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I misteri di Cristo sono i nostri misteri (1)

Quando si leggono attentamente le Lettere di S. Paolo e si cerca di ridurre all'unità la dottrina e l'opera del grande apostolo, non si trova difficoltà a vedere che tutto si riassume per lui nella conoscenza pratica del mistero di Cristo.

«Leggendo i miei scritti, egli scrive agli Efesini, potete osservare la conoscenza che io ho del mistero di Cristo... poiché a me, minimo di tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze di Cristo e di svelare a tutti quale sia la dispensazione del mistero ascoso da secoli in Dio» (Eph. III, 4, 8-11).

Col soccorso della divina grazia, io mi propongo parlarvi di questo mistero ineffabile. Vi spiegherò anzitutto fino a qual grado egli sia intimo a noi: tale l'argomento di questa prima conferenza.

Ma prima di dar principio all'esposizione di una verità così importante e benefica, è utile considerare brevemente in quali termini S. Paolo ne ha parlato da quando Cristo stesso in persona lo costituì araldo di questa verità. E da chi, meglio che da lui, potremmo imparare quanto la cognizione di questo mistero sia feconda e vitale per le anime nostre? 

I. In qual modo S. Paolo ha messo in evidenza il mistero di Gesù Cristo. 

Come già sapete, fu proprio il giorno dopo stesso della sua conversione che S. Paolo ricevette la missione di far conoscere il nome di Gesù.

Da quel momento niente egli ebbe più a cuore che eseguire questa missione.

Se egli intraprende numerosi viaggi pieni di ogni pericolo, (II Cor I, 5 seg) se egli predica senza tregua nelle sinagoghe, all'Areopago, davanti ai Giudei, davanti ai sapienti di Atene e ai procuratori romani; se perfino in prigione egli scrive lunghe lettere ai suoi fedeli; se egli stesso soffre mille persecuzioni, (Ibid. XI, 26) ciò avviene «allo scopo di poter portare il nome di Cristo al cospetto delle nazioni, dei re e dei figli d'Israele» (Act. IX, 15).

E' specialmente nella sua predicazione alle nazioni pagane che noi possiamo cogliere al vivo quanto profondamente vivesse S. Paolo di questo mistero. Egli si presenta al mondo pagano per rigenerarlo, rinnovarlo, salvarlo. E che cosa reca egli in questa società depravata di cui ha descritta in termini spaventevoli la corruzione profonda? (Rom. I, 24-32) Vi reca egli forse il prestigio della nascita, la sapienza dei filosofi, la forza dei conquistatori?

Niente di tutto questo possiede l'Apostolo. Egli dichiara di non essere che un aborto; (I Cor. XV, 8) egli scrive ai Corinti di «essersi presentato a loro nella debolezza, nel timore e tremando»; (Ibid. II, 3) ricorda ai Galati «che egli era oppresso d'infermità quando predicò loro per la prima volta il Vangelo» (Galat. IV. 13). In tal guisa egli non reca né il fascino della sua persona né il prestigio della sua sapienza, né l'autorità di una naturale saggezza, né lo splendore dell'eloquenza, né l'incanto dell'umana parola; egli sdegna tutto questo! (I Cor 11, l, 4-5).

Che cosa dunque egli porta? Niente altro che Cristo e questi crocifisso (Ibid. II, 3). Egli condensa tutta la sua predicazione in questa scienza e racchiude tutta la sua dottrina in questo mistero, e ne è così penetrato, che ne fa l'oggetto stesso della sua preghiera per i propri discepoli: «A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del nostro Signor Gesù Cristo... affinché conceda a voi, secondo l'abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l'uomo interiore per mezzo del suo Spirito..., perché possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità [del mistero di suo Figlio]; ed intendere eziandio quella che ogni scienza sorpassa, carità di Cristo, affinché di tutta la pienezza di Dio siate ripieni» (Eph. III, 14, 16. 18-19).

Quale preghiera! Come si sente attraverso a queste righe l'intima convinzione dell'Apostolo e l'ardore dell'anima sua di farne gli altri partecipi!

Ancora. Questa preghiera è ininterrotta. «Noi non cessiamo di pregare per voi, e di domandare che siate ripieni della cognizione della volontà di lui con ogni sapienza e intelligenza spirituale» (Col. I, 9).

