Il Cuore di Cristo (19)

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Tutto ciò che possediamo nel regno della grazia ci viene da Gesù Cristo, «dalla cui pienezza noi tutti riceviamo» (Joan. I, 16). Egli ha distrutto il muro di separazione che ci impediva di andare a Dio, ha meritato per noi, con una abbondanza infinita, tutte le grazie, e, capo divino del corpo mistico, possiede la potenza di comunicarci lo spirito dei suoi stati e la virtù dei suoi misteri per trasformarci in lui. Quando noi consideriamo questi misteri di Gesù, quale perfezione vi vediamo risplendere maggiormente? L'amore.

L'amore ha compiuto l'Incarnazione (Credo della messa); l'amore ha fatto nascere Cristo in una carne passibile e inferma; l'amore ha ispirato l'oscurità della sua vita nascosta, alimentato lo zelo della sua vita pubblica.

Se Gesù si offre alla morte per noi, ciò avviene perché cede «all'eccesso di un amore sconfinato» (Joan. XIII, 1); se risuscita, avviene «per la nostra giustificazione» (Rom. IV, 25); se sale al cielo, lo fa «come precursore per prepararci un posto» (Joan. XIV, 2; Hebr. VI, 20) in quel soggiorno di beatitudine. Parimenti egli manda lo Spirito consolatore «per non lasciarci orfani» (Joan. XIV, 18); istituisce il sacramento dell'Eucaristia per offrirci un ricordo del suo amore (Cf. Luc. XXII, 19). Tutti questi misteri dunque hanno la loro sorgente nell'amore.

E' indispensabile che la nostra fede in questo amore di Gesù Cristo sia viva e costante. Perché? Perché essa costituisce uno dei migliori sostegni della nostra fedeltà. Guardate S. Paolo: nessuno ha lavorato e si è adoperato tanto per Gesù Cristo. Un giorno che i suoi nemici impugnarono la legittimità della sua missione, è costretto, per difendersi, ad abbozzare egli stesso il quadro delle sue opere, delle sue fatiche e dei suoi dolori. Voi conoscete certamente questo quadro così vivo; ma leggere di nuovo questa pagina, unica nella storia dell'apostolato, è sempre una gioia per l'anima. «Spesso, dice il grande Apostolo, ho visto la morte da vicino; cinque volte ho subito il supplizio della flagellazione; tre volte sono stato battuto con verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; sono stato un giorno e una notte in fondo al mare. E i miei viaggi innumerevoli sono stati pieni di pericoli: pericoli sui fiumi, pericoli da parte degli assassini, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai gentili, pericoli nelle città, pericoli nella solitudine, pericoli nel mare; pericoli nella fatica e nella miseria, nelle molte vigilie, nella fame e nella sete, nei molti digiuni, nel freddo e nella nudità; e per non parlare di molte altre cose, ricorderò i miei affanni di ogni giorno e la preoccupazione di tutte le chiese che ho fondato?» (II Cor XI, 23-28). Altrove egli applica à sé le parole del Salmista: «Per te, o Signore, siamo ogni giorno esposti alla morte e siamo riguardati come pecore destinate al macello…». Ma che cosa aggiunge? «In tutte queste difficoltà siamo più che vincitori» (Rom. VIII, 36-37). E dove trova il segreto di questa vittoria? Domandategli perché tutto sopporti, perfino «la noia di vivere» (II Cor I, 8); perché in tutte le sue prove rimane unito a Cristo con fermezza incrollabile, che né le tribolazioni, né l'angoscia, né la persecuzione, né la fame, né la spada possono separarlo da Gesù (Rom. VIII, 35), ed egli vi risponderà (Ibid. 37), «a motivo di colui che ci ha amati». Ciò che lo rende forte, ciò che lo anima, ciò che lo stimola è la profonda convinzione «dell'amore che Cristo gli porta» (Galat. II, 20). Difatti, il sentimento che fa nascere in lui questa ardente convinzione è «che egli non vuole più vivere per se stesso» egli che pure ha bestemmiato il nome di Dio e perseguitato i cristiani, (Cf. Act. XXVI, 9-10; I Cor, XV, 9) «ma per colui che lo ha amato al punto di dare la vita per lui» (II Cor V, 14). «L'amore di Cristo ci incalza», egli esclama. «E io mi offrirò per lui, mi impegnerò ben volentieri e senza riserve e senza calcoli»; mi esaurirò per le anime che rappresentano la sua conquista! (Ibid. XII, 15) Questa convinzione che Cristo lo ama è veramente la chiave di tutta l'opera del grande Apostolo.

Niente spinge tanto all'amore quanto il sapersi e il sentirsi amati. «Tutte le volte che pensiamo a Gesù Cristo, dice S. Teresa, ricordiamoci dell'amore col quale egli ci ha colmato dei suoi benefizi... L'amore chiama l'amore».

Come possiamo conoscere questo amore che è nel fondo di tutti i misteri di Gesù, la cui spiegazione e i cui motivi sono in esso riassunti? Dove possiamo attingere questa scienza così salutare e feconda che S. Paolo ne faceva l'oggetto della sua preghiera per i suoi cristiani? (Eph. III, IV). Questa scienza si attinge nella contemplazione dei misteri di Gesù. Se li studiamo con fede, lo Spirito Santo, che è amore infinito, ce ne svela le profondità e ci conduce a quell'amore che ne è la sorgente.

Vi è una festa che, per il suo oggetto, ci ricorda d'una maniera generale l'amore che il Verbo Incarnato ci ha mostrato: è la festa del Sacro Cuore. La Chiesa, ispirandosi alle rivelazioni di nostro Signore a S. Margherita Maria, chiude, a così dire, con questa festa, il ciclo annuale delle solennità del Signore; come se, pervenuta al termine della contemplazione dei misteri dello Sposo suo, altro non le rimanesse che celebrare quell'amore che li ha tutti ispirati.

Sull'esempio della Chiesa dunque, ora che abbiamo passato in rassegna i principali misteri del nostro divin capo, vi dirò qualche cosa intorno alla devozione al Sacro Cuore, del suo oggetto e della Sua pratica. Ci convinceremo maggiormente di quella verità fondamentale che per noi tutto si riduce alla conoscenza pratica dell'amore di Gesù.

