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La malattia più diffusa: la falsità

In un mondo dove apparire è più comodo di essere, non rimane poi così difficile stilare una diagnosi sullo stato di salute della società in cui viviamo: il mondo è affetto da falsità. Questa malattia è detestabile: guasta le amicizie, rovina i rapporti rendendoli impossibili perché basati sull'ipocrisia che soppianta la lealtà e la trasparenza... e fa soffrire.

La falsità è un mostro con più teste: talvolta si agisce per compiacere gli altri per secondi fini, talaltra si dicono cose che non si pensano per cinico opportunismo, oppure ci si finge amici salvo poi dare libero sfogo alle critiche rivolte a chi non si lascia condizionare, per appagare un incomprensibile risentimento.

Sicché, si crede di essere furbi e persino intelligenti seguendo l'arte del “far buon viso a cattivo gioco”, si pensa di dar prova di maturità celando i propri pensieri, magari si ha persino la pretesa di essere dei buoni cattolici predicando bene ma razzolando male (dissimulare sentimenti malevoli sotto una veste di devozione religiosa: un modo di essere quanto mai attuale)... della coerenza, del resto, chi ne sente più parlare?

Tuttavia non si considera che nel frattempo il sorriso perde la spontaneità, il finto atteggiamento viene tradito da un'espressione del viso tesa, i comportamenti divengono forzati e imbarazzati... E quando la falsità si insinua nel modo d'agire ecco che finisce per dominare le parole giungendo sempre al medesimo risultato: le critiche, fatte alle spalle, divengono sempre più maligne, ci si abbandona ai pettegolezzi, e l'invidia fa la sua comparsa. La cattiveria ha preso il sopravvento nonostante si voglia passare per persone buone e virtuose.

Ma tutto rimane nascosto agli occhi degli altri e come sempre accade, si cerca di mischiare le carte, alterando la verità, condizionando il giudizio dei sempliciotti o dei propri simili con una maestria da far invidia ai disonorevoli politici navigati del Belpaese: la vita si è trasformata in un grande palcoscenico dove non si finisce mai di recitare... Ma le cose stanno in realtà in ben altro modo.

Seneca scriveva: «Il cattivo che s'infinge buono, dimostra di essere pessimo (Prov.)»

E S. Bernardo ammoniva: «Gli ipocriti sono pecore nel portamento, volpi nell'astuzia, lupi nelle opere e nella ferocia. Il loro primo pensiero è di non essere buoni: ma di parere tali; di essere cattivi, ma di non sembrarlo (Serm. LXVI, in Cant.)». Lo stesso santo diceva: «Il desiderare dall'umiltà la lode dell'umiltà, non è virtù, ma pervertimento. Vi è cosa più indegna e più perversa che quella di voler comparire migliore appunto in quello in cui si è peggiore? Costoro non praticano la virtù, ma nascondono il vizio sotto il mantello della virtù (Serm. XVIII, in Cant.)». Di loro dice il Signore: «Questa genia mi venera con le parole, ma in verità il loro cuore è lontano da me» (ISAI. XXIX, 13).

«La speranza dell'impostore andrà, delusa» - leggiamo in Giobbe (VIII, 13), il quale afferma che l'ipocrita non potrà sostenere lo sguardo di Dio (IOB. XIII, 16). Gesù Cristo poi li ha così spesso maledetti che per ben otto volte in un sol capo di S. Matteo (XXIII) troviamo ripetuta quella minaccia: «Guai a voi, o ipocriti!» - E la Sacra Scrittura è piena di tali minacce e maledizioni.

Gesù chiama gli impostori sepolcri imbiancati. «Un sepolcro - spiegava S. Cirillo - può ben essere dipinto a foglie e fiori, ma dentro non vi è mai altro che putridume, vermi e polvere (Comment.)». Perciò S. Giovanni diceva di un tale: «Hai nome di vivere, ma in realtà sei morto» (Apoc. III, 1).