Perché, dunque, S. Paolo insiste continuamente su questo argomento, tanto da farne l'unico tema dottrinale della sua predicazione? Perché mai egli offre a Dio suppliche cosi insistenti e perseveranti per i suoi cristiani? Perché egli brucia dal desiderio di vedere il mistero di Cristo non solo conosciuto, ma anche vissuto da tutti i cristiani? Perché vi è facile notare che egli indirizza le sue lettere non a pochi iniziati, ma a tutti i fedeli delle Chiese fondate da lui, e che le sue parole sono destinate alla pubblica lettura nelle cristiane adunanze. Qual è dunque il motivo profondo di questo atteggiamento dell'Apostolo? Lo stesso S. Paolo ce lo mette sott'occhio nella lettera ai Colossesi: «Io bramo che voi sappiate qual sollecitudine io abbia per voi... e quanto io desideri che i vostri cuori siano arricchiti di tutta l'abbondanza della piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio Padre e di Cristo Gesù; in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col. II, 1-3).

Quest'ultima frase ci illumina la ragione di tutto l'atteggiamento di S. Paolo. Egli è convinto che «nel Cristo tutto troviamo»; (Rom. VIII, 32) che in lui «nulla ci può mancare»; (I Cor I, 7) «che questo Cristo che era ieri è anche oggi e vivrà nei secoli tutti» (Hebr. XIII, 8).

Per restaurare la società pagana, per risollevare il mondo caduto, S. Paolo non porta che un mezzo: Cristo e Cristo crocifisso. Ben è vero che questo mistero «è uno scandalo per i Giudei ed una follia per i sapienti della Grecia», (I Cor I, 23) eppure esso possiede «la virtù dello Spirito di Dio» (Ibid. II, 4, 12), il quale solamente può «rinnovare la faccia della terra» ( Ps. CIII, 30).

Soltanto nel Cristo si trova «tutta la sapienza, tutta la giustizia, tutta la santificazione, tutta la redenzione» (I Cor I, 30) di cui hanno bisogno le anime di ogni tempo. E' per questo che S. Paolo riduce la formazione dell'uomo interiore alla conoscenza pratica del mistero di Gesù (Cf. Eph. III, 16-18, Col. I, 27-28). 

II. Quanto desidera Dio che tale mistero sia conosciuto. 

In tutto questo, del resto, l'Apostolo istruito per lungo tempo (l Galat. I, 16-18) da Gesù Cristo medesimo, non è che l'eco fedele del divino Maestro.

Nella ineffabile preghiera davanti ai discepoli ritrovati dopo la Cena (Joan. XVII, 1-26), nella quale il nostro benedetto Salvatore effonde gl'intimi sentimenti della sua anima santa, noi intendiamo risuonare questa parola: «Padre, la vita eterna consiste nel riconoscere che voi siete il vero Dio e che Gesù Cristo è colui che avete mandato» (Ibid. 13).

Noi apprendiamo altresì dalle labbra stesse di Gesù, infallibile verità, che tutta la vita cristiana - di cui la vita eterna non é che la dilatazione e il termine naturale - si riduce alla conoscenza pratica di Dio e del Figlio suo.

Ma voi subito mi direte che noi non vediamo Dio! Deum nemo vidit unquam (Ibid. I, 18). E' vero. Perfettamente noi non potremo conoscere Dio se non quando lo vedremo faccia a faccia nella beatitudine eterna.

Ma, quaggiù, Iddio si manifesta alla nostra fede per mezzo di suo Figlio Gesù. Il Cristo, Verbo incarnato, è la grande rivelazione di Dio al mondo: Ipse illuxit in cordibus nostris... in facie Christi Jesu (II Cor IV, 6). Il Cristo è Dio stesso che è apparso agli uomini, che ha conversato con loro, sotto il cielo della Giudea, per mostrare a loro, con la sua vita umana, come un Dio viva tra gli uomini, e affinché gli uomini sapessero finalmente in qual modo essi debbono vivere per essere accetti al Signore.

