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In qual modo possiamo assimilarci: il frutto dei misteri di Gesù (2)

I misteri che Gesù Cristo, Verbo incarnato, ha voluto vivere quaggiù sono stati vissuti per noi; in essi vi si rivela nostro modello e soprattutto egli vuol divenire in essi una stessa cosa con le anime nostre come capo di un unico mistico corpo di cui egli è la testa e noi siamo le membra.

E tale è la virtù di questi misteri da essere sempre efficace ed attiva; dal cielo ove è assiso alla destra del Padre suo, Cristo continua a comunicare alle anime il frutto dei suoi stati diversi a fine di realizzare in loro una rassomiglianza divina con se medesimo.

La partecipazione ai misteri di Gesù reclama il concorso dell'anima nostra.

Se Dio ci rivela i segreti del suo amore per noi, ciò avviene affinché noi li accogliamo, e penetriamo in questi suoi intendimenti e in questi suoi concetti e occupiamo il nostro posto in quel piano provvidenziale al di fuori del quale non vi ha alcuna possibilità di santità e di salvezza; se il Cristo ci apre i tesori insondabili dei suoi vari stati e dei suoi misteri, è perché noi vi possiamo attingere e li facciamo fruttificare, sotto pena, l'ultimo giorno, di essere rigettati (come lo fu il servitore negligente del Vangelo) fuori del regno, nelle tenebre che non hanno fine.

Ma non si cerca ciò che non si conosce; la volontà non s'attacca a beni che l'intelligenza non le presenta: ignoti nulla cupido.

In qual modo, dunque, ora che Cristo ci ha privati della sua presenza sensibile, potremo noi conoscere i suoi misteri, la loro bellezza, la loro armonia, la loro virtù, la loro potenza? In qual modo soprattutto potremo noi stabilire un vivificante contatto con essi per cavarne quelle virtù che trasformeranno un po' alla volta le anime nostre determinandovi quell'unione con Cristo che è condizione indispensabile per essere annoverati tra i suoi discepoli?

E' quanto ci resta a vedere per esaurire l'esposizione di questa verità così feconda, che cioè i misteri di Cristo sono tanto nostri che suoi. 

I. Noi ci associamo ai misteri di Cristo meditando il Vangelo, e, sopratutto, associandoci, nella liturgia, alla Chiesa, Sposa di Gesù. 

La conoscenza di Gesù e dei diversi atteggiamenti si attinge innanzi tutto nel Vangelo.

Queste pagine sacre, ispirate dallo Spirito Santo, contengono la narrazione e gli insegnamenti della vita di Gesù sulla terra. Queste pagine semplici e sublimi lette con fede bastano per farci vedere ed intendere Cristo stesso in persona. L'anima pia che percorre nella preghiera questo unico libro, perviene gradatamente a conoscere Cristo e i suoi misteri, ad addentrarsi nei segreti del suo sacro Cuore, a comprendere insomma questa magnifica rivelazione di Dio al mondo che è Cristo Gesù: Qui videt me, videt et Patrem (Joan. XIV, 9). Essendo questo libro ispirato, ne scaturiscono una tal luce e potenza da illuminare e corroborare ogni cuore retto e sincero. Felice quell'anima che apre ogni giorno questo libro! Essa beve alla stessa sorgente dell'acqua viva. 

Un secondo modo di conoscere i misteri di Gesù consiste nell'associarsi alla Chiesa nella sua liturgia.

Prima di risalire al cielo, Cristo ha detto ai suoi Apostoli, sui quali fondava la Chiesa: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra...(Matth. XXVIII, 18) Io mando voi come il Padre ha mandato me...» (Joan. XX. 21) Chi ascolta voi ascolta me...» (Luc. X, 16). E questo avviene perché la Chiesa è come un prolungamento dell'Incarnazione attraverso le età ed occupa presso di noi il posto stesso di Gesù: dal suo Sposo celeste essa ha ereditato la tenerezza divina; ed ha ricevuto per dote, insieme alla potenza di santificare le anime, tutte quelle ricchezze di grazie che Gesù ha acquistato sulla Croce il giorno delle loro mistiche nozze.

