Home / Approfondimenti / Mons. Marcel Lefebvre... paladino della Fede / I Sette Doni

I Sette Doni

I Cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, facendosi interpreti del grandissimo disagio che in vaste aree del mondo cattolico, soprattutto nelle sue parti più colte, la riforma liturgica aveva provocato, inviarono a Papa PaoloVI un «Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae», il cosiddetto «Intervento Ottaviani». Nella lettera di supplica a Paolo VI si rilevava:

«Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato – opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori di anime – il Novus Ordo Missae, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i “canoni” del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del mistero».

Il Papa ricevette la supplica il 21 ottobre 1969 e, turbato dai firmatari del documento, lo consegnò subito al Cardinale Franjo Seper, Prefetto della Sacra Congregazione della Dottrina della Fede, per effettuare un severo esame delle critiche sollevate. Seper, preoccupato, ne parlò al Cardinale Gut e, insieme, si rivolsero a monsignor Bugnini. Seper chiese a quest’ultimo di sospendere la pubblicazione dell’Ordo Missae e consegnò il Breve esame critico a tre teologi della Congregazione che presiedeva. Per arrestare in tempo la campagna di resistenza contro il Novus Ordo, il 30 ottobre 1969 monsignor Benelli della Segreteria di Stato ordinò a Bugnini di pubblicare la normativa, già inviata il 20 ottobre alle Conferenze episcopali, la quale permetteva l’uso del Vetus Ordo fino al 28 novembre 1971. È prezioso leggere il racconto di quei controversi giorni nel libro La mia vita dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI:

«Il [...] grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al Concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo Papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il Concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche. Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro sia pure con il materiale di cui si era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti [...] il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come una rottura, ma come un momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa»1.

Dunque non si trattava di banali nostalgie liturgiche per tradizionalisti canuti, amanti del passato, bensì di palesi questioni dottrinali che andavano ad intaccare il rito eucaristico, atto centrale della vita di ogni cattolico. Ascoltiamo ciò che scrisse il Cardinale Ratzinger in un brano del volume Introduzione allo spirito della liturgia, dove si comprende il suo pensiero sulla ritualità del Santo Sacrificio:

«... dovrebbe essere chiaro a tutti che le azioni esteriori sono del tutto secondarie. L’agire dovrebbe venire meno quando arriva ciò che conta: l’oratio. E deve essere ben visibile che l’oratio è la cosa che più conta e che essa è importante proprio perché dà spazio all’actio di Dio. Chi ha capito questo, comprende facilmente che ora non si tratta più di guardare il sacerdote o di stare a guardarlo, ma di guardare insieme il Signore e di andargli incontro. La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui oggi è dato assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa molto semplicemente a lato dell’essenziale. Se le singole azioni esteriori (che di per sé non sono molte e che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l’essenziale della liturgia e questa stessa viene degradata in un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene anzi ridotto a parodia [...]. A questo riguardo l’educazione liturgica di sacerdoti e laici è oggi deficitaria in misura assai triste. Qui resta molto da fare»2.

Per mitigare un po’ quella tristezza sua e di molti altri, Benedetto XVI ha emanato, il 7 luglio 2007, il Motu proprio «Sommorum pontificum» che liberalizza la pratica del rito romano, precisando che «in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero. A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue: Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano».

Seguono poi undici articoli dove il Sommo Pontefice entra in dettaglio per una corretta applicazione della normativa, precisando che la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988, eserciterà l’autorità della Santa Sede per vigilare sulla osservanza delle disposizioni date e avviate a partire dal 14 settembre 2007, festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Paolo VI, all’epoca, cercava di rassicurare affermando che gli esperimenti erano finalmente terminati; allo stesso tempo non nascose la sofferenza per l’abbandono della lingua antica. Un sacrificio, però, che riteneva necessario.

Se il latino «tenesse da noi segregata l’infanzia, la gioventù, il mondo del lavoro e degli affari; se fosse un diaframma opaco invece che un cristallo trasparente, noi, pescatori di anime, faremmo buon calcolo a consegnargli l’esclusivo dominio dell’espressione orante e religiosa? Che cosa diceva San Paolo? Si legga il capo XIV della prima lettera ai Corinti: “Nell’assemblea preferisco dire cinque parole secondo la mia intelligenza per istruire anche gli altri, che non diecimila in virtù del dono delle lingue” (19 ecc.). E Sant’Agostino sembra commentare: “Purché tutti siano istruiti, non si abbia timore dei professori” (P.L. 38, 228, Serm. 37; cfr. anche Serm. 299, p.1371). Ma del resto il nuovo rito della Messa stabilisce che i fedeli “sappiano cantare insieme, in lingua latina, almeno le parti dell’ordinario della Messa, e specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore, il Padre nostro” (n. 19). Ma ricordiamolo bene, a nostro monito e a nostro conforto: non per questo il latino nella nostra Chiesa scomparirà; esso rimarrà la nobile lingua degli atti ufficiali della Sede Apostolica; resterà come strumento scolastico degli studi ecclesiastici e come chiave d’accesso al patrimonio della nostra cultura religiosa, storica ed umanistica; e, se possibile, in rifiorente splendore»3.