Su Cristo dunque tutti i nostri sguardi debbono essere concentrati. Aprite difatti il Vangelo: voi vedrete che la voce dell'eterno Padre non si é fatta intendere al mondo che sole tre volte (Matth. III, 17; XVII, 5; Joan. XII, 28). E che cosa ci dice questa voce divina? Ogni volta il Padre celeste ci dice di contemplare suo Figlio, di ascoltarlo perché egli sia glorificato. «Ecco il mio Figlio diletto, in cui ho poste le mie compiacenze infinite: ascoltatelo»: Hic est Filius meus dilectus... ipsum audite. Tutto ciò che l'eterno Padre esige da noi si riduce a questo: contemplare Gesù, Figlio suo, ascoltarlo per amarlo e imitarlo, perché Gesù, essendo suo Figlio, è Dio come lui.

E noi abbiamo l'obbligo di contemplarlo nella sua persona, in tutte le azioni della sua vita e della sua morte e nello stato della sua gloria. Essendo Dio, le più piccole circostanze della sua vita, i più piccoli particolari dei suoi misteri meritano la nostra attenzione. Niente é piccolo nella vita di Gesù; l'eterno Padre osserva il più piccolo atto di Cristo con maggiore compiacenza che egli non osservi l'intero universo. Prima della venuta di Cristo, Dio fa convergere ogni cosa in lui; dopo la sua ascensione, egli riadduce ogni cosa a lui. Di Cristo tutto é stato previsto, tutto predetto; tutti i particolari importanti della sua esistenza, tutti i dettagli della sua morte sono stati notati dall'eterna Sapienza e annunziati dai profeti molto tempo prima che diventassero storia.

Perché mai Iddio si è preso cura di preparare molto tempo prima la venuta del Figlio suo? Perché mai Cristo Gesù ci ha lasciati tanti divini insegnamenti? Perché mai lo Spirito Santo ha ispirati i sacri scrittori a rivelare, qualche volta, particolari apparentemente insignificanti? Perché mai gli Apostoli hanno inviato ai loro cristiani lettere cosi lunghe e incalzanti?

Perché tutti questi insegnamenti restassero seppelliti, come lettera morta, nel fondo dei sacri libri? Affatto; ma perché noi scrutassimo, come vuole S. Paolo, il mistero di Cristo; perché noi contemplassimo la sua persona, perché noi studiassimo i suoi atti; i suoi atti ci rivelano le sue virtù e le sue volontà. Noi dobbiamo contemplarlo non attraverso uno studio puramente speculativo (tali studi sono sovente aridi e sterili) ma, in omni sapientia et intellectu spiritali: «con uno spirito cioè pieno di celeste sapienza» che ci faccia ricercare nel dono di Dio la verità che illumina il nostro cammino; noi dobbiamo contemplarlo per conformare la nostra vita a questo modello per il quale Dio ci diventa accessibile, e finalmente per attingere da lui la vita divina che disseti completamente l'anima nostra. Haec est autem vita aeterna. 

III. Questa conoscenza è il vero fondamento della nostra pietà ed una sorgente di gioia. 

Questa conoscenza acquistata per mezzo della fede, nella preghiera, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo è la vera sorgente d'acqua viva che zampilla fino all'eterna vita: Fons aquae salientis in vitam aeternam (Jona. IV, 14). Perché - è questa una verità di capitale importanza che riceverà maggior luce nel corso di queste conferenze, - l'eterno Padre ha collocato per noi in Gesù Cristo tutte le grazie, tutti i doni della santificazione che egli destina alle anime. «Noi non possiamo andare al Padre che per mezzo di Cristo»: Nemo venit ad Patrem, nisi per me; (Ibid. XIV, 6-7) senza Gesù Cristo noi nulla abbiamo, con lui invece abbiamo tutto e «noi possiamo tutto» (Philip. IV, 13) perché in lui è la pienezza della divinità (Col. II, 9). Chi ha compreso, allo scopo di viverne, il mistero di Cristo, ha trovato davvero quella perla di grande valore di cui parla il Vangelo (Matth. XIII, 46) che da sola vale tutti insieme i tesori perché si acquista con essa la vita eterna (Blosius, Canon vitae spiritualis, c. 19).

Quanto più noi conosceremo Gesù Cristo e approfondiremo i misteri della sua persona e della sua vita e più studieremo in una atmosfera di orazione le circostanze e i particolari messi sotto i nostri occhi dalla Rivelazione, tanto più la nostra pietà sarà vera e più solida la nostra santità.

