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Tana libera tutti!

Cari lettori: ha perfettamente ragione il prof. Roberto de Mattei, fresco ed ultimo cattolico “esodato”, da “Radio Maria”, messo cioè in quiescenza -  sì da non disturbare il manovratore – a dire che “motus in fine velocior ”. 
Se non paia un sovrappiù, vorremmo riportare alla memoria comune qualche recente momento di particolare importanza, e di sottile indizio, in cui si avverte come già il moto di dissoluzione dottrinario, etico e liturgico, in atto nella Chiesa Cattolica, abbia avuto se non l’impulso iniziale – ché questo, diciamolo a premessa, data dal 1962, anno di indizione del Concilio – almeno una ulteriore spintarella in modo da evitarne non solo l’arresto ma di accelerarne l’intensità e la velocità.
    
Lo scorso 4 dicembre, dalla Città del Vaticano, è stato stampato  e distribuito “urbi et orbi” un documento  preparatorio al Sinodo straordinario intitolato “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto del’evangelizzazione”, che, per come è strutturato, si configura quale questionario vero e proprio con cui, detto brevemente e senza giri di sofistiche elucubrazioni, si chiede al popolo di Dio, sparso nel “villaggio globale” un parere su talune “sfide”, cioè, su questioni e problematiche del mondo moderno quali: Chiesa, famiglia, evangelizzazione, insegnamento, catechismo, Magistero, matrimonio, situazioni difficili, unioni omosessuali, educazione dei figli, apertura sponsale alla vita, rapporti famiglia/persona. Argomenti e tematiche posti e già regolati e chiariti non da chissà quale consesso ma da Cristo stesso e, perciò, del tutto superflui ma – questo sì – rischiosi per l’uso che di essi  potrà fare nella discussione, come di certo lo farà, la corrente neomodernista e massonica operante nelle sacre stanze.  L’esperienza del Concilio, ove la truppa progressista ebbe modo ed agio di sovvertire gli schemi preparatorii apprestati, ad esempio, dalla Commissione teologica, lo dimostra e sarebbe da sciocchi o da ingenui non rammentarlo.
    
In pratica, un questionario il cui esito statistico servirà da guida ai vescovi che, nell’ottobre prossimo 2014, si riuniranno per discuterne in un Sinodo straordinario ove, caso unico nella storia della Chiesa, per la  prima volta  il sommo Magistero pastorale, Guida e Custode dell’ovile di Cristo, chiede lumi dottrinarii ed orientamenti operativi al gregge. Un capovolgimento che sovverte l’ortodossìa che fino ad ora aveva, bene o male, mantenuto “Roma nel buon filo” (Par. XXIV, 62 ). Sarà, quindi,  il gregge ad indicare al pastore dove, come e quando andare al pascolo, quale erba brucare – compresa la cannabis, di cui, si sa, il Pastore ha fatto uso in gioventù (Corriere del mattino 5/1/2014) – a quali esortazioni  obbedire perché mai più, in una comunità democratica, si parlerà di ordini, ma di “scelte condivise” in spirito fraterno tanto più che il Pastore ha incoraggiato il gregge a “dargli del tu” – “Forse che  gli apostoli chiamavano Gesù ‘Eccellenza’?” (Il Giornale, 23/8/2013).
    
Sul tema oggi assai attuale, cioè la situazione canonica dei divorziati risposati, delle coppie di fatto, delle esperienze prematrimoniale, della configurazione paradossale delle coppie omosessuali, il questionario – che abbiamo sopra definito inutile, inopportuno, illecito e rischioso – parte già con criptiche indicazioni che, da due anni buoni in qua, taluno di autorevole prestigio e di preminente ufficio ha, non proprio sottobanco, sussurrato.  A favore, naturalmente, di una revisione di  totale segno contrario all’attuale ancor reggente teologìa morale.   
Voci e spifferi già anticipano alcuni esiti parziali che dicono come una maggioranza, opaca e anonima, abbia espresso parere favorevole per aperture e abbattimenti di tabù. Tanto per cominciare.
    
