Messa del giorno di Natale

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S. Vangelo sec. Giovanni (18, 23-35)

In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio con Dio. Tutto si fece per mezzo di Lui; e senza di Lui nulla fu fatto di quanto si fece. In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende tra le tenebre, ma le tenebre non la compresero.

Ci fu un uomo mandato da Dio: Giovanni era il suo nome. Questi venne in testimonio, per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli (Giovanni) non era la luce, ma per rendere testimonianza alla luce.

(Il Verbo) era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. (Il Verbo) era nel mondo, e il mondo per mezzo di Lui fu fatto, ma il mondo non Lo conobbe. Venne nella sua casa; e i suoi non Lo accolsero. Ma a quanti Lo accolsero, ai credenti nel suo nome, diede potere di diventare figli di Dio: i quali, non da sangue, né da voler di carne, né da voler di uomo, ma da Dio sono nati. E il Verbo si fece carne, e abitò tra di noi; e noi abbiamo contemplata la sua gloria: gloria, che vien dal Padre al suo Unigenito, pieno di grazia e di verità.


ANALISI - dagli scritti di P. Marco M. Sales

L'Evangelista ci presenta l'eterna generazione di Gesù nel seno del Padre, in una serie di proposizioni legate tra loro in modo che l'ultima o la più importante parola della proposizione precedente venga ripetuta al principio della proposizione seguente. L'Evangelista comincia a trattare del Verbo prima nell'incarnazione, nei suoi rapporti con Dio, coll'universo in generale e con l'uomo in particolare, e poi passa a trattare del Verbo incarnato, dapprima in generale mostrando come la missione di Gesù sia di gran lunga superiore a quella di Giovanni Battista e poi in particolare, discorrendo dell'Incarnazione in se stessa e dei frutti che ci ha apportato.

Con il Verbo, l'Evangelista indica Gesù Cristo in quanto Dio. Il Verbo è la parola interiore e sostanziale di Dio Padre; Dio Padre, intendendo se stesso, dà origine a un concetto o Verbo sostanziale, il quale ha con Lui comune la natura, ma da Lui si distingue per una propria relativa sussistenza. Giustamente, pertanto, il Figlio di Dio che procede dal Padre per via di intelligenza è chiamato Verbo. Il Verbo esisteva da tutta l'eternità, distinto personalmente dal Padre ma non separato e non senza rapporti con Lui, ma anzi in continua comunicazione con Lui: perciò il Verbo risiedeva presso Dio, e il Verbo era Dio.

Parlando poi dei rapporti del Verbo con le creature, tutto fu fatto per mezzo di lui come causa efficiente: tutto ciò che esiste deve la sua esistenza al Verbo, il quale assieme alla natura divina riceve per eterna generazione dal Padre la potenza creatrice. Come principio e causa di ogni vita, il Verbo era la vita, e la vita era la luce degli uomini, perché il Verbo illumina agli uomini la conoscenza della verità e dissipa le tenebre rivelando i misteri sublimi della natura divina. La luce splende tra le tenebre dell'ignoranza e del peccato, in cui l'uomo è caduto. Il Verbo non cessò di essere la luce degli uomini, continuando a manifestare la sua volontà per mezzo dei profeti e dei patriarchi; e poi venne Egli stesso ad istruirli, ma una gran parte degli uomini volle rimanere nelle tenebre, chiudendo gli occhi in faccia alla luce: le tenebre non la compresero.

Vi fu un uomo mandato da Dio, che si chiamava Giovanni, e che aveva una grande missione da compiere: far conoscere Gesù Cristo come vera luce degli uomini, e mostrarlo ai Giudei, affinché Lo credessero e ritenessero il vero Messia. Il Battista non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce: da ciò si manifesta l'infinita superiorità di Gesù sopra Giovanni Battista.