La nostra pietà dev'essere basata sopra la fede e sopra la conoscenza che Dio ci ha donato delle cose soprannaturali e divine. Una pietà che non abbia altra base all'infuori del sentimento è tanto effimera e fragile quanto è effimero e fragile il sentimento che le serve di appoggio: è una casa costruita sulla sabbia che la prima scossa rovescerà. Invece, quando la nostra pietà poggia sulla fede e sovra convinzioni che sono il risultato di una conoscenza profonda dei misteri di Gesù, solo vero Dio in unità col Padre suo e collo Spirito Santo, essa diviene come un edificio costruito sulla roccia, cioè, incrollabile: Fundata enim erat supra petram (Matth. VII, 25).

Questa conoscenza è inoltre per noi una sorgente inesausta di gioia.

La gioia è il sentimento che nasce in un'anima, cosciente del bene posseduto. Il bene della nostra intelligenza è la verità; quanto più questa verità è abbondante e luminosa, tanto più è profonda la gioia dell'anima.

Gesù Cristo ci apporta la verità, è la stessa verità, (Joan. XIV, 6) verità piena di dolcezza che ci mostra la munificenza del nostro Padre celeste; «dal seno del Padre ove egli vive eternamente, Cristo ci disvela i divini secreti» (Ibid. I, 18) che noi possediamo per mezzo della fede. Quale convito, quale completo appagamento, quale gioia per un'anima fedele contemplare Dio stesso, l'Essere infinito e ineffabile, nella persona di Gesù Cristo: ascoltare Dio stesso nelle parole di Gesù; scoprire i sentimenti di Dio, se è lecito esprimersi così, nei sentimenti del cuore di Gesù; il rimirare gli atti divini, l'approfondirne il mistero allo scopo di bere, come alla propria sorgente, la vita stessa di Dio: Ut impleamini in omnem plenitudinem Dei!

O Cristo Gesù, nostro Dio e Redentore, rivelazione del Padre, nostro fratello maggiore e amico nostro, fate che noi vi conosciamo! Purificate gli occhi dell'anima nostra affinché noi vi possiamo contemplare con gioia; imponete silenzio agli strepiti delle creature affinché senza ostacolo alcuno possiamo metterci al seguito vostro. Rivelatevi alle anime nostre come un giorno vi rivelaste ai discepoli di Emmaus, spiegando loro le pagine sante che parlavano dei vostri misteri; e noi sentiremo allora i nostri cuori «ripieni di ardore» (Luc. XXIV, 32) per amarvi e per aderire a voi! 

IV. Triplice ragione per cui i misteri di Gesù sono anche i nostri: Cristo li ha vissuti per noi; Gesù vi si manifesta nostro modello; egli ce ne rende partecipi come membri del suo mistico corpo. 

Noi avremo la gioia, nelle conferenze successive, di soffermarci davanti a ciascuno dei principali misteri di Gesù, di contemplare i suoi atti e di raccogliere le sue parole. Vedremo quanto vi è di ineffabilmente divino e di profondamente umano in tutti gli atteggiamenti del Verbo incarnato; vedremo che ciascuno di questi misteri possiede un suo proprio insegnamento, diffonde una sua luce particolare e rappresenta per le anime nostre la sorgente di una grazia speciale il cui fine è la «formazione in noi di Gesù».

Quello che vorrei dimostrarvi in questa prima conferenza è che i misteri di Gesù possiedono questa caratteristica, che essi sono tanto i suoi quanto i nostri.

E' questa una verità fondamentale che noi non mediteremo mai abbastanza all'inizio dei nostri trattenimenti e che in seguito non dovremo mai perder di vista perché è singolarmente feconda per la nostra vita soprannaturale. Per una pia anima infatti il sapersi intimamente unita per mezzo dello stesso Gesù a ciascuno dei suoi misteri, costituisce una inesauribile sorgente di confidenza. Questa convinzione fa nascere nell'anima atti di riconoscenza e di amore che l'abbandonano intieramente a colui che si è dato e si è unito a lei con tanta generosità. Ma questa verità non è una chimera od un sogno? O è una realtà? Si, essa è una realtà, una divina realtà; però soltanto la fede l'accetta, come solo l'amore ce la dona: Et nos... credimus caritati. (I Joan. IV, 16)

Perché i misteri di Cristo sono anche i nostri? - Per una triplice ragione. 