Intanto, sappiamo che è prassi  e “pastorale” costante ultradecennale quella che molti parroci, e molti vescovi, applicano consigliando alle coppie divorziate/risposate e alle conviventi more uxorio, espedienti più o meno grossolani ed egualmente illeciti, come  

a) percepire la divina Eucaristìa in chiese o parrocchie ove non si è conosciuti, quasi che il Padre Eterno, nel mentre tròvasi impegnato a vigilare  una comunità, non abbia tempo e modo di osservare tutte le altre;  
b) risolvere il problema con l’argomento della “buona coscienza” o dell’altrettanto “buona fede” di recente istituzione papale, sancito nell’intervista concessa al sig. Eugenio Scalfari;  
c)  credere all’inesistenza del peccato stante la misericordia di Dio che tutto perdona e, pertanto, vivere nella convinzione che il pentirsi volta per volta sia sufficiente purificazione.

     
Ma accanto a questa pratica di carattere privato e per lo più nascosta, sta una predicazione, condotta da autorevoli e noti “opinionisti”, che oscilla e gioca sul tema della raccolta delle sfide e  delle relative  risposte; del nuovo e cangiante spirito del tempo; del necessario aggiornamento teologico/pastorale; della centralità dell’uomo e delle proprie più strette esigenze; della crisi della cristianità sempre più preda del relativismo; del rapporto con le altre confessioni.   
Sono  i predicatori della nuova morale che, con parole e fatti, eseguono  il lavoro di scavo, propedeutico alla posa di mine con cui far saltare  la roccaforte dell’ortodossìa. Sono  gli ascari in avanguardia, il genio guastatori che predispone i piloni d’ancoraggio ai ponti con che si possa scavalcare il confine divisorio che separa il lecito dall’illecito. Naturalmente, ogni nuova avanzata del “commando” è presentata con una profluvie di documenti, di propaganda, di convegni nella salsa giulebbosa di  umanesimo integrale  e di tenerezza, nel ritmo dialettico di affermare in premessa l’ortodossìa e procedere poi con un “però”. L’antica saggezza affermava che “est modus in rebus/ sunt certi denique fines/ quos ultra citraque nequit consistere rectum” (Orazio – Sat. 1, 1, 106): c’è nelle cose una misura e ci sono chiari confini al di qua e al di là dei quali non può esistere la giustizia.  
La dottrina neomodernista  cancella questa antica e superata saggezza per annunziare il nuovo messaggio con cui l’umanità verrà affrancata dalle catene del dogma e del proibizionismo. I confini, i limiti, sembrano dire con spirito nicciano  gli alfieri dell’aggiornamento, son fatti per essere superati. Ubermensch!
    
Ricordate l’intervista che il cardinal Martini S. J. rilasciò al confratello Georg  Sporschill? In essa, il defunto principe  della Chiesa, l’apostolo di  Cristo, così  esprimeva la sua visone moderna del  problema famigliare: “La Chiesa è stanca, nell’Europa e in America. La Chiesa deve riconoscere i proprii errori… intraprendere un cammino di conversione… le domande sulla sessualità (!) e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne son un esempio…  Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno (!) che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce… Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa e non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura…  La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni” (Corriere della Sera – 01 settembre 2012). 
Come ben si evince, il cardinale apertamente spinge al ribaltamento della legge evangelica, legge evangelica e non regola disciplinare della Chiesa.  Apostasìa vera e propria. Ma il cardinale Martini era personaggio vezzeggiato dai salotti buoni dell’ateismo e riscuoteva prestigio e credibilità presso la stampa laica e tutto ciò è logico nell’ottica e nella prospettiva mondana, per cui  non ci  spendiamo parole per dimostrarlo.
    