I. Che cos'è, generalmente parlando, la devozione al Sacro Cuore e come questa devozione immerga le sue radici nel domma cristiano

«Devozione viene dalla parola latina devovere: dedicare, consacrare se stesso ad una persona amata. La devozione a Dio è la consacrazione totale della nostra vita a Dio, è la più alta espressione del nostro amore. «Amerete Dio con tutto il vostro cuore, con tutta l'anima vostra, con tutto lo spirito vostro, con tutte le forze vostre» (Marc. XII, 30). Questo «totus» contrassegna la devozione: amare Dio con tutto se stesso, senza riserva, senza interruzione, amarlo al punto di dedicarsi al suo servizio con prontezza e facilità: ecco che cos'è la devozione, e, intesa cosi, costituisce la perfezione, poiché essa è il fiore della carità (Cf. S. Thom. II-II, q. 82, a. 1).

La devozione a Gesù Cristo è la consacrazione di tutto il nostro essere e di tutta la nostra attività alla persona del Verbo Incarnato, prescindendo dagli stati particolari della persona di Gesù e dai misteri speciali della sua vita. Con questa devozione a Gesù Cristo, noi ci studiamo di conoscere, di onorare e di servire il Figlio di Dio manifestantesi a noi nella sua santa umanità.

Una devozione particolare consiste nel consacrarsi a Dio considerato specialmente in uno dei suoi attributi o delle sue perfezioni, come la santità o la misericordia, ovvero ad una delle tre persone divine; oppure nel consacrarsi a Gesù Cristo contemplato in uno dei suoi misteri, nell'uno o nell'altro dei suoi stati. Come l'abbiamo notato nel corso di queste conferenze, è sempre il medesimo Gesù Cristo che onoriamo; è sempre la sua adorabile persona cui s'indirizzano i nostri omaggi, ma consideriamo questa persona sotto un aspetto particolare o sotto uno speciale mistero. Così la devozione alla santa infanzia è la devozione alla stessa persona di Cristo contemplata specialmente nel mistero della natività e della sua fanciullezza a Nazareth; la devozione alle cinque piaghe è la devozione alla persona del Verbo Incarnato considerato nelle sue sofferenze simboleggiate pur esse nelle cinque piaghe di cui Cristo ha voluto conservare le cicatrici dopo la sua risurrezione. La devozione può avere un oggetto speciale, proprio, immediato, ma essa si riferisce sempre alla stessa persona (S. Thom, III, q. 25, a. 1).

Voi comprendete ormai che cosa si deve intendere per devozion al S. Cuore. Parlando in generale essa è la devozione alla persona stessa di Gesù, che manifesta l'amor suo per noi e ci mostra il suo Cuore come simbolo del suo amore. Chi onoriamo dunque in questa devozione? Gesù Cristo stesso in persona. E qual è l'oggetto immediato, speciale, proprio di questa devozione? E' il Cuore di carne di Gesù, il Cuore che batteva nel suo petto di Uomo-Dio: ma questo Cuore non lo onoriamo separatamente dalla natura umana di Gesù, né dalla persona del Verbo eterno cui, nell'Incarnazione, si unì questa umana natura. Ed è tutto? No, occorre aggiungere pur questo: noi onoriamo questo Cuore come simbolo dell'amore di Gesù per noi.

La devozione al Sacro Cuore si riannoda dunque al culto del Verbo Incarnato che ci manifesta il suo amore e di tale amore ci addita come simbolo il Cuor suo.

Io non ho certo bisogno di giustificare dinanzi a voi questa devozione che vi è familiare; tuttavia dirne qualcosa non sarà senza vantaggio.

Voi sapete che, secondo certi protestanti, la Chiesa è come un corpo senza vita che avrebbe ricevuta tutta la sua perfezione sin dagli inizi e nella quale dovrebbe rimanere immobile: tutto ciò che si è aggiunto poi nel campo della dogmatica come in quello della pietà, non sarebbe, agli occhi loro, che superfetazione e corruzione. Per noi, la Chiesa è un organismo vivo, che, al pari di tutti gli organismi viventi, deve svilupparsi e perfezionarsi. Il deposito della rivelazione è stato suggellato alla morte dell'ultimo apostolo e da allora nessuno scritto è più ammesso come ispirato, e le rivelazioni particolari dei Santi non rientrano nel deposito ufficiale delle verità della fede. Tuttavia molte verità contenute nel deposito ufficiale non vi sono che in germe; a mano a mano, sotto la pressione degli avvenimenti e la guida dello Spirito Santo, si sono presentate le occasioni per giungere a definizioni esplicite che fissavano in formule precise e determinate ciò che prima era conosciuto solo implicitamente.

Dal primo istante della sua Incarnazione, Gesù Cristo possedeva nella sua santa anima tutti i tesori della scienza e della sapienza divina, ma solo gradatamente li rivelò.

A misura che Cristo cresceva in età, si manifestava questa scienza e questa saggezza e si vedevano fiorire le virtù di cui possedeva il germe. Qualche cosa di analogo succede per la Chiesa, che è il mistico corpo di Cristo. Ad esempio, noi troviamo nel deposito della fede questa magnifica rivelazione: «Il Verbo era Dio, e il Verbo si è fatto carne» (Joan. I, 1, 14). Questa rivelazione contiene dei tesori che non sono stati scoperti che a poco a poco, come un seme che si è sviluppato in frutti di verità per accrescere le nostre conoscenze di Gesù Cristo. Nell'occasione di eresie che sorsero via via, la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, ha definito che in Gesù Cristo non vi è che una sola persona divina, ma due nature distinte e perfette, due volontà, due sorgenti di attività; che la Vergine Maria è Madre di Dio; che tutte le parti della santa umanità di Gesù sono oggetto di adorazione per effetto della loro unione alla divina Persona del Verbo. Sono questi nuovi dommi? Niente affatto, ma è il deposito della fede che si esplica, si sviluppa, diviene esplicito.

Quanto si dice dei dommi, deve dirsi parimenti delle devozioni. Nel corso dei secoli, sono sorte delle devozioni che la Chiesa, condotta dallo Spirito Santo, ha accettate e fatte sue. Non si tratta di innovazioni propriamente dette, ma di semplici conseguenze di dommi già stabiliti e, insieme, conseguenza dell'attività organica della Chiesa.