Prima di tutto perché Gesù Cristo li ha vissuti per noi. Indubbiamente l'amore verso il Padre è stato il movente profondo di tutti gli atti della vita del Verbo incarnato. Al momento di compiere l'opera sua Gesù dichiara ai suoi Apostoli che «per amore del Padre egli sta per sacrificarsi»: Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem. (Joan. XIV, 31) In quella preghiera ammirabile che egli indirizza allora a suo Padre, Gesù dichiara di avere compiuta la sua missione di glorificarlo sulla terra: Ego te clarificavi super terram; opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam. (Ibid. XVII, 4) Egli ha potuto dire di fatti con piena verità che in ciascun istante della sua vita altro non ha cercato che la volontà del Padre suo: Quae placita sunt ei facio semper. (Ibid. VIII, 29)

Ma l'amore verso il Padre non è il solo amore che faccia palpitare il Cuor di Gesù poiché egli ama anche noi e ci ama in modo infinito. - Poiché egli è disceso dal cielo proprio per noi, per riscattarci e per sottrarci alla morte: Propter nos et propter nostram salutem; e per darci la vita: Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. (Ibid. X. 10) Egli non aveva bisogno di soddisfare e di meritare per sé, essendo Figlio di Dio eguale al Padre alla cui destra egli siede nel più alto dei cieli; ma tutto ha sopportato per noi. Se si è incarnato, se è nato a Bethlehem, se è vissuto nell'oscurità di una vita laboriosa, se ha predicato e compiuti dei miracoli, se è morto, risuscitato, salito al cielo, se ha mandato lo Spirito Santo, se è presente nell'Eucaristia, tutto ciò l'ha fatto per nostro amore. «Cristo, dice S. Paolo, ha amato la Chiesa, cioè il Regno che dev'essere formato dagli eletti, e per lei si è sacrificato, per purificarla, santificarla, e fare di lei una conquista immacolata». (Eph. V, 27)

In questo modo tutti i misteri sono vissuti da Gesù Cristo per noi perché ci fosse concesso di essere un giorno con lui là dove egli è di diritto, nella gloria del Padre suo. Sì, ciascuno di noi può dire con S. Paolo: Dilexit me et tradidit semetipsum PRO ME, (Galat. II, 20) «Gesù mi ha amato e si è sacrificato per me». Il suo sacrificio non è che il coronamento dei misteri della sua vita terrestre, e poiché mi ha amato, ha tutto adempiuto per me. Grazie, o mio Dio, per questo ineffabile dono che voi ci avete fatto nella persona del Figlio vostro, nostra redenzione e salvezza: Gratias Deo super inenarrabili dono ejus. (II Cor IX, 15) 

Una seconda ragione per la quale i misteri di Gesù appartengono anche a noi è che in ciascuno di essi Cristo si rivela nostro modello.

