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Che cosa è la Tradizione

Tra i tanti argomenti che i cattolici devono bene tener presente e puntualizzare vi è indubbiamente anche (se non soprattutto) questo. Perché, se non si capisce questo argomento, non si può capire la Chiesa... e se non si capisce la Chiesa, si finisce col pensare e dire sciocchezze. Iniziamo.

Il termine “tradizione” significa “trasmissione”.  
Nel senso teologico, la Tradizione si può definire come la Parola di Dio, concernente la Fede e la Morale, non scritta, ma trasmessa a voce da Gesù, dagli Apostoli e da questi ai loro successori fino a noi.  
La Tradizione si dice divina quando riguarda l’insegnamento che viene direttamente da Gesù; divino-apostolica quando riguarda l’insegnamento degli Apostoli secondo l’ispirazione dello Spirito Santo. Gesù, infatti, promise: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14,26). 
Gesù, dopo aver predicato (e non scritto) la sua Dottrina, affidò agli Apostoli la missione non di scrivere ma di propagare oralmente quanto avevano udito dalle sue labbra o avrebbero imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,18), «andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

Il vero rapporto tra Tradizione e Scrittura

Quali sono le fonti della Rivelazione? I cattolici dicono che sono due: la Tradizione e la Scrittura. I protestanti dicono, invece, che è solo la Scrittura. Chi ha ragione? 
Gesù ha dato come comando ai suoi discepoli quello di evangelizzare e di battezzare, non certo quello di scrivere. Ci sono delle parole nel Vangelo di san Giovanni che possono aiutarci a dare una risposta alla domanda di cui sopra. Al capitolo 21 (versetti 24-25) di questo Vangelo è scritto: «Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti, e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere». Quella dell’Evangelista è certamente un’iperbole, ma serve a indicare che non tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto è presente nei Vangeli; c’è molto altro che non è stato messo per iscritto.  
Dov’è allora questo altro? È nella Tradizione. La Tradizione è la Verità che viene trasmessa da apostolo in apostolo.  
Ovviamente tra la Tradizione e la Scrittura non vi è conflitto, perché ciò che è presente nella Tradizione, seppur non necessariamente esplicitata dalla Scrittura, non è in contraddizione con ciò che è nella Scrittura stessa. 

Rimane però una questione. Che rapporto c’è tra Tradizione e Scrittura?  
La Dottrina cattolica afferma che in un certo qual modo la Tradizione è giudice della Scrittura, nel senso che la Tradizione, in ciò che è identificabile col Magistero, deve interpretare cosa è scritto nella Scrittura. Il protestantesimo non accetta questa verità cattolica, anzi – come abbiamo detto prima –, per il protestantesimo la Scrittura da sola costituirebbe l’unica fonte della Rivelazione. Ma qui vien fuori una contraddizione. Fu infatti proprio la Tradizione espressa dal primo Magistero a decidere quali testi dovessero essere riconosciuti autentici. La palese contraddizione di Lutero è stata quella di negare valore alla Tradizione e al Magistero e poi di accettarne i frutti. Infatti, anch’egli riconobbe che i Vangeli canonici fossero solo quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e non altri, decisone, questa, del Magistero delle origini. 

Se la Tradizione non esistesse, non esisterebbe nemmeno il Magistero. Parafrasando la famosa espressione evangelica, possiamo dire che la Chiesa pur non essendo della storia è comunque nella storia. Ciò implica che la Tradizione debba sempre essere resa “viva”, nel senso che deve sempre saper “rispondere” ai singoli problemi che i diversi contesti storici possono presentare. Ma Tradizione “viva” non significa che la Tradizione possa mutare e quindi, nei contenuti, adattarsi ai tempi. No, “viva” vuol dire che la Tradizione in quanto Verità perenne deve saper rispondere, senza tradire se stessa, a tutte le questioni, anche quelle che di volta in volta si presentano nel corso della storia. Un esempio chiarificatore: nella Scrittura e nella Tradizione è contenuta la verità secondo cui i fini inscindibili della sessualità sono il procreativo e l’unitivo; ma ovviamente non possono nella Scrittura e nella Tradizione essere esplicitate le risposte ai vari metodi contraccettivi che il divenire storico ha poi presentato. Sta al Magistero “attualizzare” la Tradizione, non inventando qualcosa di nuovo, né tanto meno tradendo ciò che è stato precedentemente affermato, ma “rinnovando” (nel senso di “rendere nuovamente nuovo”) gli eterni principi, e quindi condannando la pratica contraccettiva secondo le varie tecniche che la storia di volta in volta presenta. Un altro esempio si può fare con alcune questioni di bioetica. La Scrittura e la Tradizione non possono direttamente fare riferimento a tecniche di fecondazione artificiale. Ciò che ovviamente hanno in sé è il principio secondo cui l’uomo compartecipa (pro-crea) e non dispone dell’azione creatrice della vita che è unicamente di Dio. Sta dunque al Magistero “insegnare” questo principio in relazione alle recenti problematiche e quindi condannare qualsiasi fecondazione artificiale.  
Da tutto questo si capisce facilmente non solo perché il Magistero è regola prossima della Fede, ma anche perché non può mai essere oscurato. Ricordo che mentre la Chiesa potrebbe proibire, per particolari e gravi motivi, la lettura della Scrittura (in qualche periodo l’ha fatto, anche se riguardò prevalentemente la traduzione in volgare della Bibbia), non può mai impedire la lettura del catechismo. Senza il Magistero non si può conoscere la Tradizione e la Tradizione resa viva per ogni determinato tempo.

 

Corrado Gnerre (da Il settimanale di Padre Pio

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