Si può dunque affermare della Chiesa, fatte le debite proporzioni, quello stesso che lo Sposo affermava di se medesimo: essa è per noi la via, la verità, la vita. La via, perché noi non possiamo giungere a Dio se non per mezzo di Gesù Cristo, e non possiamo essere uniti a Cristo se non siamo incorporati (di fatto o di desiderio) alla Chiesa per mezzo del battesimo. - La verità, perché essa con la stessa autorità del suo Fondatore custodisce e propone alla nostra fede le verità rivelate. Finalmente la vita, perché per mezzo del culto pubblico (ch'essa sola ha il diritto di organizzare) per mezzo dei Sacramenti (che essa sola dispensa) distribuisce e mantiene nelle anime la vita della grazia. E' dunque evidente che noi ci santifichiamo nella misura con cui ci lasciamo istruire e dirigere dalla Chiesa, perché, come dice Gesù alla sua Sposa: «Chi ascolta voi, ascolta me» e ascoltare Gesù non è andare al Padre?

Voi sapete che è soprattutto per mezzo della liturgia che la Chiesa educa ed eleva l'anima dei suoi figli per renderli somiglianti a Gesù e per comporre cosi «quella copia di Cristo che è la forma stessa della nostra predestinazione» (Rom. VIII, 29).

Guidata dallo Spirito Santo, che è lo Spirito dello stesso Gesù, la Chiesa svolge, ogni anno, dinanzi agli occhi dei figli suoi, dal Natale all'Ascensione, il ciclo completo dei misteri di Cristo, ora in breve compendio, ora nel loro ordine esattamente cronologico come durante la settimana santa e il tempo pasquale. - Essa in tal modo fa rivivere, non in un modo qualsiasi, ma per mezzo di una rappresentazione viva ed animata, ciascuno dei misteri del suo Sposo divino facendoci percorrere ciascuna tappa della sua vita. - Se noi ci lasciamo guidare da lei perverremo infallibilmente a conoscere i misteri di Gesù e, soprattutto, a conoscere i sentimenti del suo Cuore divino. E tutto questo perché?

La Chiesa, che conosce il segreto del suo Sposo; stacca dal Vangelo le pagine che mettono meglio in rilievo ciascuno dei suoi misteri; quindi, con arte perfetta, le illustra con alcuni passi dei salmi, delle profezie, delle lettere di S. Paolo e degli altri Apostoli e con le citazioni dei Padri antichi. In tal modo essa pone in una luce più viva e più intensa gli insegnamenti del divino Maestro, i particolari della sua vita, le profondità dei suoi misteri. Nel medesimo tempo, mediante scelta opportuna di citazioni di libri santi e di sacri autori, mediante le aspirazioni che essa ci suggerisce, mediante il suo simbolismo e i suoi riti, fa assumere dalle anime nostre la disposizione richiesta dal senso dei misteri, e fa, nascere nei nostri cuori le disposizioni richieste per assimilarci, nella misura più abbondante, i frutti spirituali di ciascuno di essi. 

II. Varietà e fecondità della grazia dei misteri rappresentati nella liturgia. 

Perché, sebbene sia verissimo che è sempre il medesimo Redentore, il medesimo Gesù, che lavora alla medesima opera della nostra santificazione, tuttavia ciascuno dei suoi misteri rappresenta per le anime nostre una nuova manifestazione di Cristo, ciascuno di essi ha la sua particolare bellezza, il suo speciale splendore, allo stesso modo che possiede una sua propria grazia. La grazia che sgorga per noi dalla festa della Natività non ha il medesimo carattere di quella che ci proviene dalla commemorazione della Passione; noi dobbiamo infatti esultare a Natale ed accorarci pei nostri peccati quando contempliamo i dolori ineffabili che sono costati a Cristo i nostri falli; similmente, l'intima gioia che inonda le anime nostre a Pasqua, zampilla da un'altra sorgente e riluce di uno splendore diverso da quello che ci fa vibrare di commozione allorché inneggiamo alla venuta sulla terra del Redentore.