Egli è venuto per essere nostro modello. Egli infatti non si è incarnato soltanto per annunziarci la salvezza e per compiere la nostra redenzione, ma per essere altresì l'ideale delle anime nostre. Gesù Cristo è Iddio che vive in mezzo a noi, che è apparso, che si è reso visibile, tangibile, alla nostra portata, e che insegna a noi con la sua vita non meno che con le sue parole il cammino della santità. Non abbiamo bisogno di cercare al di fuori di lui il modello della nostra perfezione. Ognuno dei suoi misteri è una rivelazione delle sue virtù. La povertà della sua culla, il lavoro silenzioso della sua vita nascosta, lo zelo della vita pubblica, l'annientamento del suo sacrifizio, la gloria del suo trionfo sono virtù che noi dobbiamo imitare, sentimenti che dobbiamo far nostri, modi di essere a cui dobbiamo prender parte. Nell'ultima Cena, nostro Signore diceva ai suoi Apostoli dopo la lavanda dei piedi con la quale aveva loro dato, Lui Maestro e Signore, un esempio di umiltà: «Io vi ho dato l'esempio perché facciate come mi avete visto fare». (Joan. XIII, 15) Egli avrebbe potuto dire la stessa cosa di ogni altro suo atto. Egli ha detto del resto: «Io sono la via»: Ego sum via, (Ibid. XIV, 5) ma egli non è la via che per precederci: «Colui che mi segue non cammina nelle tenebre, ma giunge fino alla vita eterna». (Ibid. VIII, 12) Gesù, coi suoi misteri ha, per così dire, segnate tutte le tappe che noi, nella nostra vita soprannaturale, dobbiamo rifare dopo di lui, con lui; o meglio, egli stesso trae seco l'anima fedele «nella via che a guisa di gigante percorre»: Exultavit ut gigas ad currendam viam. (Ps. XVIII, 6) «Io vi ho creati a mia immagine e somiglianza, diceva nostro Signore a Santa Caterina da Siena; (Vita scritta dal B. Raimondo da Capua, Dialogo - Alla medesima l'Eterno Padre si degnava dire: «Sappilo bene, figlia mia, tutti i misteri, tutte le azioni compiute in questo mondo da mio Figlio, con i discepoli, o all'infuori dei discepoli, erano rappresentative di tutto ciò che avviene nell'Interno dell'animo dei miei servi e di tutti gli uomini. Da tutti questi fatti si può ricavare un insegnamento e una regola di condotta. Se saranno meditati alla luce della ragione, le più rozze intelligenze come le più sottili possono cavarne profitto, prendendone ciascuno, ove lo voglia, la parte sua»Dialogo.) che anzi, assumendo la vostra natura io stesso mi son fatto a voi somigliante. Perciò io non desisto mai dal mio lavoro al fine di rendervi a me somiglianti, per quanto ne potete esser capaci; adoperandomi di rinnovare nelle vostre anime, allorché esse procedono verso il cielo, tutto ciò che si è verificato nel corpo mio».

Ecco perché la meditazione dei misteri di Cristo è cosi feconda per l'anima. La vita, la morte, la gloria di Gesù sono il modello della nostra vita, della nostra morte, della nostra gloria. Non dimenticate mai questa verità: l'eterno Padre in tanto ci accoglie con gradimento in quanto vede in noi riprodotta la somiglianza col Figlio suo. Perché? Perché da «tutta l'eternità egli ci ha predestinati a questa rassomiglianza» (Rom. VIII, 29). Non c'è per noi altra forma di santità che quella che Cristo ci ha additata; la misura della nostra perfezione è fissata dal grado della nostra imitazione di Gesù. 

Esiste finalmente una terza ragione più intima e più profonda che rende nostri i misteri di Cristo. Non solo Gesù li ha vissuti per noi, non solo essi costituiscono per noi dei modelli, ma in essi, ancora, Gesù Cristo non forma che una cosa sola con noi. Non c'è verità sulla quale S. Paolo abbia maggiormente insistito e il mio più vivo desiderio è che ne conprendiate tutta la profondità.

Noi facciamo una cosa sola con Cristo nel pensiero divino. Dio Padre ci ha scelti in lui: Elegit nos in ipso, (II Eph. I, 4) non al di fuori di lui; Dio non ci separa dal suo Figlio Gesù; se egli ci predestina a essere conformi a suo Figlio, è perché suo Figlio sia il primogenito di numerosi fratelli (II Rom. VIII, 29).

Questa unione che Dio vuole realizzare tra suo Figlio Gesù e gli eletti è cosi intima che S. Paolo la paragona all'unione che esiste tra la testa e le membra di un medesimo corpo. La Chiesa, dice il grande Apostolo, è il corpo di Cristo e il Cristo ne è la testa; (I Cor XII. 12 seq.; Ep. Vh. 23) uniti, essi formano ciò che S. Agostino chiama il «Cristo intero» (De unitate Ecclesiae. 4). Ed è questo il disegno di Dio (Eph. I, 22). Cristo è la testa di questo mistico corpo che egli forma insieme alla Chiesa, essendo egli il capo di questa Chiesa e la sorgente di vita per tutte le membra che la compongono. La Chiesa e Cristo costituiscono, per cosi dire, un solo e medesimo essere (Eph. V, 30). Dio Padre unisce in tal modo gli eletti al suo Figlio divino che tutti i misteri sono stati vissuti da Cristo in qualità di capo della Chiesa.