Dal momento che la Chiesa insegnante approva una devozione e la conferma con la sua sovrana autorità, dobbiamo accoglierla con gioia perché comportarsi in maniera diversa non sarebbe più «condividere i sentimenti della Chiesa», sentire cum Ecclesia, non sarebbe più condividere i pensieri di Gesù Cristo, dacché egli ha detto ai suoi Apostoli e ai loro successori: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me» (Luc. X, 16). Ora come andare al Padre se non ascoltiamo Cristo?

Relativamente moderna quanto alla forma che riveste attualmente, la devozione al Sacro Cuore trova le sue radici dommatiche nel deposito della fede. Essa era contenuta in germe nelle parole di S. Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato tra noi... Egli portò fino all'estremo l'amore che aveva per i suoi» (Joan. I, 14; XIII, 1).

Che cos'è infatti l'Incarnazione? E' la manifestazione di Dio, è «Dio che si rivela a noi attraverso l'umanità di Gesù» (Prefazio del Natale); è la rivelazione dell'amore divino al mondo: «Dio ha amato il mondo al punto donargli il suo Figlio unigenito»; e il Figlio stesso ha amato gli uomini fino a offrirsi per loro: «Non vi è amore più grande che dare la propria vita per i propri amici» (Joan. XV, 13).

Tutta la devozione al Sacro Cuore è, in germe, in queste parole di Gesù. E a mostrare che questo amore aveva raggiunto il grado più alto, Cristo Gesù ha voluto che, subito dopo il suo ultimo respiro sulla croce, il suo Cuore fosse trapassato dalla lancia di un soldato.

Come sotto vedremo, l'amore simboleggiato dal cuore in questa devozione è primieramente l'amore creato di Gesù, ma siccome Cristo è il Verbo Incarnato, i tesori di questo amore creato ci manifestano le meraviglie dell'amore divino, del Verbo eterno.

Voi potete dunque constatare su quale profondità del deposito della fede sia legata questa devozione.

Lungi dall'essere una alterazione od una corruzione, essa è un adattamento, semplice e insieme magnifico, delle parole di S. Giovanni sul Verbo che s'è fatto carne e si è immolato per nostro amore.

II. Suoi diversi elementi

Se ora consideriamo brevemente gli elementi diversi di questo culto, vedremo come essi siano del tutto giustificati.

L'oggetto proprio e diretto è il Cuore fisico di Cristo. Questo Cuore è, infatti, degno di adorazione perché fa parte della natura umana, e perché il Verbo si è unito ad una natura umana perfetta (Simbolo attribuito a S. Atanasio). Quella stessa adorazione che tributiamo alla persona divina del Verbo si riferisce a tutto quello che le è unito personalmente e che sussiste in lei e per lei. E questo, come è vero di tutta intera la natura umana di Gesù, così è vero di ciascuna delle parti che la compongono. Il Cuore di Gesù è il Cuore di un Dio. Sennonché questo Cuore che noi onoriamo e che adoriamo in questa umanità unita alla persona del Verbo non è qui che un simbolo. E di che? E' simbolo dell'amore. Nel comune linguaggio il cuore si assume come il simbolo dell'affetto. Quando Iddio ci dice nella S. Scrittura: «Figlio mio, dammi il tuo cuore», (Prov XXIII, 26) noi comprendiamo che cuore significa amore. Si può dire di una persona: io la stimo, la rispetto, ma il mio cuore non glielo posso dare, e voglio significare con ciò, che l'amicizia, l'intimità, l'unione sono impossibili.

Nella devozione al Sacro Cuore di Gesù dunque onoriamo l'amore che Gesù Cristo ci porta. Prima di tutto l'amore creato. Gesù Cristo è Dio ed uomo, perfetto Dio come perfetto uomo: è il mistero stesso dell'Incarnazione. Ora, in quanto «Figlio dell'uomo», Cristo ha un cuore come il nostro, un cuore di carne, un cuore che per noi palpita del più tenero amore, del più verace, del più nobile, del più fedele amore che esista sulla terra.

Nella sua lettera agli Efesini, S. Paolo diceva loro che pregava instantemente Iddio perché facesse loro conoscere la lunghezza, la larghezza, la profondità del mistero di Gesù, tanto era egli meravigliato delle incommensurabili ricchezze che tale mistero in sé racchiudeva. La stessa cosa avrebbe potuto dire dell'amore del Cuore di Gesù per noi, come, del resto, l'ha detto quando proclamò che «questo amore sorpassa ogni scienza» (Eph. III, 14-19).

Difatti non giungeremo mai ad esaurire i tesori di tenerezza, di amabilità, di benevolenza, di carità di cui il Cuore di Gesù è l'ardente braciere. Basta aprire il Vangelo e vedere ad ogni pagina splendere la bontà, la misericordia, la condiscendenza di Gesù nei riguardi degli uomini. Io mi studiai, quando vi esposi alcuni aspetti della vita pubblica di Gesù, di farvi vedere ciò che questo amore ha di profondamente umano e d'infinitamente delicato.

Questo amore di Gesù non è una chimera, è un bene reale, perché si fonda sulla realtà dell'Incarnazione medesima. La Vergine Maria, S. Giovanni, la Maddalena, Lazzaro, lo sanno perfettamente. Non era soltanto un amore di volontà, ma anche un amore di sentimento. Quando Gesù Cristo disse: «Ho pietà della folla», (Matth. XV, 32; Marc. VIII. 2) sentì realmente la compassione commuovere le fibre del suo Cuore umano; quando vide Marta e Maddalena piangere il loro fratello, pianse con esse lacrime veramente umane, sgorgate per l'emozione che gli stringeva il cuore. Perciò i Giudei, testimoni di questo spettacolo, dicevano tra loro: «Guardate a che punto lo amava!» (Joan. XI, 36)

Gesù Cristo non cambia. Era ieri, è oggi e rimane in cielo il cuore più amante ed amabile che possiamo incontrare. S. Paolo ci esorta in termini precisi ad avere fiducia piena in Gesù, Pontefice compassionevole che conosce i nostri bisogni per avere egli stesso provate le nostre infermità e debolezze, tranne il peccato. Indubbiamente Gesù non è più soggetto ora al dolore (Rom. VI, 9) ma rimane colui che provò compassione, che soffrì, e che riscattò gli uomini con l'amore. 

