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La sofferenza dell’uomo e la permissione di Dio. Come rispondere?

Elenchiamo tre possibili risposte. La prima è errata. La seconda è insufficiente. La terza è quella corretta. Iniziamo dalla prima.

1.La sofferenza è sempre frutto degli errori umani. Una simile affermazione è sbagliata. Se è vero che la sofferenza è entrata nel mondo in conseguenza del peccato originale, è pur vero che non si può assolutizzare questa convinzione per le singole sofferenze. Così come non si può escludere Dio dalle origini delle singole sofferenze. Bisogna infatti tener presente che se è vero che tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. All’indomani dello tsunami del 2005, in televisione, un anziano cardinale, alla domanda se quella immane tragedia fosse potuta essere un castigo divino, rispose categoricamente di ‘no’, ma che tutto doveva essere spiegato con i movimenti tipici dello Terra. Ora, oltre al fatto che Dio può anche castigare, va detto che Dio stesso non era certo “distratto” nel momento in cui accadeva quella immane tragedia.

2.Dinanzi alla sofferenza è possibile solo il silenzio. Spesso si afferma che dinanzi alla sofferenza non bisogna parlare, non bisogna spiegare, ma solo fare silenzio: piangere con chi piange. Certamente la sofferenza si configura come un mistero. Ma attenzione: si configura come un mistero in merito alle singole risposte, non certo alla Risposta. Più semplicemente: quando accade una tragedia, sfugge certamente il singolo significato, ma non il Significato con la “S” maiuscola, ovvero il fatto che comunque quella sofferenza trova un senso in Dio e nella sua permissione.

3.Contemplare e rispondere: la dimensione dell’eterno. La posizione giusta è invece un’altra. E’ prima di tutto quella di contemplare il Crocifisso: capire quanto, nel Cristianesimo, Dio non si limita a consolare sulla sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé. Egli stesso si è messo a capo e ha preso la Croce: “Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via purgativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva).” (Matteo 16,24) Attenzione però: questo contemplare deve essere accompagnato anche da una spiegazione. L’intelligenza esige argomenti, e fin dove è possibile non si può trascurare questa esigenza. Non basta dire: dinanzi alla sofferenza si può solo far silenzio. Qui entra in gioco la cosiddetta Teologia della Croce e –diciamolo francamente- viene chiamato in causa anche il fallimento dell’annuncio cristiano che si è imposto negli ultimi tempi. Bisogna infatti recuperare la prospettiva dell’eternità come prospettiva dominante, ovvero il fatto che il cristiano deve convincersi che questa vita è solo un passaggio ed una “preparazione” per ciò che sarà davvero la vera vita, quella del Paradiso che consisterà nel “possesso” di Dio. Insomma, guardare le cose sub species aeternitatis, cioè nella prospettiva dell’eternità. Dio, quando permette la sofferenza degli innocenti, è perché sa che quella sofferenza non solo è un’occasione per la salvezza propria e degli altri, ma è anche un “nulla” rispetto all’immensa gioia del Paradiso. Ciò che invece si è fatto strada negli ultimi tempi è una vera “paganizzazione” dell’annuncio cristiano, laddove le reali preoccupazioni sembrano essere quelle terrene e sociali…quasi a convincersi che, tutto sommato, l’unica nostra possibilità di gioia è su questa terra. Benedetto XVI, nella sua Lettera ai Vescovi in merito al ritiro della scomunica ai vescovi ordinati da mons. Marcel Lefebvre, del 10.3.2009, ha scritto queste testuali parole: “Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.”Dunque, il vero problema non è l’inquinamento atmosferico, né tantomeno la guerra o altro: ma la perdita di Dio e della Vita di Dio, cioè della Grazia.

In conclusione vanno tenute in considerazione tre cose.

A) Vivere nella prospettiva dell’eternità non vuol dire dimenticarsi di lavorare per il miglioramento di questa vita e per il servizio ai fratelli. Il servizio acquista senso proprio nella consapevolezza di rendere conto a Dio. Se tutto finisce con la morte, l’uomo inevitabilmente tende all’egoismo: a che pro sacrificarsi? Meglio gestire la propria vita nel perseguimento del potere, piuttosto che in quello del servizio.

B) Vivere nella prospettiva dell’eternità non vuol dire non apprezzare la bellezza della vita terrena. Anzi, proprio quando pretendiamo convincerci che questa vita è “tutto”, essa diventa un inferno: nella constatazione del contrasto insanabile tra il desiderio di perenne felicità, che ci portiamo nel cuore, e la precarietà inevitabile che la vita terrena ci offre. Colui che è ateo teoricamente (non crede in Dio) o praticamente (crede in Dio, ma agisce come se Dio non ci fosse) non può mai avere la gioia. Se infatti sta vivendo un qualcosa di bello, già lo preoccupa la possibilità di perdere ciò che sta vivendo; e questa stessa preoccupazione lo inquieta. Se invece sta vivendo un disagio, tende a disperarsi, perché è costretto a soffrire senza alcuna speranza che quella sofferenza abbia un senso e possa essere convertita in gioia eterna.

C) Un annuncio cristiano che dimentichi tutto questo, perché –si ritiene- possa dare un’immagine di Dio troppo severa, finisce paradossalmente con l’ammettere davvero una possibile “cattiveria” di Dio. Se infatti il messaggio che implicitamente si trasmette è quello per cui la vera felicità è su questa terra, verrebbe allora da chiedersi: perché Dio permette che muoia un bambino e che, per esempio, rimanga in vita un delinquente? Leggiamo questo passo del Vangelo:  “(…) quei diciotto, sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.” (Luca 13, 4-5) Gesù dice chiaramente che chi è vittima di una catastrofe non necessariamente è più peccatore degli altri; ma è come se aggiungesse: voi, adesso vi preoccupate di stabilire se coloro che sono morti nel crollo della Torre di Siloe fossero o meno peccatori, ma non pensate che esiste una morte molto peggiore di questa, che è -appunto- la morte eterna.

 

Corrado Gnerre (itresentieri.it) 

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