Più di una volta i Padri della Chiesa parlano di ciò che essi chiamano la vis mysterii, (S. Greg. Naz., Orat. I, in sanct. Pascha, IV) la virtù cioè, la forza, il significato proprio del mistero che si celebra. Si può applicare ai cristiani in ciascuno dei misteri di Cristo ciò che S. Gregorio Nazianzeno dice del fedele nell'occasione della festa di Pasqua: «E' impossibile offrire al Signore un dono più accetto di quello di offrirgli noi stessi con una perfetta intelligenza del mistero». Vi sono alcune persone che nella celebrazione dei misteri di Cristo non vedono altra cosa che perfezione di cerimonie, bellezza di canti, splendore di ornamenti, armonia di riti. Tutto ciò vi può essere, tutto ciò anzi vi si trova di fatto ed è certo cosa eccellente, prima di tutto perché la Chiesa, sposa di Cristo, avendo essa stessa regolato tutti i particolari del culto dello Sposo suo, la loro perfetta osservanza, non può a meno di onorare Dio e suo Figlio Gesù. «E' una legge che si verifica in tutti i misteri del Cristianesimo che, prima di passare alla intelligenza, devono presentarsi ai sensi e ciò era necessario per onorare colui che, essendo per natura invisibile, ha voluto per amor nostro apparire sotto forma sensibile» (Bossuet, Sermone sulla parola di Dio. Opere Oratorie. Ediz. Lebarcq., III, 581.).

E' inoltre una legge psicologica della nostra natura - che si compone di anima e corpo - che noi procediamo dal visibile all'invisibile.

Gli elementi esteriori della celebrazione dei misteri devono servire di scala alle anime nostre per assurgere alla contemplazione e all'amore delle realtà celesti e soprannaturali. E' questa, d'altronde, come noi cantiamo per Natale, la stessa economia dell'Incarnazione: Ut dum visibiliter Deum cognoscimus, PER HUNC in invisibilium amorem rapiamur (Concilio di Trento, Sess. XXII, c. 5).

Questi elementi esteriori hanno dunque la loro utilità, ma non bisogna fermarsi in essi esclusivamente non essendo essi che la frangia della veste di Cristo, mentre la virtù, la gloria, lo splendore dei misteri di Cristo è soprattutto interiore e queste noi dobbiamo anzitutto ricercare. La santa Chiesa più d'una volta domanda a Dio, come un frutto della stessa comunione, che egli ci conceda l'intelligenza della virtù propria di ogni mistero, affinché noi ce ne possiamo compenetrare e riceverne vita (Postcommunio dell'Epifania e della Trasfigurazione). In ciò consiste conoscere Cristo come lo vuole S. Paolo «in ogni sapienza e intelligenza spirituale».

I misteri di Cristo non sono soltanto dei modelli o argomenti di meditazione, ma anche sorgenti di grazie.

Si dice di Gesù che quando era in terra usciva dalla sua persona una virtù che sanava tutti (Luc. VI, 19). Gesù Cristo è sempre il medesimo e se noi contempliamo con fede i suoi misteri, sia nel Vangelo, sia nella liturgia presentataci dalla Chiesa, Egli genera in noi la grazia che ci ha meritato al tempo della sua vita mortale. In questa contemplazione noi vediamo in qual modo il nostro modello Cristo ha praticato tutte le virtù, veniamo a partecipare dei sentimenti particolari che hanno animato il suo cuore divino in ciascuno dei suoi stati diversi e sopra tutto noi attingiamo in lui le grazie particolari che Egli allora ci meritò.

I misteri di Gesù sono gli stati diversi della sua santa umanità. Tutte le grazie Egli le ha ricevute dalla sua divinità per essere comunicate alla sua umanità e, per mezzo della sua umanità, a ciascuno dei membri del suo corpo mistico: Secundum mensuram donationis Christi (Eph. IV, 7). Il Verbo, prendendo in prestito da noi una natura umana, ha sposato, a così dire, tutta l'umanità, e ciascuna anima partecipi - in una misura da Dio conosciuta e proporzionata, per ciò che ti riguarda, al grado della nostra fede - alla grazia che inonda l'anima santa di Cristo. Siccome ogni mistero di Cristo rappresenta uno stato della sua santa umanità cosi ci rende possibile una partecipazione speciale della sua divinità. - A Natale, per esempio, noi celebriamo la nascita di Gesù sulla terra ed inneggiamo a quel «mirabile scambio» (Antif. dell'ufficio della Circoncisione) che avviene in lui tra la divinità e l'umanità: Egli ci prende in prestito l'umanità per farci dono della divinità, per cui, ogni Natale santamente celebrato, diviene per l'anima, in seguito ad una comunicazione più abbondante della grazia, come una nuova nascita alla vita divina; - sul Calvario invece noi moriamo al peccato insieme con Cristo e Gesù ci concede la grazia di detestare più fortemente tutto ciò che lo offende; - durante il tempo pasquale noi partecipiamo a quella libertà dell'anima, a quella vita più intensa per Iddio di cui egli è il modello nella sua resurrezione; - nel giorno dell'Ascensione noi ci innalziamo con lui al cielo per poter essere come lui, per mezzo della fede e dei nostri santi desideri, presso il Padre celeste, in sinu Patris, (Joan. I, 18) nell'intimità del santuario divino.