Ed ecco, poi, il vescovo argentino Fernando Maria Bargallò – presidente della Caritas America Centrale – dichiarare, non con parole seriose e sentenziose ma con i fatti (23/6/2012  – Papale Papale) – così come fece Lutero con Caterina Bora – che non c’è ombra di peccato nel prendere il bagno in una piscina di un albergo di lusso ai Caraibi, stretto fraternamente a una bella “coadiutrice” coperta ella appena da un succinto e vezzoso slippino o riposare, su un materasso ad acqua, sempre con la fida collaboratrice. “Omnia munda mundis” (Tito, 1,15) è la disarmante esegesi, da cui deriva che se, per un vescovo, prendere bagno con una Susanna qualsiasi non è peccato, ciò vuol dire che non c’è peccato per alcuno, che il vincolo del celibato o della castità è un qualcosa di contingente, un che di fastidioso che, in buona coscienza, può essere superato, senza sensi di colpa. Ne consegue che la pericope: “Non ci indurre in tentazione” inserita da Gesù nel “Pater noster”, è  una cautela fuori luogo e del tutto inutile, così come l’avvertimento  dato da Gesù ai discepoli: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mt. 26, 41), quanto mai superfluo specie per il normale “cristiano adulto” che, reduce dalle sedute psicoanalitiche e di yoga – vero Mons. Martinelli? -  s’è costruita una padronanza di sé da non temere lusinghe di sorta. Figuriamoci per un vescovo in possesso del carisma di stato!
    
Un altro grosso calibro dell’intellighentzija curiale: l’ex cerimoniere del papa emerito, mons. Piero Marini. Dopo esser vissuto all’ombra del pontefice, ora finalmente libero da impegni di protocollo, viaggia per l’orbe terracqueo diffondendo la buona novella di una Chiesa aperta a tutti, anche a coloro che, per definizione e soprattutto per diffida di Cristo e di san Paolo, sono in peccato mortale e, perciò, “extra communionem Ecclesiae”. Ma non sembra essere così per il monsignore che, in modo ipocrita, circiterista – dico e non dico – afferma: “E’ necessario riconoscere le unioni di persone dello stesso sesso, ci sono molte coppie che soffrono perché non vengono riconosciuti i loro diritti civili. Quello che non si può riconoscere è che questa coppia sia un matrimonio… Si respira aria fresca, è [il nuovo pontificato] una finestra aperta alla primavera e alla speranza… Con Francesco si parla solo di cose positive”. (Andrea Tornielli: Vatican Insider – 22 aprile 2013). 
Insomma: sbianchettato  il peccato di sodomia con la scolorina dei “diritti civili”, può partire, da parte della Chiesa, ora che in questo momento regna felicemente un papa di vedute ampie, la revisione delle norme e l’abbattimento delle vecchie remore etiche. Dopo tutto, se lo Stato legifera e promuove un’unione omosessuale sul fondamento del diritto civile, altro non fa che, con diritto di giurisdizione, colmare un vuoto legislativo, o meglio,  abbattere un ostacolo che, per colpa di Gesù e di san Paolo durava da secoli. 
Riprendendo, poi,  il concetto del cardinale Martini, mons. Marini  – da cui lo differenzia soltanto una consonante in meno, una t -  tutto gasato per l’aria di libertà con cui gli si rilascia tempo e spazio per simili indecorose corbellerie, conclude seriosamente, col piglio di uno che le cose le sa: “La Chiesa non deve essere antiquata, ma è necessario avere un po’ di attenzione”  (La Chiesa, Mons. rev.mo, in quanto essa stessa Cristo, non è né moderna né antiquata: Essa E’. Semmai potrebbero essere, e lo sono, troppo moderni gli uomini, come lei ad esempio, o come Mons. Mogavero o Mons. Forte.).
     