Questo amore umano di Gesù, questo amore creato dove aveva la sua sorgente? Nell'amore increato e divino, nell'amore del Verbo eterno cui la natura umana è unita indissolubilmente. In Cristo, ancorché vi siano due nature perfette e distinte, che conservano le loro energie specifiche e le loro proprie operazioni, non vi è che una sola persona divina. L'amore creato di Gesù non è che una rivelazione del suo amore increato. Tutto ciò che viene operato dall'amore creato agisce in unione col Verbo e in causa di lui: il Cuore di Cristo andava ad attingere la sua umana bontà nell'oceano divino. Sul Calvario noi vediamo morire un uomo come noi, che è stato in preda all'angoscia, che ha sofferto, che è stato lacerato sotto ogni tormento, più di quanto ogni altro uomo lo sarà mai: noi comprendiamo l'amore che quest'uomo ci mostra. Ma quest'amore che, per i suoi eccessi trascende la nostra comprensione, è l'espressione concreta e tangibile dell'amore divino. Il Cuore di Gesù, trapassato sulla croce, ci rivela l’amore umano di Cristo, ma, dietro il velo dell'umanità di Gesù, splende l'ineffabile e misterioso amore del Verbo.

Oh quali prospettive ci presenta questa devozione! Come sembra fatta apposta per attirare l'anima fedele! Perché offre, a quest'anima, il mezzo di onorare quanto vi è di più grande, di più elevato, di più efficace nel Cristo, Verbo Incarnato, l'amore che egli porta al mondo e di cui è l'ardente fornace.

III. La contemplazione dei benefizi fatti a noi dall'amor di Gesù simboleggiato nel suo Cuore, è la sorgente dell'amore con cui dobbiamo contraccambiarlo; duplice carattere del nostro amore per Cristo: deve essere affettivo ed effettivo: nostro Signore è in questo il nostro modello

L'amore è attivo: di sua natura è prorompente. In Gesù non poteva essere che una inesauribile sorgente di benefizi.

Nell'orazione della festa del Sacro Cuore la Chiesa ci invita a «riandare col pensiero i principali benefizi di cui siamo debitori all’amore di Gesù Cristo».

Questa contemplazione è uno degli elementi della devozione al Sacro Cuore. Come, infatti, onorare un amore di cui non conosciamo le manifestazioni? Questo amore, abbiamo detto, è l'amore umano di Gesù che è, a sua volta, rivelazione dell'amore increato: a questo amore increato, che è comune al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, noi siamo debitori di tutto, perché non vi è dono che non trovi in esso il suo principio profondo. Chi ha creato dal nulla gli esseri? L'amore. Noi lo cantiamo nell'inno della festa: (Inno del Vespro): «La terra, il mare, gli astri sono l'opera dell'amore»:

Ille amor almus artifex

Terrae marisque et siderum.

Più ancora che la creazione, l'Incarnazione è dovuta all'amore. «Fu appunto l'amore a far discendere il Verbo dagli splendori del cielo per unirlo ad una natura debole e mortale»:

Amor coegit te tuus

Mortale corpus sumere.

Sennonché i benefizi che dobbiamo sopratutto ricordare sono la redenzione per mezzo della Passione, e l'istituzione dei Sacramenti, specialmente dell'Eucaristia. Siamo debitori di questi benefizi tanto al suo amore umano come al suo amore divino.

Noi abbiamo visto, meditando questi misteri, quale amore profondo ed ardente manifestassero. Nostro Signore diceva: «Non vi è amore più grande del dare la propria vita a benefizio degli amici». Egli è arrivato fin qui, e ancorché molte virtù risplendano in questa benedetta Passione, nessuna però raggiunge l'altezza dell'amore. Non ci voleva altro che un vero eccesso di amore per sprofondarsi volontariamente, in ognuna delle fasi della Passione, in abissi di umiliazioni e di obbrobri, di sofferenze e di dolori.

E come ha operato la nostra redenzione, l'amore ha istituito ancora i Sacramenti per i quali il frutto del Sacrifizio di Gesù viene applicato a ogni anima di buona volontà. S. Agostino (Tract. in Joan. CXX, 2) si compiace di mettere in evidenza l'espressione scelta appositamente dall'Evangelista per farci conoscere la ferita prodotta dalla lancia nel costato di Gesù morto sulla croce. La Scrittura sacra non dice che la lancia «colpì» o «ferì», ma che essa «aprì» il costato del Salvatore (Joan. XIX, 34). Era la porta della vita che s'apriva, dice il grande Dottore, perché dal Cuore trapassato di Gesù dovevano prorompere sul mondo tutti i fiumi delle grazie destinate a santificare la Chiesa.

Questa contemplazione dei benefizi di Gesù a nostro riguardo deve essere la sorgente della nostra devozione pratica al Sacro Cuore. L'amore solo può rispondere all'amore. Di che cosa mai si lamenta nostro Signore con S. Margherita Maria? Si lamenta di non veder corrisposto il suo amore: «Ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini e che non riceve da essi che ingratitudine». Con l'amore dunque e con il dono del cuore bisogna rispondere a Gesù Cristo. «Chi non amerà colui che l'ama? Quale persona redenta non starà unita al suo Redentore?».

Quis non amantem redamet?

Quis non redemptus diligat? (Inno delle Laudi della festa del Sacro Cuore)

Perché sia perfetto questo amore deve avere un duplice carattere.

Vi è l'amore affettivo il quale consiste nei diversi sentimenti che fanno vibrare l'anima per una persona amata: l'ammirazione, la compiacenza, la gioia, l'azione di grazie.

Quest'amore si estrinseca in elogi verbali. Noi ci rallegriamo delle perfezioni del Cuore di Gesù, celebriamo le sue bellezze e le sue grandezze e ci compiacciamo della magnificenza dei suoi benefizi (Ps. LXX, 23).