Benché Giovanni non fosse la luce, esisteva la luce vera che illumina ogni uomo, ed era il Verbo: egli era presente nel mondo con la sua essenza e colla sua onnipotenza. Venne nella sua casa, ossia nel popolo giudaico, ma in gran parte i Giudei non vollero riconoscerlo. Non tutti però chiusero gli occhi alla luce: la loro fede fu ricompensata, a quanti credettero in Lui diede potere di diventare figli di Dio, senza distinzione di razza, condizione sociale o sapienza, ma solo a condizione che credessero che Egli era il Figlio di Dio.

I credenti da Dio sono nati: questa figliazione adottiva non si compie per mezzo di una generazione carnale, ma si opera per mezzo di una generazione spirituale, che ha origine da Dio stesso, il quale comunica la sua grazia e rende quindi partecipi della sua natura tutti coloro che rinascono per mezzo del Battesimo e dello Spirito Santo.

E il Verbo si fece carne, non già perché ebbe mutato natura, ma, pure rimanendo ciò che era, il Verbo assunse nell'unità della sua persona divina l'umana natura, in modo che restando intere le essenze e le proprietà delle due nature, umana e divina, una sola sia la persona dell'Uomo-Dio. E abitò tra noi, cioè pose la sua dimora in Palestina per un periodo di tempo, nel quale abbiamo veduto la sua gloria, cioè le sue divine perfezioni: la sovrana santità di vita che condusse, la sublimità degli insegnamenti che diede, la molteplicità dei miracoli che fece, la sua risurrezione dopo la morte in Croce. La gloria di Gesù fu tale quale poteva averla soltanto il vero ed unico Unigenito del Padre, possedendo in tutta la loro perfezione i doni soprannaturali della grazia, ossia dell'amore di Dio, e della verità, ossia della conoscenza di Dio. Tutti i doni che lo Spirito Santo infonde nella mente e nel cuore degli uomini, e molti altri ancora che mai saranno comunicati a creatura, si trovavano uniti in Gesù Cristo in tuta la loro perfezione.


COMMENTO

In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che rappresenta forse il brano più alto scritto con la mano di un uomo, risponde a questa domanda: chi è il Bambino che è nato a Betlemme? E risponde: è il Figlio di Dio. Per questo nella prima lettura abbiamo letto un cantico di esultanza tolto dal capo 52 del libro di Isaia profeta (vv. 7-10), l'uomo che più di tutti nell'Antico Testamento aveva contemplato il Cristo futuro, esultò e sentì quasi il mondo muoversi ed esultare intorno a sé, intravedendo ad otto secoli di distanza la nascita che oggi celebriamo. Nella seconda lettura, S. Paolo, nel prologo della sua Lettera agli Ebrei (1, 1-6), chiama in causa cielo e terra, fa un paragone fra cose del cielo e cose della terra, fra l'Antico e il Nuovo Testamento, per collocare alla sommità di tutto il Figlio fatto uomo. Sicché noi oggi, Natale, ci troviamo dinanzi a questa verità: Dio con noi. La parola fu proclamata dallo stesso Isaia profeta al settimo capitolo della sua profezia: Emmanuel, Emanuele, Dio-con-noi (Is 7,14). […] E allora ecco la grande alternativa, che si ripropone al mondo. Al principio della creazione dell'uomo era stata proposta in forma più sommessa e non specifica questa alternativa: hai da scegliere tra Dio e non-dio. Quello che è accaduto lo sanno tutti. Nel secondo momento, in questo che ricordiamo oggi, è stata riproposta l'alternativa: Dio in Cristo o non-dio in Cristo. Il mondo non ha alternativa, ma se sceglierà Cristo, non abolirà la prova, fonte del suo merito, ma marcerà verso l'alto, camminerà di luce in luce, di splendore in splendore, fino all'eterna pace e all'eterna felicità in Dio. Se sceglierà non-Cristo, sceglierà la negazione, ma la negazione colpirà lui, lui, l'uomo. Colpirà il suo corpo, colpirà la sua anima, distruggerà gli elementi della gioia e della vita nel fondo delle coscienze, toglierà la pace, toglierà la soddisfazione di ogni cosa e lascerà intorno la distruzione di quelle apparenze, che viste fuori dall'orbita luminosa di Gesù Cristo sono soltanto illusioni preparatorie di delusioni. - Omelie per l'anno liturgico, Card. Giuseppe Siri

(Il Verbo) era nel mondo, e il mondo per mezzo di Lui fu fatto, ma il mondo non Lo conobbe.

