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La tentazione del Vaticano II e la morale immutabile (5)

È per un'esigenza umana naturale e, al tempo stesso, per un'esigenza della Rivelazione divina che le definizioni della Chiesa sono rigorose ed irreformabili. Il Concilio Vaticano II, però, col suo rifiuto sistematico di definire ed anatemizzare, ha indotto in tentazione molti cattolici, spingendoli a domandarsi se la vera Fede non sia ormai al di là dei dogmi irreformabili, se non si possa intravedere ormai legittimamente, nella Chiesa unica dell'unico vero Dio, il pluralismo della dottrina che ci manifesta il vero Dio. A tali interrogativi venti secoli di Tradizione immutata vivente ci obbligano a rispondere con un “no” categorico. Il ventunesimo Concilio si contrapponga pure, se vuole, ai venti Concili precedenti, noi non ci muoveremo e continueremo a studiare e a meditare le definizioni e gli anatemi già formulati. Noi non cesseremo di nutrire la nostra preghiera, perché essi soli ci consegnano la Rivelazione dell'amore trascendente: “Dio ha tanto amato il mondo da dargli il suo unico Figlio” (Gv 3,16).

È la gloria della morale cristiana di sbarrare la strada ai sotterfugi e chiudere loro tutte le uscite. Perché mentire ancora quando la radice della menzogna è devitalizzata, resa sterile ed uccisa dal dono della grazia, che purifica e sopraeleva? È la gloria della nuova legge, che è legge di grazia, di far adottare dei costumi divini, operando anzitutto un taglio spietato nelle aspirazioni impure e intricate della natura corrotta, riconoscendo poi dei diritti unicamente alle esigenze nobili e buone e portandole a gravitare nell'orbita delle virtù teologali.

Noi ammiriamo nei Santi i maglifici effetti della grazia, che ha purificato il loro cuore e trasformato intimamente il loro essere. Di contro ci sentiamo urtati ed offesi dalla grossolanità interiore degli eresiarchi, e se non sempre dalle loro debolezze carnali, almeno dal loro orgoglio sfrenato in spiritualibus.

È sufficiente, ad esempio, aver letto una biografia esatta, di Martin Lutero per provare disgusto allo spettacolo della sboccatezza sensuale di questo prete sposato. Ancor peggio, egli appare dominato da un orgoglio che gli falsa lo spirito a tal punto che non solo si dispensa dal chiedere perdono dei suoi peccati, ma persino li ripulisce e li giustifica con un'interpretazione aberrante dell'Evangelo.

La vita e le pretese di Lutero sono certamente troppo torbide ed impure perché possiamo ammettere ch'egli “ha cercato onestamente e con abnegazione il messaggio del Vangelo […] e che le esigenze ch'egli ha espresso traducono molti aspetti della fede e della vita cristiana” (card. Willebrands, delegato ufficiale di paolo VI al Congresso luterano d'Evian, 14-24 luglio 1970).

che importa che sia l'inviato ufficiale del Papa regnante a comunicarci delle incredibili spiegazioni sulla vita interiore di Lutero?! La dignità del messaggero non ha il potere di cambiare la realtà e noi non crediamo a nessuna dell'enormità che egli vorrebbe imporci. Ne sappiamo a sufficienza, tanto sulla legge naturale coi suoi immutabili precetti che sulla legge della grazia, rivelata una volta per sempre, per essere assolutamente certi che mai la Santa Chiesa concederà dei diritti alle torbide esigenze del tenebroso fondatore della pretesa riforma. Mai la chiesa aprirà la via ad un genere di vita spirituale che tenta di conciliare Cristo e Belial (2Cor 6,15).

Se i dogmi della Chiesa, i suoi Sacramenti, la sua vita morale e spirituale sono comandati dalla Rivelazione, ma rispettano altresì le umili leggi della nostra natura, così è anche del regime della Chiesa. È un regime leale di autorità e responsabilità personale, un regime di poteri secondo la grazia conferita a detentori personali nel senso d'un ordine gerarchico. È incompatibile nella Chiesa di ogni verità un regime che devolva il potere ad assemblee anonime, i cui capi ufficiali sarebbero soltanto degli esecutori irresponsabili. Il regime ipocrita delle autorità parallele non potrà mai divenire di diritto il regime della Chiesa, anche se riuscisse in una certa misura e per un po' di tempo ad imporsi di fatto. Poiché questo regime è già in contraddizione con la costituzione di una società giusta, non può affermarsi nella costituzione della società di grazia fondata dal Signore Gesù ed assistita dal Suo Spirito.

Conclusione: qualunque sia l'aspetto della Chiesa che si consideri, governo o santità, dottrina o liturgia, si vedono sempre brillare due grandi contrassegni inseparabili, due grandi contrassegni indelebili: anzitutto la soprannaturalità intrinseca di questa società gerarchica della grazia; poi la sua consonanza e la sua piena armonia con le giuste leggi della nostra immutabile natura.  

 

Padre R.T. Calmel  

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