Seguendo per tal modo Gesù in tutti i suoi misteri, mettendoci in unione con lui, noi veniamo a partecipare a poco a poco ma sicuramente e ogni volta in misura più abbondante e con maggiore intensità, alla sua divinità e alla sua vita divina (cfr. conf. Vox sponsae del volume precedente). Secondo la bella espressione di S. Agostino, quanto si è verificato altra volta in una divina realtà, si rinnova sempre, spiritualmente, nelle anime pie, mediante la celebrazione ripetuta dei misteri (Sermo CCXX, in vigil. Paschae, II).

E' verissimo dunque affermare che quando contempliamo nel loro ordine successivo i diversi misteri di Cristo, noi lo facciamo non solamente per evocare il ricordo di avvenimenti compiuti per la nostra salvezza, per glorificare Dio con le nostre lodi e con le nostre azioni di grazie, per studiare in qual modo sia vissuto Gesù e procurare d'imitarlo; ma ancora lo facciamo perché le nostre anime possano partecipare a uno stato speciale della santa umanità e attingervi quella grazia particolare che al Maestro divino è piaciuto di annettervi meritandola come capo della Chiesa per il suo corpo mistico.

Per questo il sovrano Pontefice Pio X di gloriosa memoria ha potuto scrivere che la partecipazione attiva dei fedeli ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa è la prima e indispensabile sorgente dello spirito cristiano (Ecco come si esprime il Vicario di Cristo: «Essendo il nostro più vivo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca in tutte le forme e si conservi presso tutti i fedeli, è necessario provvedere, innanzi tutto, alla santità e alla dignità del tempio ove i fedeli si riuniscono per trovarvi precisamente questo spirito alla sua prima e indispensabile sorgente; cioè: la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa:.. Pio X, Motu proprio del 23 nov. 1903). 

Vi è a questo proposito una verità di grande importanza troppo spesso dimenticata e talora anche completamente ignorata.

L'uomo può imitare in due modi l'esemplare Cristo. Può adoperarsi di farlo con un lavoro del tutto naturale, come quando ci si immagina di riprodurre un ideale presentatoci da un eroe o da un personaggio amato od ammirato. Vi sono anime le quali credono che proprio in questo modo sia necessario imitare nostro Signore e riprodurre in noi i lineamenti della sua persona adorabile. Con questo sistema si perviene ad una imitazione di Cristo concepita secondo le nostre idee umane.

Ciò significa perdere di vista che Cristo è un modello divino. La sua bellezza e le sue umane virtù hanno la loro radice nella sua divinità derivando da questa tutto il loro splendore. Certo, aiutati dalla grazia, noi possiamo e dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi per comprendere il Cristo e per modellare su di lui le nostre virtù e le nostre azioni; se non che solo lo Spirito Santo - Digitus paternae dexterae - è capace di riprodurre in noi la vera immagine del Figlio dovendo la nostra imitazione essere di ordine soprannaturale.

Ora questo lavoro del divino artista si compie principalmente nella preghiera fondata sulla fede e infiammata dall'amore. Mentre con gli occhi della fede e con l'amore che desidera darci noi contempliamo i misteri di Cristo, lo Spirito Santo che è lo Spirito di Cristo agisce nelle intimità dell'anima e con i suoi tocchi sovranamente efficaci lavora l'anima per modo da riprodurvi come per l'effetto della: virtù di un sacramento, i lineamenti del divino modello.

Ecco perché questa contemplazione dei misteri di Gesù è per se stessa cosi feconda; ecco perché il contatto essenzialmente soprannaturale che la Chiesa, guidata in questo dallo Spirito Santo, stabilisce nella liturgia tra noi e i diversi stati del suo sposo celeste è per noi così vitale, da non potersi trovare una via più sicura o uri mezzo più infallibile per assimilarci con Cristo. 

