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Legge 194/1987: una legge integralmente iniqua

Sono passati oltre trent’anni dall’entrata in vigore della legge 194/1978 che ha reso legale l’omicidio volontario dei bambini non nati eppure l’ipocrisia e la malvagità della norma non sono state comprese appieno dai più. Anzi, col trascorrere degli anni si è verificato un pericoloso processo di assuefazione al male che ha colpito anche larga parte dei cattolici e dei pro-life italiani, il cui obiettivo principale non sembra più essere quello di denunciare e combattere le leggi abortiste ma di favorire (attraverso iniziative “cuscinetto” e non di contrasto) una generica cultura della vita che tenda ad arginare quella di morte (che però trae la sua maggior forza proprio dalla legislazione vigente).

I frutti di tale politica sono ampiamente fallimentari come dimostrano i numeri e soprattutto la crescita esponenziale della mentalità abortista. Le vittime innocenti ufficiali dall’entrata in vigore della legge 194 superano i cinque milioni mentre un numero imprecisato di cooperatori diretti ed indiretti al male si sono macchiati a diverso titolo della grave colpa del delitto di aborto; senza tenere conto della diffusione di nuovi terribili strumenti abortivi di massa come la pillola RU486 e la cosiddetta contraccezione d’urgenza che hanno reso ancora più facile ed accessibile a tutti il ricorso all’aborto. 
In questa sede ci proponiamo di analizzare in modo sintetico gli articoli più significativi che compongono la legge 194, al fine di metterne in luce i passaggi logici ed evidenziarne le ipocrisie e le contraddizioni.

Il titolo e l’articolo 1: 
un capolavoro di ipocrisia

Una legge dovrebbe delineare in maniera chiara gli obiettivi che intende raggiungere fin dal principio; nel caso della legge 194 è vero esattamente il contrario. Infatti, essa ha come titolo: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza; mentre l’articolo 1 recita: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». 
Per comprendere meglio lo spirito della legge è utile inquadrare il clima sociale, culturale e politico di quel particolare momento storico: malgrado gli squilibri prodotti dalla contestazione studentesca, dal femminismo ateo e materialista e dalle ideologie socialiste che miravano a distruggere l’ordine sociale ed a minare fin dalle fondamenta i valori alla base della sana convivenza civile, il popolo italiano era ancora fortemente radicato nei valori cristiani. Occorreva dunque superare le resistenze di una larga fetta della popolazione mal disposta verso leggi palesemente contrarie al diritto naturale. Una forte campagna allarmista portata avanti dalle lobby abortiste e spalleggiata dai media preparò il terreno attraverso una serie di menzogne tese a diffondere l’idea dell’urgenza di regolamentare l’aborto volontario. Le femministe stesse diffusero cifre del tutto improbabili arrivando a parlare di 3 milioni di aborti clandestini e di 20.000 donne morte in un anno, ma i pochi studi seri in Italia dimostravano senza ombra di dubbio che i dati gridati dagli abortisti erano completamente falsi. La legge 194 fu pensata per rispondere politicamente alle pressioni sempre più violente degli abortisti e dell’opinione pubblica. 
La parte introduttiva della legge scaturisce dunque dall’esigenza del legislatore di mascherarne il vero volto; l’accento posto sulla tutela della maternità e del concepito vuole presentare al lettore un’anima positiva e garantista della legge che è però destinata a rimanere lettera morta. L’autentico capolavoro di ipocrisia è contenuto nell’affermazione secondo cui lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio; cosa si intende per inizio della vita? Quali sarebbero le vite da tutelare? L’obiettivo è di confondere e sviare, allo stesso modo con cui un malintenzionato tenta di carpire la fiducia della vittima per farla cadere con maggiore facilità nella sua trappola criminale; anche la frase con cui il legislatore sembra escludere il ricorso all’aborto come mezzo per il controllo delle nascite rimane una mera affermazione di principio, del tutto sganciata dal corpo normativo della legge.
Ancora oggi, molti esponenti dei movimenti per la vita citano l’articolo 1 della legge 194 per dimostrarne lo spirito buono...