Tali  temerarie, folli, blasfeme affermazioni seguono quelle non meno paradossali di un altro  tedoforo  neomodernista, il tutore  di  quella “Comunità di S. Egidio” la quale, oltre che per  opere di beneficenza, si distingue per dissacrare, ogni Natale che il Signore ci manda, la veneranda basilica di Santa Maria in Trastevere, casa di adorazione e di preghiera (Mt. 21,13), col trasformarla in trattoria. Parliamo di Mons. Vincenzo Paglia, presidente del “Pontificio Consiglio per la Famiglia” che, pur premettendo che per matrimonio dèbbasi intendere solo “quello  tra un uomo e una donna”, effettua una piroetta auspicando che “vengano cancellate le discriminazioni anche negli oltre 20 paesi ove l’omosessualità è ad oggi un reato” (Corrispondenza romana – 07/02/2013). Il prelato, Dio lo illumini, pensa e crede che l’omosessualità, praticata come stile di vita, sia soltanto un reato civile. Se avesse ben assimilato la lezione evangelica e quella paolina, si sarebbe contenuto dal proferire scemenze e mai si sarebbe allineato al partito ONUsiano che, oggi le sta dando di santa ragione alla Chiesa, alla sua Chiesa. 
La sodomia, caro Monsignore, è una scelta personale che il cristiano anche in quanto cittadino non approva, è reato e peccato contro lo Spirito Santo. E ciò per un vescovo dovrebbe valere in maniera assoluta. Ma forse lei pensa che sarebbe tempo per una revisione del processo con cui  Dio sottopose a giudizio Sodoma e Gomorra. Ci manca questa iniziativa per saldare il cerchio delle idiozie.
    
A ruota di Mons. Paglia non poteva mancare un gregario – per il momento – il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi S. J. Il quale, senza distinguersi dagli altri, ma apportando varianti di sfumata semantica, afferma che “chiaramente si deve evidenziare che il matrimonio tra un uomo e una donna è un’istituzione specifica e fondamentale nella storia dell’umanità. Ciò non toglie che si possano riconoscere in qualche modo altre forme di unione tra due persone”. (Riccardo Cascioli – La Nuova Bussola quotidiana  – 30 aprile 2013).
Capito, amici lettori?  Sì, va bene, il matrimonio è uomo/donna, ma…  “ciò non toglie”. 
Che cosa c’è che non toglie, caro Padre Lombardi? 
Che vuol dire questa sua appendice avversativa e correttiva? 
Qual è il fondamento giuridico o la riserva culturale che giustifica questo: “ciò non toglie”? 
E, fuori dall’ipocrisìa, ci dica quali sono le altre forme di unione tra due persone! Ce le può enumerare, ce ne può spiegare la legittimità? 
La sua scarsa abilità a mettere pezze agli svarioni che, quotidianamente, escono dalla stanza papale, le dovrebbe suggerire di non inoltrarsi in territorii pericolosi  e oltretutto proibiti, e di  tenersi stretto, invece, alla eterna e affidabile colonna della VIA/VERITA’/VITA, cioè Cristo Gesù. 
O pensa di dover insegnare anche a LUI  qualcosa in materia?
   
E veniamo allo strappo dell’arcidiocesi di Friburgo e del silenzio di Roma.
   