III. Disposizioni che ci bisogna portarvi per ricavarne tutto il frutto possibile: fede, adorazione, amore. 

Questa contemplazione dei misteri di Gesù non produrrà tuttavia in noi frutti grandi se non nel caso che noi vi portiamo alcune disposizioni che possono ridursi a tre: la fede, la riverenza, e l'amore.

La fede è la disposizione fondamentale per metterci in contatto vitale con Cristo. Quelli che celebriamo sono infatti dei misteri, cioè, dei segni umani e visibili di una realtà divina e nascosta. Per comprendere, toccare questa realtà, occorre la fede. Cristo è nel medesimo tempo Dio e uomo, l'umano è in lui sempre accanto al divino. In ciascuno di questi misteri noi vedremo apparire l'uomo e Dio, spesso anzi, come nella natività e nella passione, la divinità si nasconde più che di consueto; per afferrarla, per lacerare il velo e pervenire fino a lei, per vedere Dio nel bimbo adagiato nella mangiatoia, o nel «maledetto» (Galat. III, 13) sospeso al patibolo del Calvario, o sotto le apparenze eucaristiche, occorre la fede: Praestet fides supplementum sensuum defectui (Inno Pange lingua). Senza la fede non penetreremo mai nelle profondità dei misteri di Gesù, ma, con la fede, non abbiamo nulla da invidiare ai contemporanei di Cristo.

Noi non vediamo certo nostro Signore come lo vedevano coloro che vivevano con lui, ma la fede ci rende possibile di contemplarlo e di rimanere con lui, uniti a lui in un modo non meno efficace di quello che lo univa ai suoi contemporanei. Noi esclamiamo talvolta: Oh se io fossi vissuto ai suoi tempi, se avessi potuto seguirlo insieme alla folla, ai discepoli, servirlo come Marta, ascoltarlo in ginocchio come Maddalena! Ma egli ha detto: BEATI qui non viderunt et crediderunt (Joan. XX, 29). «Beati coloro che non mi hanno veduto e che hanno creduto in me». Perché beati? Perché il contatto con Cristo nella fede non è né meno fecondo per le anime nostre né meno glorioso per Gesù al quale noi rendiamo questo omaggio di credere in lui pur non avendolo visto. Noi non abbiamo niente da invidiare ai discepoli che hanno vissuto con lui. Se noi possediamo la fede, rimarremo uniti a Gesù come potevano esserlo coloro che lo videro coi loro occhi e lo toccarono con le loro mani. Aggiungerò anzi che è proprio la misura di questa fede che determina, per quanto ci riguarda, il grado della nostra partecipazione alla grazia di Gesù contenuta nei suoi misteri. - Osservate quanto accadeva nella sua vita mortale: quelli che vivevano con lui, che avevano con lui un contatto materiale come i pastori e i Magi alla grotta. gli Apostoli e i Giudei negli anni della sua vita pubblica. S. Giovanni e la Maddalena ai piedi della croce, i discepoli che lo videro risuscitato e salire al cielo, tutte queste anime che lo cercavano ricevevano la grazia secondo il grado della loro fede. E' sempre insomma alla fede che egli accorda i miracoli richiesti e tutte le pagine del Vangelo ci mostrano ch'Egli fa della fede in lui una condizione indispensabile per ricevere le sue grazie. Ora, per noi, non è possibile con Gesù un contatto visibile, e il grado di questa fede, come anche per i contemporanei di Cristo, è, insieme all'amore, il grado stesso della nostra unione a lui. Non dimentichiamo mai questa importante verità: Cristo Gesù, senza del quale niente possiamo, e dalla cui pienezza noi tutti dobbiamo ricevere, non ci farà partecipare alla sua grazia che nella misura della nostra fede. S. Agostino dice che noi ci avviciniamo al Salvatore non camminando, ma con gli slanci della nostra fede: Non enim ad Christum ambulando currimus sed credendo (Tract. in Joan. XXVI, 3).

Più adunque questa fede in Gesù, Verbo incarnato, è viva e profonda, e più intimamente noi ci avviciniamo a Cristo. 