Credo che un po' tutti abbiano avuto la malcapitata sorte di incontrare persone subdole e ancor più credo che tutti si siano trovati davanti ad un bivio: imparare la falsità per non subirla o combattere la falsità per non commetterla. Nel primo caso si potrà credere di vivere in discesa, apparendo per quello che non si è, e con l'astuzia (intelligenza, la chiamano) si finisce persino per essere apprezzati e stimati; nel secondo caso si fatica in salita, rischiando anche le amicizie, se non sincere, e per di più si è criticati perché non accomodanti, accusati di essere chissà cosa. Il mondo va proprio alla rovescia!

Ma non importa, così recita il proverbio: meglio soli che mal accompagnati. In altre parole, meglio soli, piuttosto che avere l'ambiguità come compagna di viaggio ed essere attorniati da individui e amici mediocri. Ai quali non farebbe male una breve ma intensa lettura di sant'Agostino: chissà mai che a chi continua a definirsi cattolico giunga il miracolo di comprendere che servono i fatti e non le belle (e false) parole!

 

Padre Elia Schafer

 

Esortazione di Sant'Agostino ai battezzati

Rivolgo la mia parola a tutti quelli che la nostra sollecitudine pastorale abbraccia, invitandoli all'ascolto e all'attenzione, ma in particolare ora mi rivolgo a voi la cui recente infanzia della vita dello Spirito è stata contrassegnata dalla culla dei Sacramenti. Infatti soprattutto a voi è diretto l'invito della parola di Dio attraverso l'apostolo Pietro: Allontanate da voi ogni forma di male: basta con gli imbrogli e le ipocrisie, con l'invidia e la maldicenza. Come bambini appena nati desiderate il latte puro e spirituale per crescere verso la salvezza, se voi davvero avete gustato quanto è buono il Signore (1 Pt 2, 1-3).

E che lo avete davvero gustato sono testimone io che, facendomi vostra nutrice, vi ho fatto attingere questa dolcezza. Dunque agite in modo conforme alla vostra santa infanzia secondo l'ammonimento ascoltato, allontanando da voi malizia inganni, ipocrisie, invidie, maldicenze, e mantenete fedelmente questa vostra innocenza così da non perderla nel crescere.

E` malizia cercare il male altrui; è inganno agire fingendo; è ipocrisia adulare con lodi false; è invidia provare risentimento della felicità altrui; è maldicenza criticare per gusto di mordere più che per sincerità. E ancora: la malizia prova piacere del male altrui; l'invidia si tormenta del bene dell'altro; l'inganno rende doppio il cuore, l'ipocrisia rende doppia la parola; la maldicenza ferisce la fama.

Invece l'innocenza della vostra infanzia santa, in quanto figlia della carità, non gode della ingiustizia, la verità è la sua gioia (1 Cor 13, 6): è semplice come colomba, astuta come serpente (Mt 10, 16), non per desiderio di nuocere, ma per guardarsi da chi può nuocerle.

A mantenere questa purezza di vita io vi esorto: Il regno dei cieli appartiene a quelli che sono come loro (Mt 19, 14), che sono cioè umili, spiritualmente piccoli. Non abbiate per loro disprezzo o avversione: è segno di vera grandezza l'esser piccolo, mentre la superbia è fallace grandezza di chi è debole. E quando la superbia si sia impadronita di un animo, sollevandolo in alto lo fa precipitare, gonfiandolo lo svuota, riempiendolo lo spezza. Mentre la persona umile non può fare del male, il superbo non può non farne: intendo riferirmi all'umiltà di chi non aspira a eccellere per transitori successi mondani, ma è volto sinceramente a un bene eterno che sa di poter raggiungere, non con le proprie forze ma con l'aiuto che riceve. Chi ha questa umiltà non può desiderare il male di nessuno perché nessun male potrebbe accrescere il suo bene. La superbia invece produce subito invidia, e chi prova invidia non può che desiderare il male di colui il cui bene lo tormenta. Anche l'invidia quindi porta subito a volere il male, e di qui derivano imbrogli, ipocrisie, maldicenze e tutto quel male che non si vorrebbe mai ricevere da un altro.

Se conservate quindi intatta la pia umiltà, che secondo le Scritture è il segno distintivo della santa infanzia, godrete sicuramente della immortalità dei beati: A costoro appartiene il regno dei cieli.

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