con l'Apostolo: Sia benedetto il Padre di nostro Signore Gesù Cristo di averci colmati, per mezzo del Figlio suo, di ogni benedizione spirituale, di averci fatto sedere con lui in mezzo agli splendori celesti ove egli genera, nel seno di una eterna felicità, il Figlio del suo amore! Consedere fecit nos in caelestibus (Eph. II, 6). Oh sì, che egli sia benedetto! Ed anche sia benedetto il Verbo divino fatto carne per noi e che con l'effusione del sangue suo ci ha restituita l'eterna eredità! O Gesù, Figlio diletto del Padre, a voi sia ogni lode e ogni gloria! 

V. Conseguenza pratica di queste dottrine: rimanere uniti al Verbo incarnato con la fede, le opere, il Sacramento dell'Eucaristia. 

Quali le conseguenze pratiche di questa dottrina?

Se il Padre eterno ha decretato che noi saremo suoi figli ma che non lo potremo essere che nel Figlio suo: Praedestinavit nos in adoptionem filiorum PER JESUM CHRISTUM, (Eph. I, 5) e che noi non potremo aver parte all'eredità della sua beatitudine che per mezzo del Figlio suo, è chiaro che noi non possiamo realizzare il disegno divino su noi e garantire, in conseguenza, la nostra salvezza, se non rimanendo uniti al Figlio, al Verbo. Non dimentichiamolo mai: Non vi ha per noi altra via per andare al Padre: Nemo venit ad Patrem, nisi per me (Joan. XIV, 6). Nessuno, nemo, si può lusingare di pervenire al Padre altrimenti che per mezzo del Figlio. E andare al Padre, pervenire fino a lui, non è tutta la salvezza e tutta la santità? Ora, per qual modo siamo noi uniti al Verbo? Innanzi tutto per la fede, - «in principio era il Verbo e il Verbo era Dio e tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui; egli è venuto nel mondo fatto da lui, e i suoi non l'hanno ricevuto. Ma a quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il potere di divenire figli di Dio, cioè a quelli che credono nel suo nome, che sono per tal modo nati da Dio».

Il Padre eterno presenta il suo Verbo al mondo: «Ecco mio Figlio, ascoltatelo». Se noi lo riceviamo con fede, vale a dire, se noi crediamo che egli è il Figlio di Dio, il Verbo ci fa partecipare a quanto ha di meglio, la sua divina figliazione, dividendo con noi la sua qualità di Figlio, facendoci la grazia dell'adozione: Dedit eis potestatem filios Dei fieri; e dandoci così il diritto di chiamare Dio nostro Padre.

Ogni nostra perfezione consiste nella nostra fedele imitazione del Figlio di Dio. Ora S. Paolo ci dice che «ogni paternità deriva dal Padre»: Ex quo omnis paternitas nominatur (Eph. III, 15). Lo stesso si può dire del Figlio: Ex quo omnis filiatio nominatur. Egli solo, il Figlio, ci può insegnare per mezzo del suo Spirito in qual modo noi dobbiamo essere figli: Quoniam estis filii, misit Deus spiritum FILII SUI in corda vestra clamantem: Abba, Pater (Galat. IV, 6).

Noi dobbiamo ricevere lo stesso Figlio; vedere sempre in lui, qualunque sia lo stato nel quale lo contempliamo, il Verbo coeterno al Padre. Quindi dobbiamo ricevere i suoi insegnamenti, la sua dottrina. Egli è nel seno del Padre, e con le sue parole egli ci rivela quello che sa: Ipse enarravit. La fede è la conoscenza che abbiamo, per mezzo del Verbo, dei misteri divini. Quale che sia adunque la pagina del Vangelo che leggiamo e che la Chiesa ci presenta nelle diverse celebrazioni dei misteri del suo Sposo, dobbiamo sempre dire che quelle parole sono le parole del Verbo: Verba Verbi, di colui che esprime i pensieri, i desideri, i voleri del nostro Padre dei cieli: Ipsum audite (Matth. XVII, 5; Luc. IX, 35). Cantiamo sempre Amen a tutto ciò che noi ascoltiamo del Verbo, in ciascuna pagina della liturgia che la Chiesa stacca dal Vangelo per proporla alla nostra fede. Diciamo a Dio: «O Padre, io non vi conosco, perché io non vi ho mai veduto, ma io accolgo tutto ciò che il vostro divin Figlio, il vostro Verbo mi rivela di voi». Eccellente è questa preghiera, e spesso, quando essa è fatta con fede ed umiltà, «un raggio di luce discende dall'alto» (Cf. Jac. I, 17) che rischiara quei passi che noi leggiamo per cui possiamo penetrare nella loro profondità e attingervi dei principii di vita.