Nell’ottobre del 2013, col sigillo arcivescovile, venne esibito un documento in cui si suggerivano percorsi di “accompagnamento spirituale” per divorziati e risposati, senza escludere una forma di riconciliazione con la Chiesa e, quindi, con ampia facoltà e piena libertà di accedere all’Eucaristìa previa celebrazione di un rito aggiuntivo, in chiesa, che in qualche modo avrebbe legittimato e benedetto le seconde nozze. Ciò allo scopo, come dichiarò don Andreas Mohrle, decano della cattedrale di Friburgo, di  “lasciare una porta aperta a chi abbia alle spalle un matrimonio fallito, ricominciata un’altra vita sentimentale con la voglia di restare parte della comunità dei fedeli” (Mauro Faverzani – Corrispondenza romana, 10 ottobre 2013).
Quale sarebbe stata la risposta della Santa Sede? 
Si dice che quando “Roma locuta est” anche “causa finita est”. Ma in siffatto frangente la cattedra di Pietro ha taciuto con un sospetto silenzio/assenso, probabilmente rimandando l’argomento e la causa al prossimo Sinodo straordinario dell’ottobre 2014. Quel Sinodo che sarà preparato sulle risultanze del citato questionario.
Lasciare una porta aperta a chi abbia alle spalle un matrimonio fallito… sono, all’incirca,  le stesse parole, e lo stesso succo del pensiero del cardinal Martini, un pensiero che, infatti, sarà poi ripreso pari pari da papa Bergoglio nella famosa e fumosa intervista concessa a padre Antonio Spadaro S. J., Direttore di “Civiltà Cattolica”, e  raccolta in pubblicazione tra il 19/23 agosto 2013, allorché, parlando di divorzio e di aborto, il papa si esibì lanciandosi a briglia sciolta in una capriola, che a noi apparve come triplo salto carpiato mortale, col dire: “Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?”
Un qualsiasi nostro giovane allievo di catechismo, avrebbe risposto, con semplicità, spiegando che il confessore, nell’esercizio del sacramento, le avrebbe negato, stante la permanenza nel peccato, l’assoluzione, esortando la donna a ripristinare lo “status quo ante”, senza tante perifrasi dialettiche e distillati bizantinismi.  Papa Bergoglio, invece, con soffice tenerezza, che in questo pontificato sembra esser diventata la virtù primaria del cattolico, e con “disarmante” candore si domanda che cosa debba fare e dire il confessore, facendo capire che, per quella donna il nuovo corso, il secondo matrimonio, cioè, è talmente gratificante – cinque figli! – che rivangare il passato è soltanto  offuscare la presente felicità. “Scurdammoce o’ passato” e vele al vento della nuova esperienza!
   
Siccome gli eventi e gli interventi di questo tipo sono come flutti che si ammassano sui flutti in incessante cadenza, non passa giorno – ecco il motus velocior – che altre nuove voci si accalchino alle passate sì che il rumore del martellante accento posto sul tema caldo della sessualità trasforma quello che era, fino a decenni fa argomento di netta chiusura – perché già disciplinato -  in tematica su cui è possibile convergere perché, come si dice, “i tempi sono cambiati”.
    
Il lettore ci conceda altro tempo, non tanto ma sufficiente per poter riallacciare l’epilogo al prologo e dimostrare perché il procedere della dissoluzione ecclesiale stia acquistando vertiginosa ed inarrestabile  velocità. 
Intanto, sul tema dell’omosessualità, prima ancora che papa Bergoglio, di ritorno dalla GMG di Rio, se ne uscisse, davanti alla stampa, con un “Chi sono io per giudicare un gay?”, si erano verificati altri eventi di gravità inaudita. 
Nell’ormai lontano maggio 2005, era stato indetto, a Bari, il Congresso Eucaristico Nazionale a cui parteciparono fedeli ed autorità. Presiedeva, quale rappresentante del papa Benedetto XVI, il cardinale Camillo Ruini. Ecco il dispaccio ANSA che, nel giorno 22 arrivò sulle scrivanie delle redazioni nazionali ed internazionali: “Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha partecipato con altre autorità a Bari alla Messa celebrata dal cardinal Camillo Ruini. Il governatore è stato tra i primi a ricevere la Comunione proprio dal cardinale che è inviato speciale del papa per il congresso. Vendola, omosessuale dichiarato, si è sempre professato cattolico praticante e di recente ha anche partecipato, a Roma, ai funerali del papa GP II ” (Ansa, 22/5/2005 h. 13,03).     
Fu il segno che il Katechon, l’argine che regge l’offensiva di Satana, dava segni di crollo e di cedimento. Le anime belle e i normalisti, lo stesso pontefice, da poco eletto, che già si crogiolava nella trovata dialettica della “ermeneutica della continuità”, tacquero riparandosi dietro la foglia di fico della coscienza. “Unicuique suum” che, stavolta, voleva dire: ciascuno pensi al suo.
L’aspetto grave di quel reale e vero sacrilegio – un sodomita impenitente che accede all’Eucaristìa e di un cardinale che, vilmente, non sa rifiutarsi dal concederla -  sta nella strategìa  del silenzio che, all’epoca  e successivamente, fu messa in atto con la tecnica della lenta dissolvenza, nel solco di quella che il manzoniano Conte zio aveva, con talentuoso chiasmo, proposta al Provinciale dei Cappuccini, e cioè: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” (Promessi Sposi – cap. XIX, 134).
    