Monsignor Marcel Lefebvre è sconcertato: lo inquieta la contraddizione di Paolo VI, legato alla tradizione cattolica, ma permissivo nell’elargire applicazioni liberali. Quale strada dunque restava? Resistere alle idee avverse al santo sacerdozio, al quale riteneva legata la Messa cattolica; opporsi con intransigenza al pensiero di stampo illuministico e positivistico per non cadere nella tentazione di essere trascinati dal mondo; contrapporre alle lusinghe di quest’ultimo la Verità rivelata da Cristo con la sua nascita, la sua predicazione, la sua passione, la sua morte in croce, la sua resurrezione. Lefebvre non ebbe mai tentennamenti a tale riguardo, anche davanti ad un evidente ostracismo che venne a crearsi intorno alla sua figura; non ebbe mai cedimenti emotivi di paura, di angoscia, di perplessità sulla strada che stava percorrendo, come se lo Spirito Santo4 fosse su di lui e lo tutelasse con lo scudo dei suoi sette doni:

La sapienza, specchio senza macchia dell’attività di Dio, come affermava padre Pio, un lume che non può acquistarsi, ma che immediatamente viene infusa da Dio; un dono concesso solo all’uomo la cui volontà è retta («La sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato», Sap 1,4).

L’intelletto, la luce soprannaturale, che illumina l’occhio dell’anima, fortificandola e donandole una più estesa vista sulle cose divine. Quindi, come diceva san Tommaso d’Aquino, l’intelligenza fa apparire le cose spirituali come nuda Verità, colta in maniera più completa. Condizione indispensabile per il dono dell’intelletto è la purezza di cuore: un cuore puro è un cuore sincero, limpido, leale, trasparente, libero dal male. Il dono dell’intelletto dona all’anima una conoscenza profonda della propria vita, le fa capire i disegni di Dio facendole raggiungere lo scopo della sua esistenza. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo», ammonisce san Paolo, «ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto»5.

Il consiglio fa attuare il proposito di vivere secondo il Vangelo, ispirando scelte conformi alla volontà di Dio. Una specie d’intuizione soprannaturale che aiuta a giudicare prontamente ciò che conviene fare e decidere, senza esitazioni e dubbi, anche nei casi più difficili. Lo Spirito mette in piena sintonia con Dio e fa realizzare il proposito di vivere secondo la sua volontà, venendo in aiuto alla debolezza umana: la retta intenzione libera da riguardi e considerazioni umane e indirizza con purezza di cuore a Dio.

La fortezza è l’espressione della Fede matura, provata da tutto quello che il Maligno può scatenare dentro di noi e intorno a noi per vincere la debolezza umana. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»6. L’impegno perseverante delle virtù morali porta come frutto il gaudio spirituale di cui monsignor Lefebvre fu sempre provvisto. Maria, la Madre di Dio, è la fortezza per eccellenza: forte nei disagi, nei pericoli, ai piedi della croce. Gesù, l’Emmanuele, «Dio con noi», trasforma la debolezza dell’uomo in fortezza, la croce nella gloria della resurrezione.

La scienza aiuta a valutare rettamente le cose nella loro essenziale dipendenza dal Creatore. Grazie ad essa, come scrive san Tommaso, «l’uomo non stima le creature più di quello che valgono e non pone in esse, ma in Dio, il fine della propria vita»7. Il dono della scienza insegna a fare ringraziamento e offerta di ogni cosa creata perché è stata data per aiutare nel cammino verso Dio. La scienza suggerisce un ordinato e illuminato distacco dalle creature per entrare in armonia e in profonda comunione con esse e assaporarne tutta la bellezza come riflesso della bellezza di Dio, come suggerisce il libro del Siracide.

La pietà rende capaci di rispondere all’amore misericordioso di Dio con un attaccamento filiale fatto di vigilanza e tenerezza, che si traduce in un’obbedienza pronta e gioiosa verso il Signore e un’attenta misericordia verso il prossimo. Consapevole della propria povertà, la creatura si abbandona al suo Creatore per riceverne consolazione. Tale dono fa essere pronti ad ogni sacrificio.

Il timore di Dio induce a guardare dove si posa il passo, accelerato dall’amore, per non cadere; a fuggire il peccato per evitare le pene eterne dell’inferno, per avere una percezione forte del senso del peccato, per non avere paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima ed essere vigilanti, invece, nel temere Colui che può far perire e l’anima e il corpo. Con tali armi monsignor Lefebvre non si sottrasse alla battaglia alla quale il Signore degli eserciti lo stava interpellando. 

 


Cristina Siccardi - Mons. Marcel Lefebvre. Nel nome della Veritàcap. 26

 

1 J. Ratzinger, La mia vita [Titolo originale dell’opera: Aus meinem Leben Erinnerungen 1927-1977], San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1997, pp. 113-115. 

2 Cfr. J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2001, pp. 167-172. 

3 Paolo VI all’Udienza generale del 26 novembre 1969. 

4 In ebraico Spirito viene tradotto con la parola (ruah), vento, respiro; mentre Spirito Santo è (ruah hakodesh). Per la religione ebraica con tale termine viene indicata la Potenza divina che può riempire gli uomini, ad esempio i profeti. In greco antico Spirito si dice πνευµα (pneuma; da πνεω, pneo¯, cioè «respirare/soffiare/aver vita»), da cui deriva il termine pneumatologia con cui è indicata la scienza teologica che studia la relazione tra lo Spirito Santo e la Trinità. In latino Spirito è Spiritus (da spiro, cioè respirare, soffiare). 

5 Rm 12,2. 

6 Gv 14,23. 

7 T. d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 9, a. 4. 

Share |