Poiché il Verbo non è soltanto l'espressione delle perfezioni del Padre, ma anche di tutte le sue volontà. Tutto ciò che il Verbo ci ordina e ci prescrive nel suo Vangelo o per mezzo della Chiesa è l'espressione degli adorabili voleri e dei desideri del nostro Padre celeste. E se adempiamo con amore i precetti datici da Gesù noi rimarremo uniti a lui, e, per lui, al Padre (Joan. XV, 10; XIV, 21). Questa è la vera formula della santità: aderire al Verbo, alla sua dottrina, ai suoi precetti e per lui al Padre che lo manda e gli «affida le parole che noi dobbiamo ricevere» (Joan. XVII, 8).

Finalmente noi rimaniamo uniti al Verbo, specialmente col Sacramento dell'unione, l'Eucaristia. E' il pane di vita, il pane dei figli (Sequenza Lauda Sion). Sotto le specie eucaristiche vi è veramente nascosto il Verbo, colui che nasce eternamente nel seno della divinità. Quale mistero! Colui che ricevo nella comunione è il Figlio generato da tutta l'eternità, il Figlio diletto al quale il Padre comunica la sua vita, la sua vita divina, la pienezza del suo essere e della sua infinita beatitudine. Oh come nostro Signore aveva ragione di dire: «Il Padre mi ha data la vita; come io vivo per il Padre, così, colui che mi mangia vivrà per me»: Et qui manducat me, et ipse vivet propter me... «Egli rimane in me ed io in lui»: In me manet et ego in illo (Joan. VI, 57-58).

Se noi domandiamo ciò che possiamo fare di più gradito al suo Sacro Cuore, certamente ci dirà, anzitutto, di essere, come lui, figli di Dio. - Se vogliamo dunque piacergli riceviamolo ogni giorno nella comunione eucaristica e diciamogli: «O Gesù, voi siete il Figlio di Dio, l'immagine perfetta del vostro Padre, voi conoscete il Padre vostro, voi siete tutto in lui, voi vedete la sua faccia; accrescete in me la grazia di adozione che mi rende figlio di Dio; insegnatemi ad essere per la vostra grazia e per le mie virtù; come voi ed in voi, un degno figlio del Padre celeste». E' certo che se noi chiederemo questa grazia con fede il Signore ce la darà. Egli stesso l'ha detto: «Il Figlio non vuole se non ciò che vuole il Padre» (Joan. V, 19). Il Figlio perciò entra pienamente nelle vedute del Padre suo, e quando egli si dona lo fa per stabilire, conservare, aumentare in noi la grazia di adozione. Tutta la sua personale vita divina è di essere ad Patrem, dandosi a noi egli si dà quale è, tutto orientato verso il Padre e la sua gloria, per cui, quando lo riceviamo con fede, fiducia ed amore, egli non può a meno di produrre in noi questa orientazione verso il Padre. Questo dobbiamo domandare e cercare senza tregua: che tutti i nostri pensieri, aspirazioni, desideri, tutta la nostra attività vadano, per la grazia della figliazione e l'amore, al nostro Padre dei cieli nel suo Figlio Gesù: Viventes Deo in Christo Jesu (Rom. VI, 11). 

VI. Queste verità, per quanto sublimi, costituiscono il fondamento stesso del Cristianesimo e la sostanza di ogni santità. 

Ma voi mi farete osservare che queste sono idee assai elevate, e che questo è uno stato quanto mai sublime. E' vero; tuttavia che cosa ho fatto se non ripetervi quanto il Verbo stesso ci ha rivelato e S. Giovanni e S. Paolo ci hanno ripetuto dopo Gesù? No, non sono questi dei sogni, sono delle realtà, delle divine realtà.