Quest'amore affettivo è necessario. Quando contempla Cristo nel suo amore, l'anima deve lasciarsi andare all'ammirazione, alla compiacenza ed al giubilo. E perché? Perché dobbiamo amare Iddio con tutto l'essere nostro e Dio desidera che il nostro amore verso di lui corrisponda alla nostra natura. Ora noi non possediamo una natura angelica, ma umana, ove la sensibilità ha pur essa il suo posto. Gesù Cristo gradisce questa forma di amore, perché essa ha il fondamento su quella natura che egli stesso ha creato. Guardatelo, quando fece il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, pochi giorni prima della Passione: «Quando si trovò vicino alla discesa del monte Oliveto, tutta la folla dei discepoli, presa dalla gioia, si mise a lodare Dio ad alta voce per tutti i miracoli che aveva veduti: «Benedetto, gridavano, colui che viene nel nome del Signore! Pace e gloria nel più alto dei cieli”». Allora alcuni Farisei, in mezzo alla folla, dissero a Gesù: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». E che rispose nostro Signore? Intima forse di cessare le acclamazioni? Al contrario. Infatti replica ai Farisei: «Io vi dico che se essi tacessero, le pietre griderebbero» (Luc. XIX, 37-40). Gesù Cristo gradisce le lodi che salgono dal cuore alle labbra, dacché è ben conveniente che il nostro amore prorompa in affetti. Osservate i Santi: Francesco, il poverello di Assisi, era siffattamente preso di amore che cantava le lodi di Dio per le vie (Vita scritta da Joergensen, lib. II, cap. I); Maddalena dei Pazzi correva pei chiostri del suo monastero gridando: «O amore, amore!» (Vita scritta dal P. Copari, t. II, cap. XVI). S. Teresa trasaliva in tutto il suo essere ogni volta che cantava quelle parole del Credo: Cujus regni non erit fìnis: «E il suo regno non avrà fine»; (Cammino della perfezione, cap. XXIII) leggete le sue «Esclamazioni» e potrete constatare come i sentimenti dell'umana natura si effondano, nelle anime prese da amore, in esclamazioni di ardentissima lode.

Né temiamo mai di moltiplicare le nostre lodi all'indirizzo del Cuore di Gesù. Le «Litanie», gli atti di riparazione sono altrettante espressioni di quest'amore affettivo senza il quale sarebbe impossibile all'anima raggiungere la perfezione della sua natura.

Sennonché da solo quest'amore affettivo è insufficiente. Per acquistare intero il suo valore deve «risolversi nelle opere» (S. Greg., Homil. in Evang. XXX, 1) «Se voi mi amate, diceva lo stesso Gesù, osservate i miei comandamenti» (Joan. XIV, 15). E' questa la pietra di paragone. Voi troverete delle anime che hanno il dono delle lacrime, e che tuttavia non si danno pensiero di reprimere le loro malvagie inclinazioni, di distruggere i loro abiti viziosi, di evitare le occasioni del peccato; che si ritirano dinanzi alle prove o mormorano non appena si presentano contrarietà e contraddizioni. In queste anime l'amore affettivo è pieno di illusioni, fuoco di paglia senza durata che si risolve in cenere: se noi amiamo veramente Gesù Cristo, non dobbiamo rallegrarci soltanto della sua gloria e cantare le sue perfezioni con tutto lo slancio dell'anima nostra, e rattristarci delle ingiurie che vengono fatte al suo Cuore e offrirgli per queste ingiurie riparazioni onorevoli, ma ci studieremo anche di obbedirgli in tutto, di accogliere con premura tutte le disposizioni della sua Provvidenza rispetto a noi; ci dedicheremo ad estendere il suo regno nelle anime, a procurare la sua gloria, insomma noi ci daremo con gioia e anche, ove occorra, «ci esauriremo per Cristo», come ha detto con bella frase S. Paolo (II Cor XII, 15). L'Apostolo ha detto ciò della carità verso il prossimo, ma applicata al nostro amore per Gesù questa frase riassume mirabilmente la pratica della devozione al suo Sacro Cuore.

Contempliamo il nostro divin Salvatore, il quale così in questo come in tutte le nostre virtù, è il migliore modello, e troveremo in lui queste due forme di amore. Considerate l'amore che egli porta al Padre suo. Gesù Cristo prova nel suo Cuore i sentimenti più veri di amore affettivo che possano far palpitare un cuore umano. Il Vangelo ci mostra un giorno il suo Cuore mentre prorompe in sentimenti d'entusiasmo per le insondabili perfezioni paterne, al cospetto dei propri discepoli. «Egli fremé di gioia sotto l'azione dello Spirito Santo e disse: Io vi benedico, o Padre, e Signore del cielo e della terra, per aver nascoste queste cose ai sapienti e ai prudenti e per averle invece rivelate ai pargoletti. Sì, io vi benedico, o Padre, perché così vi è piaciuto...» (Luc. X, 21).

Osservate come, anche alla Cena, il suo Sacro Cuore è rigurgitante di affetto per il Padre suo, e come i suoi sentimenti si effondano in una preghiera ineffabile.

E a mostrare al mondo intero la sincerità e la vivacità di questo amore (Joan. XIV, 31), Gesù si porta subito al giardino degli Ulivi ove deve iniziare la serie delle umiliazioni e dei dolori della sua Passione.

Questo duplice carattere si riscontra ugualmente nel suo amore per gli uomini. Ecco che da tre giorni una folla di popolo lo segue, attirata dall'incanto delle sue parole divine e dallo splendore dei miracoli. Se non che la stanchezza comincia a farsi sentire in questo popolo che non ha di che sfamarsi. Gesù lo sa: «Ho pietà di questo popolo, egli dice; ecco da tre giorni mi sta seguendo e non ha di che mangiare. Se io li rimando alle loro case senza cibo, essi verranno meno per via, dacché molti di loro sono venuti di lontano»: Misereor super turbam. Oh quale profondo sentimento di compassione stringe il suo Cuore umano! E voi sapete in qual modo Gesù traduce in atto questa sua compassione: nelle sue mani benedette i pani si moltiplicano per saziare la fame delle quattromila persone che l'avevano seguito (Marc. VIII, 2-9).

Contemplatelo specialmente alla tomba di Lazzaro. Gesù piange, versa lacrime, vere lacrime umane. Si può dare una manifestazione più autentica e più commovente dei sentimenti del Cuor suo? E tosto mette la sua potenza al servizio dell'amar suo: «Lazzaro, esci dalla tomba» (Joan. XI, 43).