Ma, siccome le cure antalgiche, come morfina et similia, o la chemioterapia non possono tenere a lungo sotto controllo il dolore né tanto meno illudere che la metastasi del cancro sia scomparsa, ecco che sabato, 25 maggio, nella chiesa del Carmine a Genova, durante le esequie del prete Andrea Gallo, morto mercoledì 22, otto anni dopo, nello lo stesso giorno e lo stesso mese della comunione di Vendola, riesplode virulento il sacrilegio le cui radici non erano state recise. Il cardinale Angelo Bagnasco, celebrante il rito funebre, senza ombra di apparente imbarazzo e tuttavia cereo in volto, dispensa, in un contesto da bolgia infernale tra urla, invettive, applausi, la divina Eucaristìa al noto transessuale, impenitente sodomita, ateo e buddista, Wladimiro Guadagno, in arte “Vladimir Luxuria” – nomen omen!

Ma se, fino ad oggi,  la fucileria che sparava  contro la Chiesa era quella degli eserciti nemici, ora è quella della Chiesa che spara a se stessa nel conflitto di un fuoco amico. Parliamo del biasimevole caso del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e membro del C8 vaticano.
Costui, senza il benché minimo senso di reverente rispetto per l’altrui dignità, senza il benché minimo senso di carità cristiana, con la sfrontatezza del supponente e del saccente, ha aperto il fuoco contro il neo cardinale Prefetto della SCDF, il cardinale Gerhard Müller. Costui, che per una volta aveva ribadito la dottrina della Chiesa in tema di divorziati, che per una volta volava nell’alto della teologìa,  è stato fatto bersaglio della contraerea di bassa antropologìa dal predetto Maradiaga. 
Il Prefetto Defensor Fidei, Gerhard Müller, secondo il C8,  “è un  professore di teologìa tedesco, nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso… Però, fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile quando ascolti altre voci… Per ora però ascolta solo il suo gruppo di consiglieri”. Non è difficile capire che l’honduregno prelato sovverte e condanna il monito di Cristo che ci raccomanda di parlare secondo “si si no no”, e avanza la teoria che la teologìa tedesca sia fuori tempo lasciando trapelare una sua simpatia per quella della liberazione.
Caro cardinale, alla Chiesa non dovrebbero interessare le voci e le sue esigenze del mondo in quanto queste sono l’espressione di Satana. Alla Chiesa deve interessare, in modo continuo, attento e fedele l’adesione alla Parola del Fondatore il quale, sembra strano anche a lei, ma la pensa diversamente, molto diversamente dal mondo e da lei, specie sul “vero e sul falso”, cosa di cui ella non sa granché.
Il cardinale C8, si esibisce, poi, nella solita capriola dialettica quando ammette che, sì, la Chiesa possiede una sua dottrina per la quale si vieta all’uomo di separare ciò che Dio ha unito… però… (ecco la solita, furba e stucchevole  avversativa) “ci sono diversi approcci per chiarire questo. Dopo il fallimento di un matrimonio ci possiamo, per esempio, chiedere: gli sposi erano veramente uniti in Dio? Lì c’è ancora molto spazio per un esame approfondito. Però non si va nella direzione giusta per cui domani è bianco ciò che oggi è nero” (Andrea Tornielli – Città del Vaticano 21/01/2014).
    