E queste realtà costituiscono l'essenza del Cristianesimo. Non comprenderemo mai niente non solo della perfezione e della santità ma neppure del semplice Cristianesimo se non ci persuadiamo che il fondo più essenziale è costituito dallo stato di figlio di Dio, dalla partecipazione, per mezzo della grazia santificante, alla figliazione eterna del Verbo incarnato. Tutti gli insegnamenti di Cristo e degli Apostoli si riassumono in questa verità, tutti i misteri di Gesù tendono a determinare questa realtà nell'anima nostra.

Non dimentichiamolo dunque mai: ogni vita cristiana, come ogni santità, si riduce a questo: essere per grazia ciò che Gesù è per natura: il Figlio di Dio. In ciò è il sublime della nostra religione. La sorgente di tutte le grandezze di Gesù, del valore di tutti i suoi stati, della fecondità di tutti i suoi misteri è la sua generazione divina, la sua qualità di figlio di Dio. Allo stesso modo il santo più sublime del cielo è colui che quaggiù è stato figlio di Dio nel modo più perfetto e che meglio ha fatto fruttificare la grazia della sua adozione soprannaturale in Cristo. In conseguenza tutta la nostra vita spirituale deve posare su questa verità fondamentale e ogni nostra fatica per raggiungere la perfezione deve ridursi a custodire fedelmente e a far sbocciare nella misura più abbondante la nostra partecipazione alla figliazione divina di Gesù. 

E non diciamo che questa vita è troppo elevata, che questo programma è irrealizzabile. Certo, per la nostra natura abbandonata a se stessa, questa vita è al di sopra delle esigenze, dei diritti, delle forze del nostro essere e perciò la chiamiamo soprannaturale.

Se non che, «il nostro Padre dei cieli sa ciò di cui abbiamo bisogno»; (Matth. VI, 8) se egli ci chiama a sé, ci fornisce anche il mezzo di poterci arrivare. Egli ci dona suo Figlio perché sia la nostra via, ci insegni le verità e ci comunichi la vita. Basta che noi rimaniamo uniti al Figlio per la grazia e per le nostre virtù perché un giorno possiamo partecipare alla sua gloria in sinu Patris.

Che cosa diceva Gesù alla Maddalena dopo la sua risurrezione? Ascendo ad Patrem meum: «Io risalgo a mio Padre»; ed aggiunge: «Che è anche vostro Padre», Et Patrem vestrum (Joan. XX, 17). A che fare? «A prepararci un posto»: Vado parare vobis locum, poiché «nella casa del Padre suo vi sono molte dimore» (Ibid. XIV, 2).

Egli è risalito presso suo Padre ma vi è risalito da precursore: Praecursor pro nobis introivit Jesus (Hebr. VI, 20). Egli ci ha preceduto, ma perché noi lo seguiamo, non essendo la vita di quaggiù che un passaggio e una prova: «Voi avrete delle tribolazioni in questo mondo», (Joan. XVI, 33.) diceva Gesù nel medesimo discorso, avrete delle contraddizioni da subire in voi stessi, delle tentazioni da sostenere da parte del principe di questo mondo, delle contrarietà che sorgeranno dagli avvenimenti, perché «il servo non è da più del padrone» (Ibid. XV, 20). Ma aggiungeva anche: «Che il vostro cuore non si turbi», non si scoraggi; «abbiate fede e confidenza in Dio e in me» (Ibid. XIV, 1) che sono anche Dio e che «rimango con voi fino alla consumazione dei secoli» (Matth. XXVIII, 20); «la vostra afflizione si cambierà un giorno in gioia» (Joan. XVI, 20). «L'ora verrà quando io stesso verrò a cercarvi per darvi un posto con me nel regno del Padre mio». Accipiam vos ad meipsum ut ubi sum ego et vos sitis (Ibid. XIV, 1).

O divina promessa pronunziata dalla stessa parola incarnata, dal Verbo in persona, dalla Verità infallibile; promessa piena di dolcezza: «Verrò io stesso». Noi saremo con Cristo e per lui col Padre nel seno della beatitudine. «In quel giorno, dice Gesù, voi conoscerete, non più in umbra fidei, nelle ombre della fede, ma nel pieno splendore della luce eterna, in lumine gloriae, che io sono nel Padre, e voi in me ed io in voi»; (Ibid. XIV, 20) voi vedrete «la mia gloria di Figlio unico» (Ibid. l, 14) e questa visione beatifica sarà per voi la sorgente viva di una gioia imperitura e ineffabile.

 

Columba Marmion 

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