E' l'amore che si rivela nel dono di sé e che, prorompendo dal suo Cuore, s'impadronisce di tutto il suo essere, di tutta la sua attività per consacrarli agli interessi e alla gloria dell'oggetto amato.

Fin dove deve estendersi questo amore che noi dobbiamo mostrare a Gesù Cristo in ricambio di quello che egli porta a noi?

Esso deve innanzi tutto comprendere quell'amore essenziale e sovrano che ci fa considerare Cristo e la sua volontà come il Bene supremo che noi preferiamo a qualsivoglia altro. Praticamente, questo amore si riduce allo stato di grazia santificante. La devozione, l'abbiamo detto, consiste nel dedicarsi a qualcuno; ora, come potrà fare questo un'anima che non si dà pensiero di salvaguardare in essa, ad ogni costo, mediante una vigile fedeltà, il tesoro della grazia del Salvatore? o che nella tentazione rimane esitante tra la volontà di Gesù Cristo e le suggestioni del suo eterno nemico?

Voi lo sapete: è appunto questo amore che dà alla nostra vita tutto il suo valore e fa di essa come un omaggio perpetuo, accetto al Cuore di Cristo.

Senza questo amore non vi è più niente che valga agli occhi di Dio. Udite con quali energiche parole S. Paolo ha messo in evidenza questa verità: «Se io parlassi le lingue degli angeli e degli uomini, ma non ho la carità, non sono che un bronzo sonante e un cembalo squillante. E quando avessi la profezia e intendessi tutti i misteri e tutto lo scibile: e quando avessi tutta la fede tanto che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente. E quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, quando sacrificassi il mio corpo ad esser bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova» (I Cor XIII, 1-3). In altre parole io non posso essere accetto a Dio se non ho in me quella carità essenziale per la quale aderisco a lui come a Bene Sommo. E' troppo evidente che non vi può essere devozione verace là dove questo amore non esiste.

Oltre a ciò abituiamoci a fare tutte le cose, anche le più piccole, per amore e per piacere a Gesù.

Lavorare, accettare le nostre sofferenze e le nostre pene, adempiere i doveri del nostro stato per amore, per esser accetti a nostro Signore, in unione coi sentimenti del suo Cuore e che egli provò quando viveva quaggiù come noi, costituisce un'eccellente pratica di devozione verso il Sacro Cuore. Per tal modo tutta la nostra vita viene riferita a lui con una orientazione piena di amore.

E' appunto questo che conferisce alla nostra vita un aumento di fecondità. Come voi sapete, ogni atto di virtù, di umiltà, di obbedienza, di religione compiuto in istato di grazia possiede il suo merito proprio, la sua speciale perfezione, il suo splendore particolare; ma quando questo atto è comandato dall'amore vi si aggiunge nuova efficacia e bellezza e senza che niente vada perduto del suo proprio valore, vi si unisce il merito di un atto di amore. «O Signore, cantava il Salmista, la regina siede alla vostra destra, indossando un vestito d'oro, dai colori variati» (Ps. XLIV, 10). La regina è l'anima fedele nella quale Cristo regna con la sua grazia; essa siede alla destra del Re, vestita di un abito dorato a significare l'amore; gli svariati colori simboleggiano le differenti virtù ciascuna, delle quali conserva il suo riflesso, ma l'amore, che ne è la sorgente profonda, accresce il loro splendore. L'amore regna, così, sovrano nel nostro cuore, per guidarne tutti i movimenti alla gloria di Dio e del suo Figlio Gesù.

IV. Preziosa utilità della devozione al Sacro Cuore: essa ci fa acquistare a poco a poco il vero atteggiamento che deve caratterizzare i nostri rapporti con Dio. La nostra vita spirituale dipende in gran parte dall'idea che ci facciamo abitualmente di Dio; diversità degli aspetti sotto i quali le anime possono considerare Dio

Come lo Spirito Santo non chiama tutte le anime a rifulgere alla stessa maniera con le stesse virtù, così, in materia di devozione particolare, lascia loro una santa libertà che dobbiamo, noi stessi, rispettare con cura. Vi sono anime che si sentono spinte ad onorare segnatamente i misteri dell'infanzia di Gesù; altre, all'incontro, si sentono attratte dall'incanto intimo della vita nascosta; altre ancora non riescono a distaccarsi dalla meditazione della Passione.

Nondimeno la devozione al Sacro Cuore deve essere posta tra le nostre più care. E perché? Perché essa onora Gesù Cristo non in Uno solo dei suoi misteri particolari, ma nella generalità e nella totalità del suo amore, di quell'amore in cui tutti i misteri trovano la loro spiegazione più profonda. Ancorché essa sia una devozione particolare e chiaramente caratterizzata, riveste tuttavia alcunché di universale: onorando il Cuore di Cristo non è più solo a Gesù bambino, o adolescente, o vittima che si fermano i nostri omaggi, ma alla persona di Gesù nella pienezza del suo amore. Inoltre, la pratica generale di questa devozione tende, in ultima analisi, a rendere a nostro Signore amore per amore (Leone XIII. l. c.), a impadronirsi di tutta la nostra attività per penetrarla di amore onde piacere a Cristo Gesù; gli esercizi particolari di essa non sono che mezzi per esprimere al nostro divin Maestro la reciprocità di questo amore.

E' una verità confermata dall'esperienza delle anime che la nostra vita spirituale dipende, per gran parte, dall'idea che ci facciamo abitualmente di Dio. Vi sono tra Dio e noi dei rapporti fondamentali basati sulla nostra condizione di creatura; vi sono relazioni morali risultanti dal nostro atteggiamento verso di lui e questo atteggiamento è, quasi sempre, subordinato all'idea che noi abbiamo di Dio.

Se ci facciamo di Dio una idea falsa, i nostri sforzi per andare avanti nella perfezione saranno spesso vani e sterili, poiché fuori della giusta via; se ne abbiamo un'idea incompleta, la nostra vita spirituale sarà piena di lacune e d'imperfezioni; se la nostra idea di Dio è vera, per quanto è possibile quaggiù ad una creatura che viva di fede, la nostra anima si aprirà sicuramente in questa luce.