La fede inoltre fa nascere in noi due altri sentimenti che devono perfezionare la disposizione della nostra anima in presenza di Cristo: il rispetto e l'amore. Noi dobbiamo avvicinarci a Cristo con un rispetto ineffabile. Perché Gesù Cristo è Dio, cioè l'Onnipotente, l'Essere infinito che possiede ogni sapienza, ogni giustizia, tutte le perfezioni, il Padrone sovrano di tutte le cose, il Creatore e il fine ultimo di tutto quello che esiste, la fonte di ogni felicità. Dovunque si trovi, Gesù resta Dio. Pur quando egli si dona con maggiore bontà e liberalità egli è sempre colui davanti al quale gli angeli più sublimi si velano la faccia: Adorant Dominationes, tremunt Potestates. Nella mangiatoia egli si lascia toccare; il Vangelo ci dice che «la folla lo premeva da tutte le parti» (Marc. V, 31); durante la passione egli si lascia schiaffeggiare, percuotere, insultare; ma egli è sempre Dio. - Pur quando lo flagellano e gli ricoprono la faccia di sputi, pur quando muore sulla croce, egli è sempre colui che ha creato con la sua potenza e governa con la sua sapienza il cielo e la terra ed è per questo che, quale che sia la pagina del Vangelo che noi leggiamo e il mistero di Gesù che celebriamo, noi dobbiamo sempre adorarlo. Quando la fede è viva, questa riverenza diventa così profonda che ci fa cadere in ginocchio al cospetto di quest'Uomo-Dio per adorarlo: Tu es Christus Filius Dei vivi, (Matth. XVI, 16) «Voi siete il Figlio del Dio vivente»; et procidens adoravit eum (Joan. IX, 38). 

L'adorazione è il primo movimento dell'anima condotta a Cristo dalla fede: l'amore è il secondo.

Ve lo dicevo or ora: l'amore è il fondamento di tutti i misteri di Cristo. L'umiltà della mangiatoia, l'oscurità della sua vita nascosta, le fatiche della vita pubblica, gli spasimi della sua passione, la gloria della resurrezione: tutto questo è dovuto all'amore: Cum dilexisset suos in finem dilexit eos (Ibid. XIII, 1). E' l'amore sopratutto che si rivela e splende nei misteri di Cristo, e con l'amore sopratutto noi li possiamo comprendere: Et nos credidimus caritati. Se noi desideriamo contemplare con frutto i misteri di Cristo, dobbiamo farlo con fede, con riverenza, ma specialmente con amore, con quell'amore che aspira a darsi, ad abbandonarsi al beneplacito divino per eseguirlo ed adempierlo.

Allora la contemplazione dei misteri di Gesù diventa veramente feconda. Qui autem diligit me... manifestabo ei meipsum: (Joan. XIV) «Se alcuno mi ama, io gli manifesterò me stesso». Che significa questo? Se alcuno mi ama nella fede e mi considera nella mia umanità, e negli stati della mia incarnazione, io gli svelerò i segreti della mia divinità. Felice, tre volte felice quell'anima nella quale si compie una sì magnifica promessa! Gesù Cristo le svelerà «il dono divino»; (Ibid. IV, 10) per mezzo del suo Spirito «che scruta le profondità di Dio» (I Cor II, 10) egli la introdurrà nel sacrario di quel Sacramentum absconditum (Eph. III, 9) che sono i misteri, le aprirà quei «penetrali del re» (Cant. I, 3) di cui parla il Cantico dei Cantici, ove l'anima si disseta di verità e di gioia. Indubbiamente questa manifestazione intima di Gesù all'anima non giungerà, quaggiù, fino alla visione beatifica, essendo questo il privilegio dei beati del cielo; ma essa inonderà l'anima di splendori divini che la renderanno forte nelle sue ascensioni verso Dio: Scire supereminentem scientiae caritatem Christi UT IMPLEAMINI IN OMNEM PLENITUDINEM DEI.

Qui è veramente la sorgente d'acqua viva che zampilla fino alla vita eterna: Fons aquae salientis in vitam aeternam; perché «la vita eterna, o mio Dio, non consiste forse nel conoscervi, nel conoscere il vostro Figlio divino», nel proclamare con le nostre labbra e con la nostra vita che Gesù è il vostro Figlio diletto, il Figlio del vostro amore nel quale voi avete riposte tutte le vostre compiacenze e nel quale voi volete che troviamo ogni cosa?