Aver riportato questo tristo e riprovevole episodio è valso come collegamento logico ed esegetico con la parte finale del nostro presente lavoro. Il cardinal Maradiaga ha affermato l’esistenza di altre vie e di altri tipi di approccio idonei alla soluzione del problema divorzio/comunione – senza, astutamente, citarle – ponendo un problema che, di per sé, non esiste ma che gli uomini della Chiesa si ostinano a rappresentarlo, dando così un  segnale, un colpo di campanello a chi dovrebbe  rispondere.
Ebbene, quasi come telecomandato, giorni fa – precisamente domenica 16 febbraio corrente anno – è arrivata la risposta, si è aperta la porta. La notizia è di quelle che fanno il periplo del mondo tanta è la forza di espansione in essa contenuta, specialmente quando, quasi per paradosso, il contenuto è dei più banali e perciò dei più spendibili sul mercato delle sciocchezze mondiali. Ma queste notizie creano degli “stati d’animo” che, pur galleggiando in superficie come talune foglie acquatiche, impediscono che se ne vedano i filamenti tossici immersi nel fondo. E’ questa la legge dell’informazione secondo cui tanto più banalizzante e neutro è l’argomento tanto più riscuote udienza.
    
Riportano le cronache che il Vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico ligure, mons. Paolo Rigon, nella cerimonia di apertura dell’anno rotale, ha citato il “mammismo” tra le cause determinanti a chiedere la dichiarazione di nullità del matrimonio religioso, di fatto un’aggiunta ai 12  impedimenti che il CJC (1983) contempla. Ora, noi, che rammentiamo il don Abbondio manzoniano che snocciola i così detti “impedimenti dirimenti” (Promessi Sposi, cap. II, 90), siamo andati a frugare nel Codice per trarne fuori qualche informazione che legittimasse l’inserimento del “mammismo”, secondo l’uscita del Vicario Giudiziale. Letti tutti e dodici canoni (1083 – 1094), abbiamo concluso che, nella nuova prospettiva di mons. Rigon, manca il filo della logica, oltre che del buon senso. Vediamo.
I dodici motivi classici sono stati esistenziali o anche momentanei, di natura grave e seria che, per essere motivo di scioglimento del vincolo, debbono risultare ignoti a uno dei due contraenti nel momento della promessa davanti all’altare, “ab initio” cioè. L’età, l’impotenza, un vincolo precedente, la disparità di culto, l’ordine sacro, il voto pubblico di castità, la consanguineità, l’affinità, la pubblica onestà, la parentela legale, sono evidenti stati che possono essere nascosti dall’uno/a all’altro/a, mentre è da ricordare, come atto di specie particolare, il ratto della donna. Essi determinano l’eventuale scioglimento solo e quando, in appresso, vengano  rivelati e denunciati. Mons. Rigon, quando classifica il mammismo tra queste categorie, confonde uno status di vita  con un’abitudine temporanea, occasionale, patologica quanto si vuole, ma curabile – come  il mammismo, appunto,  che, di per sé, può essere corretto nel tempo. Con siffatta sua logica, possono allora  essere considerati motivi impedienti anche la sportmanìa, la ludomanìa/gioco d’azzardo, l’alcoolismo, la prodigalità, l’obesità, la droga, la comitiva degli amici.  
Facciamo poi un ragionamento di fattispecie:

a – se all’epoca del fidanzamento, o nel momento del sì, tutti e due i comparenti erano consapevoli del mammismo di uno di essi, e, nonostante ciò, vollero stringersi in matrimonio, vuol dire che in loro c’era la volontà e l’impegno di intraprendere, comunque, la vita matrimoniale. In tal caso non si può parlare di vizio nascosto o di ignoranza alcuna, parziale o totale;
b – se il fenomeno del mammismo si è manifestato dopo, non esiste il presupposto della nullità d’origine per ovvia considerazione cronologica.

     
Noi ci siamo chiesti se il Mons. in questione abbia agito da solo o abbia esposto un orientamento che viene dall’alto. Ne abbiamo parlato, durante i  quattro passi che siam soliti fare di pomeriggio, lungo la passeggiata al mare, con un amico chiedendogli se ritenesse, la nostra ipotesi, fondata. 