Questa idea abituale che ci facciamo di Dio è dunque la chiave della nostra vita interiore, non soltanto perché regola la nostra condotta verso di lui, ma anche perché, sovente, determina l'atteggiamento di Dio stesso verso di noi: in più d'un caso Iddio ci tratta al modo stesso con cui noi lo trattiamo.

Ma, mi osserverete, la grazia santificante non fa di noi i figli di Dio? Certamente; tuttavia, in pratica, vi sono anime che non si comportano da figli adottivi di Dio. Si direbbe che questa condizione di figli di Dio non ha per esse che un valore nominale; non comprendono esse che è questo uno stato fondamentale che richiede di manifestarsi senza posa con atti corrispondenti e che ogni vita spirituale deve essere lo sviluppo dello spirito di adozione divina, spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo per la virtù di Gesù Cristo.

Così, vi incontrerete in anime che considerano abitualmente Dio come lo consideravano gli Israeliti. Dio si rivelava loro tra le folgori e i lampi del Sinai, (Exod. XIX, 16 sq) perché per questo popolo «dalla dura cervice» (Deut. XXXI, 27), portato all'infedeltà e alla idolatria, Dio non era che un Signore che bisognava adorare, un Padrone che bisognava servire, un Giudice che bisognava riconoscere e temere. Gli Israeliti avevano ricevuto, come dice S. Paolo (Rom. VIII, 15) «uno spirito di servitù per vivere nel timore». Dio loro non appariva che in tutta la maestà della sua grandezza e nella sovranità della sua potenza; e voi sapete come li trattava con rigida giustizia: così vediamo la terra aprirsi per inghiottire gli ebrei colpevoli; (Num. XVI, 32) rimanere colpiti di morte quanti, senza averne il diritto per loro ufficio, hanno l'ardire di toccare l'arca dell'alleanza; (II Reg. VI, 6-7) serpenti velenosi uccidere i mormoratori; (Num. XXI, 5-6) appena osarsi pronunziare dagli Ebrei il nome di Jehovah, e una sola volta all'anno il gran Sacerdote penetrare da solo, e tremando, nel Santo dei Santi, munito del sangue delle vittime immolate per il peccato (Levit. XVI, 11 sq). Era insomma «lo spirito di servitù».

Vi sono delle anime che non vivono abitualmente che in questi sentimenti di paura meramente servile; se esse non avessero timore dei castighi di Dio, non avrebbero alcun ostacolo ad offenderlo.

Esse, abitualmente, non considerano Dio che come un padrone e non si dànno pensiero di piacergli.

Esse rassomigliano a quel servitore di cui parla il Vangelo nella parabola delle «mine». Un re, dovendo partire per una lontana regione, chiama i suoi servitori e consegna loro delle mine, cioè delle monete d'argento, che essi dovevano far fruttare fino al suo ritorno. Uno di questi servi conserva presso di sé la mina senza farla fruttare: «Ecco la vostra mina, dice al re quando questi è di ritorno, io l'ho tenuta nascosta in un pezzo di stoffa, perché avevo paura di voi che siete un uomo rigido, che ritirate ciò che non avete depositato, e mietete quanto non avete seminato». E che risponde il re? Prende in parola il servo negligente: «Ti giudico sulle tue stesse parole, o cattivo servitore. Tu credevi che io fossi un uomo rigido... Perché dunque non hai messo il mio denaro alla banca?» E il re dà l'ordine che a questo servitore si riprenda ciò che gli era stato dato (Luc. XIX, 12-13; 20-24).

Quante anime si comportano con Dio come a distanza, lo trattano unicamente come un gran signore e Dio quindi li tratta allo stesso modo: non si dà loro in un modo completo; tra esse e Iddio non può aver luogo l'intimità personale e in esse diventa impossibile il perfezionamento interiore.

Altre anime, forse più numerose, considerano ordinariamente Iddio come il grande benefattore e non operano che «in vista della ricompensa» (Ps. CXVIII, 112). Questa idea non è certo falsa. Noi vediamo Cristo Gesù paragonare il Padre suo a un padrone che ricompensa con magnifica liberalità il servo fedele: «Entra nel gaudio del tuo Signore» (Matth. XXV, 21) ed egli stesso ci dice di risalire al cielo «per prepararci un posto» (Joan. XIV, 2).

Ma quando questa disposizione è abituale al segno da divenire, come si verifica in certe anime, esclusiva, oltre a mancare di nobiltà, non risponde pienamente allo spirito del Vangelo. La speranza è una virtù cristiana che sostiene potentemente l'anima in mezzo alle avversità, alle prove e alle tentazioni, ma essa non è la sola né la più perfetta delle virtù teologali che sono le virtù specifiche della nostra condizione di figli di Dio. Qual è adunque la virtù più perfetta? Quale, tra tutte, riporta la palma? E', risponde San Paolo, la carità (1 Cor XIII, 13).

V. Solo Cristo ci rivela la vera attitudine dell'anima dinanzi a Dio; la devozione al Cuore di Gesù ci aiuta a conseguirla

Senza perder di vista il timore non però il timore servile dello schiavo che paventa il castigo, ma il timore dell'offesa fatta a Dio che ci ha creati; senza lasciare da parte il pensiero della ricompensa che ci attende se saremo fedeli dobbiamo studiarci di avere abitualmente dinanzi agli occhi di Dio quest'atteggiamento fatto di confidenza filiale e di amore, che Gesù Cristo ci ha rivelato come caratteristica della Nuova Alleanza.

Gesù Cristo, infatti, sa meglio di ogni altro quali devono essere le nostre relazioni con Dio, essendo a conoscenza dei divini segreti. Ascoltandolo, non corriamo pericolo alcuno di smarrirci: è la stessa Verità. Ora quale attitudine desidera egli che abbiamo con Dio? Sotto quale aspetto vuole che lo contempliamo ed onoriamo? Senza dubbio ci insegna che Dio è il padrone sovrano che dobbiamo onorare. «Sta scritto: tu adorerai il Signore e non servirai che lui» (Deut. VI, 13; Luc. IV, 8). Ma questo Dio che dobbiamo adorare è un Padre (Joan, IV, 23).