Articoli 2 e 5: belli e impossibili

«I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:
a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;
b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);
d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.
I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.
La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori».
L’articolo 2 indica una serie di provvedimenti di facciata tesi ad aiutare le madri in difficoltà, scaricando l’onere della loro attuazione sui consultori familiari. Particolarmente significativo è il dettato della lettera d), in cui il consultorio dovrebbe contribuire a far superare le cause alla base delle richieste di aborto; in effetti, tali indicazioni sono destinate a rimanere sulla carta dal momento che le concrete possibilità di intervento risultano di difficile, se non impossibile, attuazione, e viste le limitate risorse di personale e di mezzi di cui può disporre il consultorio (in relazione soprattutto all’improbabile compito ad esso affidato). In ogni caso, il “primum movens” della legge 194 è consentire alla donna di ricorrere all’aborto volontario, dunque le disposizioni contenute nell’articolo 2 si infrangono nella norma generale, ben più cogènte, che riconosce alla donna il diritto di abortire. Per tale motivo, non dovrebbe destare sorpresa che l’articolo 2 non abbia avuto sufficiente forza dissuasiva, non già perché ne è stata disattesa l’applicazione bensì perché strutturalmente debole.
L’articolo 5, al pari dell’articolo 2, non fa che ribadire l’obbligo formale da parte del consultorio di aiutare la donna in difficoltà a rimuovere le cause che la indurrebbero all’aborto, senza fornire ad esso specifiche e reali possibilità di intervento; introduce invece un elemento peggiorativo che sancisce la formale esclusione del padre del concepito dalla decisione finale, evidenziando la matrice ideologica della legge. Infatti, l’articolo 5 recita: «Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».
Effettivamente, la donna ha la facoltà di coinvolgere nella decisione anche il padre del nascituro, tuttavia è a lei sola che spetta l’ultima e insindacabile parola. Tale impostazione della norma tende inevitabilmente a deresponsabilizzare gli altri soggetti coinvolti (favorendo fughe, ricatti e pressioni all’aborto); pertanto, se da un lato la legge sembra puntare sulla creazione di una rete di sostegno alla madre in difficoltà, dall’altra essa recide alla base i legami affettivi e psicologici così importanti per il suo fragile equilibrio emotivo (e rende l’opzione a favore del bambino meno probabile).

Articoli 4 e 6: il nucleo omicida

L’articolo 4 elenca le condizioni necessarie affinché la donna possa accedere alla cosiddetta interruzione di gravidanza: «Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia».
L’obiettivo del legislatore è garantire alla donna piena autonomia e capacità decisionale, ma esso è occultato da paletti normativi del tutto evanescenti; in effetti, la gamma di motivazioni adducibili dalla madre del bambino è talmente ampia da tendere praticamente all’infinito e rende di fatto impossibile negarle il certificato di aborto. Dunque, pur non dichiarandolo formalmente, la legge 194 trasforma il delitto di aborto in un diritto, implicitamente confermato dalla natura completamente gratuita della prestazione sanitaria (art.10).
Veniamo ora all’articolo 6, che disciplina l’interruzione di gravidanza dopo il limite dei novanta giorni stabilito nell’articolo 4: «L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la salute della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna».
Con tale norma si apre la strada ad ogni forma di sfruttamento dell’embrione, mettendo in evidenza la natura eugenetica della legge 194: il difetto fisico, o presunto tale, del bambino non nato diventa motivo sufficiente per consentirne l’eliminazione, anche a prescindere dal tipo e dall’entità della malformazione riscontrata. Infatti, a ben vedere, ciò che realmente conta non è la gravità della patologia fetale diagnosticata ma le ripercussioni che essa può avere sulla salute fisica o psichica della donna; dunque, tale impostazione della norma rende di fatto possibile l’accesso all’aborto anche in presenza di lievi e curabili malformazioni. Oltre a ciò è necessario tenere presente il livello relativamente basso di attendibilità delle diagnosi prenatali che rende probabili errori diagnostici. 
Ricapitolando, nei primi novanta giorni l’aborto è praticamente libero mentre in età gestazionale più avanzata è sufficiente una diagnosi medica che attesti (con significativi margini di errore) una qualche malformazione o anomalia del nascituro. 
Tali sono, dunque, i “solidi” paletti normativi contenuti nella legge 194 di cui parlano i rappresentanti del mondo pro-life italiano.