 

Columba Marmion 

 

 

 

 

 


 

NOTA I. 

Estratto dal «Catechismo della dottrina cristiana pubblicato per ordine di S. S. Pio X» :

«Le feste sono state istituite per rendere a Dio in comune, nei suoi sacri templi, il culto supremo di adorazione, di lode, di ringraziamento, di riparazione. Tutto vi è così ben disposto e adattato alle circostanze - le cerimonie, le parole, il canto, l'ordine esteriore in tutti i suoi particolari; - che esse possono far penetrare profondamente negli spiriti i misteri, le verità o gli avvenimenti che noi celebriamo e addurci ai sentimenti e agli atti corrispondenti. Se i fedeli fossero bene istruiti di questa materia e celebrassero le feste con lo spirito voluto dalla Chiesa con la l'oro istituzione, si otterrebbe un rinnovamento e un accrescimento notevole della fede, della pietà e dell'istruzione religiosa e, in conseguenza, la vita interiore dei cristiani ne risulterebbe rianimata e migliorata» (pag. 139).

«Che ogni buon cristiano, aiutandosi con la predicazione, o con qualche libro appropriato, si adoperi di comprendere e di far suo lo spirito di ciascuna festa riferendosi al suo oggetto e al suo scopo speciale, meditando la verità, la virtù, il prodigio, il beneficio che vi si trova particolarmente commemorato. procurando in tutti i modi di cavarne un miglioramento personale. Per tal modo egli conoscerà meglio e amerà con più fervore Dio, nostro Signore Gesù Cristo, la santa Vergine e i Santi, s'affezionerà alla santa liturgia, alla predicazione, alla Chiesa e anche procurerà di affezionarvici gli altri. Ogni festa sarà per lui allora un giorno di Dio, una vera festa che rallegrerà la sua anima, la ristorerà, lo colmerà di un nuovo vigore per sopportare i dolori e le lotte quotidiane durante la settimana» (pag. 141).

 

NOTA II. 

«Il grande segreto per condurre questa vita cristiana, libera, pura e di già pressoché sovrumana [di cui la vita di Gesù sulla terra dopo essere uscito dalla tomba è il tipo reale e all'imitazione della quale ci obbliga il battesimo] non consiste tanto nel considerare la vanità del mondo, la fragilità e la miseria della vita presente e la propria miseria e le proprie passioni e tutto ciò di cui, senza la grazia, saremmo naturalmente capaci, e i propri difetti e i peccati che non pertanto ci bisogna odiare e deplorare (tutto questo è utile e indispensabile e ogni anima saggia vi pensa e se ne ricorda in certi momenti; ma non è sempre l'ora di pensarvi e in ogni caso non è questo ciò che ha per noi maggiore efficacia): il mezzo più efficace, qui come in tutto il resto, il più determinante, il più vittorioso consiste nel guardare più che è possibile e abitualmente in alto e nel considerare Dio e Gesù; le perfezioni in Dio, i suoi diritti, i suoi attributi, i suoi appelli, le sue provocazioni, le sue attese, i suoi disegni, le sue promesse; i misteri di Gesù, le grazie tutte divine che sgorgano da ciò che dice, da ciò che fa, da ciò che egli ordina, da ciò che egli soffre. Consiste ancora questo mezzo nel ricordarsi ognora che egli è personalmente il punto di partenza e il capo della vita cristiana; che la grande virtù del battesimo consiste nell'incorporarci a lui, nel farci dono della sua vita, nel farci appartenere alla sua schiatta e di spandere in noi il suo spirito, cioè al dire una luce e una forza per cui veniamo messi in grado non pure di non più peccare, come S. Giovanni dice espressamente (Qui natus ex Deo non peccat.); ma anche di giudicare tutte le cose (Spiritualis judicat omnia. I Cor II, 15), di distinguere la nostra via, di seguirla, e, salendo, di splendore in splendore, di libertà in libertà, di pervenire allo stato interiore di colui che diceva: «Vivere per me è Gesù Cristo» (Philip. II, 21). Mons. Gay, Elevazioni sulla vita e dottrina di Gesù Cristo, 91.a Elevazione.

 

 

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