L'adorazione costituisce il solo sentimento che deve far battere i nostri cuori? Costituisce la sola attitudine che dobbiamo avere nei riguardi di questo Padre che è Dio? No, Gesù Cristo vi aggiunge l'amore ed un amore pieno, perfetto, senza riserve o restrizioni. Quando fu domandato a Gesù qual era il più grande dei comandamenti, che cosa rispose? «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo spirito, con tutta l'anima, con tutte le tue forze» (Marc. XII, 30). Amerai: amore di compiacenza verso un Signore di sì grande maestà, verso un Dio dalle perfezioni sì eccelse; amore di benevolenza che si studia di procurare la gloria di colui che ne è l'oggetto; amore di reciprocità verso un Dio «che ci ha amati per il primo» (Joan. IV, 10).

Dio vuole dunque che i nostri rapporti con lui siano impregnati al tempo stesso e d'una filiale riverenza e di un profondo amore. Senza la riverenza, l'amore corre pericolo di degenerare in un abbandono di cattiva lega oltremodo pericoloso; senza l'amore che ci porti con tutto il suo impeto verso il Padre, l'anima vive nell'errore e fa ingiuria al dono divino.

A salvaguardare in noi questi due sentimenti che sembrano contradditori, Dio ci comunica lo Spirito del Figlio suo Gesù che, con i suoi doni di timore e di pietà, armonizza in noi, in giusta proporzione, l'adorazione più intima e l'amore più tenero (Galat. IV, 6).

E' questo lo spirito che, secondo gl'insegnamenti dello stesso Gesù, deve regolare e governare tutta la nostra vita: è «lo Spirito di adozione della Nuova Alleanza» che S. Paolo opponeva «allo spirito di servitù» della Legge Antica.

Mi chiederete la ragione di questa differenza? La ragione è che dopo l'Incarnazione Dio considera l'umanità nel Figlio suo Gesù; per lui avvolge l'umanità tutta quanta del medesimo sguardo di compiacenza di cui il Figlio suo e nostro fratello maggiore è l'oggetto, e perciò vuole altresì che come lui, con lui e per lui viviamo «come dei figli diletti» (Eph. V, 1).

Ma come amar Dio; mi direte, se non lo vediamo? (Joan. I, 18). «La luce divina è, quaggiù, inaccessibile», (I Tim. VI. 16) è vero, ma Iddio si è rivelato a noi nel suo Figlio Gesù (II Cor IV, 6).

Il Verbo Incarnato è la rivelazione autentica di Dio e delle sue perfezioni, e l'amore che Cristo ci mostra non è altro che la manifestazione dell'amore di Dio.

L'amore di Dio, infatti, è in sé incomprensibile, sorpassa del tutto il nostro intendimento; nessuno spirito umano ha potuto concepire che cosa è Dio; in lui, le perfezioni non sono distinte dalla sua natura: l'amore di Dio è Dio stesso: Deus caritas est (Joan. IV. 8).

Come avremo dunque una idea veritiera dell'amore di Dio! Contemplando Dio che si manifesta a noi in forma tangibile. E qual è questa forma? E' l'umanità di Gesù. Cristo è Dio e Dio che si rivela a noi. La contemplazione della santa umanità di Gesù è la via più sicura per arrivare a una verace conoscenza di Dio. «Colui che vede lui vede il Padre», (Cf. Joan. XIV, 9) l'amore che ci porta il 

Verbo Incarnato rivela l'amore del Padre a nostro riguardo poiché «il Verbo e il Padre non sono che uno» (Ibid. X. 30).

Questo ordine, una volta stabilito, non è più suscettibile di cambiamento. Il Cristianesimo è l'amore di Dio che si manifesta al mondo attraverso il Cristo, e tutta la nostra religione si compendia nella contemplazione di questo amore di Cristo e nello studio di corrispondere a questo amore per giungere a Dio.

Tale il piano divino, tale il pensiero divino sopra di noi. Se non vogliamo corrispondervi, non vi sarà per noi né luce né verità né sicurezza né salvezza. Ora l'attitudine essenziale che questo piano divino reclama da noi è quella di figli adottivi. Noi rimaniamo esseri tratti dal nulla e al cospetto «di questo Padre dell'incommensurabile maestà» (Inno Te Deum) dobbiamo prostrarci coi sentimenti della più umile riverenza; se non che a queste relazioni fondamentali che nascono dalla nostra condizione di creature, si sovrappongono, non per distruggerle, ma per coronarle, relazioni infinitamente più alte, più profonde e più intime che risultano dalla nostra adozione divina e che si riducono tutte a servire Iddio con amore.

Ora questa attitudine fondamentale che deve rispondere alla realtà della nostra celeste adozione è particolarmente favorita dalla devozione al Cuore di Gesù. Facendoci meditare l'amore umano di Cristo per noi, questa devozione c'introduce nel segreto dell'amor divino, e, disponendo le anime nostre a riconoscerlo con una vita di cui l'amore è il movente, alimenta e intrattiene in noi quei sentimenti di filiale pietà che dobbiamo nutrire verso il Padre.

Quando riceviamo il Signore nella santa Comunione, veniamo a possedere in noi questo Cuore divino che è un incendio di amore. Chiediamogli allora instantemente che ci faccia conoscere, egli stesso, questo amore, poiché, in questo, un raggio dall'alto è più efficace di tutti i ragionamenti umani e, anche, chiediamogli che voglia accendere in noi l'amore della sua divina persona. «Se per grazia del Signore, dice S. Teresa, il suo amore s'imprimerà un giorno nei nostri cuori, tutto ci diverrà facile, e con la più grande rapidità e senza pena alcuna passeremo tosto alle opere» (Vita scritta da se stessa, cap. XXII).

Se questo amore per la persona di Gesù è nel nostro cuore, proromperà da noi una grande attività. Potremo, è vero, incontrare delle difficoltà, subire grandi prove e tentazioni violente, ma se amiamo Gesù Cristo, queste difficoltà, queste prove ci troveranno ben saldi (Cant. VIII. 7); quando l'amore di Cristo ci invade, allora «non vogliamo più vivere per noi stessi, ma per colui che ci ha amati e si è offerto per noi» (II Cor. V, 15).


Columba Marmion

 


Documento stampato il 19/09/2019