Non pensare che il Verbo fosse nel mondo, così come nel mondo vi sono la terra, il cielo, il sole, la luna e le stelle, gli alberi, gli animali, gli uomini. Non così il Verbo era nel mondo. E allora in che modo c'era? C'era come l'artefice che regge quanto ha fatto. […] Dio pervade con la sua presenza tutto il mondo che crea: presente dovunque, opera senza occupare un posto distinto; non è al di fuori di ciò che fa come se dovesse far colare, per così dire, la massa che sta lavorando. Mediante la sua maestà crea ciò che crea, e con la sua presenza governa ciò che ha creato. […] Che significa: il mondo fu fatto per mezzo di Lui? Si chiama mondo il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che in essi si trova. Esiste anche un altro significato, secondo cui si chiamano “mondo” coloro che amano il mondo. Il mondo fu fatto per mezzo di Lui, e il mondo non lo conobbe. Significa, questo, che i cieli non hanno conosciuto chi li ha creati o che gli angeli non hanno conosciuto il loro Creatore? o che non lo hanno conosciuto le stelle? Ma perfino i demoni confessano la potenza del Creatore. Tutte le cose da ogni parte gli hanno reso testimonianza. Chi sono, dunque, coloro che non l'hanno conosciuto? Quelli appunto che vengono chiamati "mondo", perché amano il mondo. […] Coloro, invece, che non amano il mondo, si trovano sì nel mondo con la carne, ma con il cuore abitano in cielo, così come dice l'Apostolo: La nostra cittadinanza è in cielo (Fil 3, 20). […] Venne in casa propria, poiché tutto era stato fatto per mezzo di Lui, e i suoi non lo accolsero. Chi sono i "suoi"? Sono gli uomini da lui creati. Anzitutto i Giudei, che erano il suo popolo primogenito rispetto a tutte le genti della terra. Gli altri popoli, infatti, adoravano gli idoli e servivano i demoni; quel popolo, invece, era nato dal seme di Abramo; per questo i Giudei erano "suoi" in modo tutto particolare, perché congiunti a lui nella carne che egli si era degnato assumere. Egli venne in casa propria, e i suoi non lo accolsero. Non lo accolsero nel senso più assoluto? non lo accolse nessuno? Nessuno allora è stato salvato? Nessuno infatti è salvo se non accoglie Cristo che viene. - Commento al Vangelo di S. Giovanni, S. Agostino

E il Verbo si fece carne, e abitò tra di noi.

E' un'espressione che ci fa cadere in ginocchio, ci fa raccogliere il capo tra le mani e ci fa tacere, pregando. E' il colpo di folgore per l'inferno, che nella carne umana aveva posto il suo dominio e che tuttora la infetta come un bruco avvelenato per mezzo dell'impurità. E' una melodia che fa rimanere estatici e adoranti gli angeli, espressione della più grande opera di Dio. E' per essi il compimento della loro gloria, che cominciò proprio con un'adorazione al Verbo che doveva incarnarsi. La Chiesa non sa pronunciare queste santissime parole senza chinare il capo o genuflettere; esse sono piene di maestà divina, sono la sintesi della storia dei secoli, che rifluì tutta verso il Redentore e che da Lui prese le mosse per un nuovo cammino. […] Con queste parole, l'Evangelista indica la fonte dalla quale egli ha attinto la verità che forma lo scopo del suo Vangelo: la Divinità di Gesù Cristo. Egli non fa supposizioni, non esprime un'opinione, non propugna fantasie: attinge la sua dottrina dalla stessa Rivelazione fattane da Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto Uomo, e confermata dai suoi miracoli e dalla sua vita. - I quattro Vangeli, don Dolindo Ruotolo


Documento stampato il 23/01/2019