Osservate come sia esplicito S. Paolo su questo punto: «Dio, egli dice, che è ricco in misericordia, per il grande amore col quale ci ha amati, allorché per i nostri peccati noi eravamo morti alla vita eterna, ci vivificò in Cristo e con lui ci risuscitò e ci fece sedere nei cieli in Cristo Gesù, per mostrare ai secoli futuri le abbondanti ricchezze della sua grazia, per mezzo della benignità sua sopra di noi per Cristo Gesù». (Ibid. II. 4, 7) Questo medesimo pensiero ritorna più di una volta sotto la penna dell'Apostolo: «Dio ci ha seppelliti insieme con Cristo»; (Rom. VI, 4) egli vuole che noi siamo una cosa sola con Cristo nella sua resurrezione e nella sua ascensione.

Niente di più certo di questa unione di Cristo con i suoi eletti nel pensiero divino; ma ciò che fa che i misteri di Cristo siano i nostri è, che l'eterno Padre ci ha veduti insieme col Figlio suo in ciascuno dei misteri vissuti da Gesù e che Cristo li ha adempiuti in qualità di capo della Chiesa. Dirò anzi, per questa ragione, che i misteri di Gesù Cristo sono più nostri che suoi. Cristo, in quanto è Figlio di Dio, non si sarebbe sottoposto alle umiliazioni dell'Incarnazione, alle sofferente e ai dolori della Passione, né avrebbe avuto bisogno del trionfo della Resurrezione che succedeva all'ignominia della sua morte. Egli tutto ha subito come capo della Chiesa e perciò egli si è addossate le nostre miserie e infermità, (Is. LIII, 4) perciò egli è voluto passare per dove dovevamo passare anche noi, meritandoci cosi, come Capo, la grazia di camminare dietro di lui in ciascuno dei suoi misteri. (Cfr. la conferenza: La Chiesa, corpo mistico di Cristo, della nostra opera precedente: Cristo vita dell'anima).

Perché il Cristo Gesù non ci separa più da lui in tutto quello che ha fatto. Egli dichiara «di essere la vite e noi i tralci» (Joan. XV, 5). Quale unione più intima di questa nella quale la medesima linfa e la medesima vita circola nella radice e nei tralci? Cristo ci unisce in modo sì intimo a lui che tutto ciò che si fa a qualsiasi anima che crede in lui, viene fatto a lui stesso (Matth. XXV, 40). Egli vuole che la sua unione con i discepoli sia la medesima di quella che, per natura, lo identifica al Padre suo (Joan. XVII, 21). Tale il termine sublime al quale intende condurci coi suoi misteri.

Similmente tutte le grazie che egli ci ha meritate con ciascuno dei suoi misteri sono state da lui meritate per distribuirle a noi. Egli ha ricevuto dal Padre la pienezza della grazia; ma tale pienezza non l'ha ricevuta soltanto per sé, perché S. Giovanni aggiunge subito che è a questa stessa pienezza che noi tutti abbiamo attinto, (Ibid. I, 16) e l'abbiamo ricevuta da lui essendo egli nostro Capo e avendogli il Padre suo sottoposte tutte quante le cose.

Di modo che la sua sapienza, la sua giustizia, la sua forza sono divenute la nostra sapienza, la nostra giustizia, la nostra forza: [Christus] factus est NOBIS sapientia a Deo et justitia, et sanctificatio et redemptio (I Cor I, 30). Tutto quanto è suo è anche nostro per cui noi siamo ricchi delle sue ricchezze e santi della sua santità. «O uomo, esclama il Venerabile Luigi de Blois, se tu desideri veramente di amare Dio, per quanto povero e sprovvisto tu possa essere per te medesimo, eccoti divenuto ricco in Cristo potendo tu appropriarti umilmente quanto Gesù ha fatto e sofferto per te» (Canon vitae spiritualis, c. 37). Cristo è veramente nostro perché noi siamo il suo mistico corpo. Le sue soddisfazioni, i suoi meriti, le sue gioie, le sue glorie sono nostre... O ineffabile condizione del cristiano unito sì intimamente a Gesù ed ai suoi stati diversi! O stupenda grandezza dell'anima a cui nulla manca della grazia meritata da Cristo nei misteri suoi! 

V. L'efficacia di questi misteri è sempre attuale. 

E' vero che sotto il rapporto storico e materiale i misteri della vita terrena di Cristo sono ormai passati: ma la loro virtù, e la grazia per cui noi vi partecipiamo agiscono sempre.