Egli crede che sia possibile che dietro il pronunciamento di un uomo di Chiesa ci sia qualcuno che suggerisca o istighi, ma questo non esclude la considerazione primaria che una certa potenzialità si manifesti allorché il soggetto ritiene, d’istinto o per ragionamento, a torto o a ragione, che sia giunto il momento di passare dalla potenza all’atto. Ora se noi, poveri laici qualunque, abbiamo avuto la stringente impressione che il famoso questionario per il Sinodo dei vescovi anticipasse o comunque suggerisse sottilmente il prossimo stravolgimento “ufficiale” del dogma, crediamo che ancor più e meglio lo abbia percepito il monsignore in questione. “Io l’ho sempre pensato – avrà detto – ecco, è  arrivato il momento di dirlo pubblicamente”.

D’altronde, se il monsignore, reputato uomo di pubbliche rotture, sia stato scelto per buttare la pietra nello stagno, questo non cambia nulla riguardo a prima, le due cose si sposano tranquillamente. Ciò che conta è lo stato d’animo di questi uomini di Chiesa che hanno la fregola di cambiare il Vangelo per compiacere il mondo, magari adducendo la scusa del compiacimento del fedele che “è alla ricerca di Dio”.

E si può stare tranquilli che per ogni stravolgimento, questi eccelsi esegeti del maligno troveranno un passo del vangelo che, esegitato dall’esegeta esagitato, si presterà al caso loro.    

    
Il ragionamento del nostro amico è chiaro. Il pronunciamento di Mons. Rigon ha tranciato una maglia della rete posta a protezione dell’ovile di Cristo e del sacramento del Matrimonio, ha aperto una breccia attraverso la quale non saranno pochi quelli che vi si precipiteranno col presentare al tribunale rotale diocesano istanze di nullità, specialmente se, come sopra ipotizzato, altri motivi impedienti di analoga caratura al mammismo verranno, da qui ad ottobre, scovati a lode e a gloria del mondo. 
Se poi si pone attenzione al fenomeno sociale, di cui si parla con abbondanza, quello del così detto “bamboccismo”, viene naturale concludere che le richieste di scioglimento saranno caterve e fiumane. Questa, per l’intanto, è una delle vie auspicate dal cardinal Maradiaga: indebolire la sacralità, e il vincolo ad esso immanente, del matrimonio religioso, con la dilatazione del catalogo dei motivi impedienti.  Si infoltirà il lavoro della Sacra Rota, evaporerà la fede nel matrimonio.

Tana libera tutti! “scioglimento è bello!”. Un gran  lavoro la cui approvazione, e cioè la possibilità ai “mammoni” divorziati, pardon! “sciolti”, di accedere alla Comunione, è attesa per il Sinodo dell’ottobre prossimo. In psicodinamica, questa si chiama “strategìa di campo”, ove il soggetto  progetta e delibera di aggirare l’ostacolo se non lo può scavalcare o rimuovere. 
Da qui all’ottobre prossimo, quindi, mese del Sinodo straordinario, i risultati del “questionario” – che già cominciano a fornire dati allarmanti sul vero orientamento del “popolo di Dio” (?) – daranno modo, licenza e  giustificazione a una riformulazione delle norme canoniche che regolano la dottrina in tema di matrimonio/ divorzio / Comunione, una “deformazione”, diciamo noi, che auspicata dalle prime e lontane voci dissidenti, si è dimostrata possibile con l’espediente astuto ma non meno sciocco, del mammismo.
    
Curiosità: venerdì 14 febbraio, festa degli innamorati – San Valentino  – papa Bergoglio, a fine manifestazione ha, con una battuta di spirito, affermato che “non esiste un marito perfetto, non esiste una moglie perfetta e non esiste una… suocera perfetta”. Applausi e ilarità. Domenica, 16 successivo, è apparso sulla stampa nazionale il deliberato di Mons. Rigon riferito alla… suocera “grande madre”. 
Caso o coincidenza?
    
Motus in fine velocior. (c. v. d.)

Sembra riferita al clima odierno l’apostrofe veemente di San Pietro: “In vista di pastor, lupi rapaci/ si veggion di quassù, per tutti i paschi. / O difesa di Dio, perché pur giaci?” (Par. XXVII, 55/57).

 

L.P. (unavox.it) 

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