Articolo 7: sopravvivere all’aborto non conviene

In relazione ad un episodio accaduto a Rossano in cui un bimbo di 22 settimane sopravvissuto all’aborto è stato lasciato agonizzare nella sala operatoria per un giorno intero, si è accusato il medico di non aver prestato soccorso al bambino e si è invocato il mancato rispetto delle condizioni necessarie per autorizzare l’aborto, dato che la mamma non era in pericolo di vita e l’età del feto intorno alle 22 settimane, dunque con possibilità di vita autonoma fuori dell’utero materno.
Occorre però sottolineare come la legge non preveda un limite cronologico preciso oltre cui non sia possibile interrompere la gravidanza, ma come tale limite venga identificato con l’epoca nella quale sussiste la possibilità di vita autonoma del feto.
Infatti, nell’articolo 7 si legge: «Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto».
Secondo la stessa Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia non è possibile stabilire un limite certo di vitalità valido per tutti i feti. Nella maggior parte dei casi la possibilità di vita autonoma può essere fissata, attualmente, tra le 22 e 23 settimane complete di gravidanza. Inoltre, la possibile vita autonoma del feto è circostanza mutevole nel tempo, infatti nel 1978, anno di promulgazione della legge 194, le capacità rianimatorie neonatali erano decisamente inferiori a quelle attuali (Atti della società di Ginecologia e Ostetricia, vol. LXXXV).
Il Decreto direzione generale sanità n. 327 del 22/01/2008 della Regione Lombardia, afferma che «i dati scientifici oggi a disposizione indicano che a 23 settimane di età gestazionale è possibile la vita autonoma del neonato. Considerato però che è dimostrato un margine di errore nella datazione della gravidanza, anche se effettuata in epoca gestazionale precoce, e che la possibilità di vita autonoma del neonato migliora, tra la 22a e la 24a settimana, del 2-3 percento per ogni giorno di gravidanza, si ritiene che l’interruzione di gravidanza di cui all’art. 6 b non debba essere effettuata oltre la 22a settimana + 3 giorni». 
Data l’evidente inconsistenza e provvisorietà dei limiti indicati, non si capisce come tale atto di indirizzo possa costituire un argine giuridico contro possibili violazioni della legge e, soprattutto, come possa essere considerato un criterio etico di riferimento.
La finalità della legge 194 è quella di tutelare la salute fisica e/o psichica della donna a danno dell’innocente che porta nel grembo, soprattutto se portatore di una malformazione reale o presunta. Dunque, non può destare purtroppo alcuna meraviglia il fatto che l’equipe medica non abbia prestato soccorso al bambino di Rossano; infatti, qualora egli fosse sopravvissuto, la responsabilità sarebbe stata del medico che l’ha fatto nascere prematuramente con l’intento, non raggiunto, di sopprimerlo.

Articolo 12: l’aborto è consentito anche alle minori

In conseguenza del fatto che la legge 194 ha trasformato l’aborto in un diritto umano (libero, legale e gratuito) esiste la possibilità di interrompere la gravidanza anche per le minorenni, secondo quanto stabilito dall’articolo 12 della legge: «La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.
Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto l’assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.
Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero. Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela».
La norma è pensata per svincolare la minore dall’autorità dei genitori (che potrebbero opporsi alla decisione della figlia) rimettendo la decisione nelle mani della figura “neutra” del giudice tutelare. Tuttavia, la quasi totalità delle richieste di aborto delle adolescenti ottengono il benestare dal giudice, come rilevano le statistiche ufficiali. Il dato mette ancor più in evidenza l’ipocrisia della legge 194 che se da un lato sembra puntare sulla prevenzione all’aborto, dall’altro pone la donna anche minorenne nelle condizioni di poter accedere all’interruzione volontaria della gravidanza con relativa facilità.

Articolo 15: la pillola RU486 contraddice la legge?

Accese polemiche hanno accompagnato l’autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) all’introduzione in commercio della pillola abortiva RU486, gran parte delle quali si sono concentrate sulla presunta incompatibilità del veleno chimico con le disposizioni contenute nella legge 194, perché l’aborto avverrebbe a domicilio invece che in una struttura pubblica. Ma le cose stanno davvero in questi termini? L’articolo 15 sembra lasciare più di qualche dubbio: «Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad approfondire le questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza.
Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale».
L’accento è posto sul fatto che altri metodi più rispettosi dell’integrità fisica e psichica della donna possano sostituire o affiancare quelli utilizzati fino a quel momento. Dunque, appare sufficiente l’accertamento della uguale o minore pericolosità dell’abortivo chimico rispetto a quello chirurgico (soggetto a manipolazioni o forzature vista la complessità delle variabili in gioco) a rendere possibile l’utilizzo di entrambi. In definitiva, l’impiego su larga scala della pillola RU486 non sembra andare contro quanto indicato nella legge 194, quantomeno nella parte che promuove lo sviluppo di nuove e più moderne tecniche abortive.

Conclusioni

La 194, lungi dal costituire un argine al dilagare degli aborti, è probabilmente una delle peggiori leggi europee in materia. Con essa il legislatore ha accolto in toto le richieste degli abortisti e posto come cardine ideologico il principio di autodeterminazione femminile. Tuttavia, lo stesso legislatore ha inteso nascondere la natura perversa e malvagia della legge, al fine di renderla accettabile dalla maggioranza della popolazione italiana. Il trascorrere del tempo, poi, avrebbe fatto il resto, ossia annichilire la capacità critica soprattutto delle nuove generazioni, sempre più lontane dalle vicende e dal feroce dibattito che precedette la promulgazione della legge. 
Occorre creare, anche, ex novo un autentico movimento per la vita che non si limiti ad avere come obiettivo quello di salvare più vite umane innocenti possibili (cosa in sé più che meritoria), ma che si ponga come protagonista nell’impegno politico e culturale senza compromessi e “scivolamenti” dottrinali, finalmente fedele alla verità tutta intera. Il recente, straordinario successo della Marcia Nazionale per la Vita è stato un segno che qualcosa sta cambiando. 

 

Alfredo De Matteo (dalla rivista IL SETTIMANALE DI PADRE PIO)

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