Il Cristo, nel suo stato di gloria, non merita più; Egli non ha potuto meritare che nella sua vita mortale fino all'ora in cui rese l'ultimo sospiro sulla croce. Ma i meriti che egli ha acquistati non desiste mai dal renderli nostri: Christus heri, et hodie, ipse et in saecula (Hebr. XIII, 8). Non dimentichiamo che Gesù Cristo vuole la santità del suo corpo mistico: tutti i suoi misteri convergono per determinare questa santità (Eph. V, 25). Ma questa Chiesa qual è? Forse quel piccolo numero di persone che ebbero il privilegio di vedere l'Uomo-Dio vivere sulla terra? No certamente. Nostro Signore non è venuto solamente per i soli abitanti della Palestina che vivevano al tempo suo, ma per gli uomini di tutti i secoli: Pro omnibus mortuus est Christus (II Cor V, 15). Lo sguardo di Gesù, essendo uno sguardo divino, si posava su tutte le anime, il suo amore si estendeva a ciascuna di esse, la sua volontà santificatrice permane in se stessa altrettanto sovranamente efficace come nel giorno in cui egli spandeva il suo sangue per la salvezza del mondo.

Se il tempo di meritare è per lui passato, il tempo invece di comunicare il frutto dei suoi meriti dura e durerà fino alla salvezza dell'ultimo eletto; Cristo è sempre vivente: Semper vivens ad interpellandum pro nobis (Hebr. VII, 25).

Eleviamo il nostro pensiero fino al cielo, fino a quel santuario dove Cristo è salito quaranta giorni dopo la sua resurrezione, e là, contempliamo nostro Signore che se ne sta sempre davanti alla faccia del Padre suo (Ibid.. IX, 24). Perché mai Cristo se ne sta continuamente davanti alla faccia del Padre suo? Perché egli è suo Figlio, il Figlio unico di Dio. «Per lui non è affatto una ingiusta pretesa proclamarsi uguale a Dio» (Philip. II, 6) essendo egli il vero Figlio di Dio. L'eterno Padre lo guarda e gli dice: Filius meus es tu, ego hodie genui te (Ps. II, 7). In questo stesso momento in cui vi parlo, Cristo è davanti a suo Padre e gli dice: Pater meus es tu (Ibid. 88, 27). «Voi siete mio Padre» ed io sono veramente vostro Figlio. Ed essendo Figlio di Dio, egli ha diritto di guardare in faccia suo Padre, di trattare con lui da pari a pari, e di regnare nei secoli con lui. Ma S. Paolo aggiunge che proprio per noi egli esercita questo diritto e se ne sta di continuo davanti a suo Padre. Ora che altro può questo significare se non che Cristo si mantiene davanti a suo Padre non solo a titolo di Figlio unico, ma altresì nella sua qualità di mediatore? Egli si chiama Gesù, cioè a dire Salvatore, nome divino che viene da Dio ed è stato imposto da Dio (Mt 1, 21). Gesù Cristo è in cielo, alla destra di suo Padre, come nostro rappresentante, come nostro pontefice e come nostro mediatore. In questa qualità egli ha adempiuto, quaggiù, fino all'ultimo iota e in tutti i particolari, la volontà del Padre suo ed ha voluto vivere tutti i suoi misteri; in questa qualità altresì, egli vive adesso alla destra di Dio per presentargli i suoi meriti e per comunicare, ininterrottamente, alle anime nostre, a loro santificazione, il frutto dei suoi misteri. Oh qual potente motivo di fiducia il sapere che Cristo, di cui leggiamo la vita nel Vangelo, di cui celebriamo i misteri, è ognora vivente e intercede ognora per noi, che la virtù della sua divinità non cessa mai di operare e che il potere posseduto dalla sua santa umanità (come strumento unito al Verbo) di guarire i malati, di consolare gli afflitti, di vivificare le anime è sempre il medesimo! Come già un tempo, Cristo è ancora la via infallibile che conduce a Dio, la verità che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, la vita che salva dalla morte.

Oh io lo credo, o Signore Gesù, ma accrescete voi la mia fede! Io ho piena fiducia nella realtà e pienezza dei meriti vostri, ma corroborate voi questa fiducia! Io vi amo, o Signore, che ci avete manifestato il vostro amore in tutti i vostri misteri, in finem, ma rinvigorite voi l'amor mio!...

 

Columba Marmion

 

 

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