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La libertà di Gesù

L’evangelista Luca, cominciando il racconto della nascita - povera e umile - di Gesù a Betlemme, evoca addirittura il celebre e potente imperatore di Roma: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). La terra aveva dunque un padrone; un padrone che un bel giorno decide di contare gli uomini di sua proprietà. L’impero – come si vede – era popolato di sudditi, sui quali uno solo da Roma signoreggiava e dava ordini. Ma proprio allora, tra quei sudditi ed entro quell’impero, nasce un uomo libero. La nascita di un uomo veramente e interamente libero è un prodigio così grande da riempire il cielo di gloria divina e la terra di una promessa di pace: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace per gli uomini che egli ama» (Lc 2,14). 

Ancora oggi noi ricordiamo quell’avvenimento - la nascita di un bimbo in una stalla di Betlemme - nella gioia e nella speranza. Perché quell’uomo libero viene dall’alto, dal mistero stesso di Dio: è il Verbo eterno del Padre che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cf. Gv 1,14). Egli viene a condividere la nostra sorte e a partecipare a tutti i disagi della nostra condizione. Ma nessuno dei mille legami che ci imprigionano riesce a impacciare la sua libertà, nemmeno nel primo giorno di vita. La sua stessa nascita sembra una sfida a tutte le dipendenze nelle quali l’uomo si è andato a impigliarsi: nasce senza un letto, senza una casa, senza assistenza. Pare quasi che egli voglia sottrarsi fin dal primo momento alla tirannia degli uomini e delle cose. 

Ed è uno stile, questo, che contrassegnerà poi tutta la sua vita. Nessun uomo ha mai avuto l’audacia della sua libertà. E’ libero di fronte alle autorità religiose e politiche del suo paese, che egli riconosce e rispetta, ma alle quali sa parlare con impavida chiarezza. E’ libero nei confronti dei suoi oppositori, che non riescono mai a intimidirlo. E’ libero dall’attaccamento interessato dei suoi parenti (cf. Mt 12,46) e dall’affetto un po’ intrigante dei suoi amici (cf. ad esempio Mt 16,23). E’ libero anche dalle esigenze più elementari: più degli uccelli del cielo che sono legati al loro nido, più delle volpi del bosco che dispongono sempre di qualche tana. 

Ma la sua non è la libertà senza contenuto e senza scopo, che tanto spesso è esaltata dagli uomini come se fosse un valore. Non è l’abbandonarsi, come foglia senza volontà, a ogni vento di piacere. Non è l’atteggiamento del superuomo, distaccato e senza misericordia. Non è l’indifferenza dell’intellettuale, che non si lascia coinvolgere nella vicenda dei comuni sentimenti umani. Non è la gelida autonomia di un cuore spento e inaridito. 

Al contrario, egli è libero da tutto per donarsi tutto nell’amore del Padre e nell’amore appassionato e fattivo degli altri. Egli è libero per liberarci. Il Natale di Cristo è il natale della vera libertà. Non capiremmo il senso autentico della culla di Betlemme, se ci dimenticassimo che questo bambino ha una missione da compiere e un dono da portare. Con la sua nascita, con l’intera sua vita, con la sua morte redentrice, il Signore Gesù ci ha liberati «perché restassimo liberi» (cf. Gal 5,1). 

LIBERTA' DALLA "VUOTEZZA" 

La venuta tra noi del Figlio di Dio è stata liberatrice prima di tutto perché ha colmato l’intrinseca «vuotezza» del nostro esistere, che è la fonte della più sottile schiavitù. L’esistenza è «vuota» quando è senza meta e senza significazione. L’uomo che non sa darsi un «perchè» del suo vivere è tanto più schiavo, quanto più ha l’impressione di essere padrone di sé. Troppo spesso ci viene proposta come conquista di emancipazione la perdita di ogni finalità, il ripudio di ogni radice, il disconoscimento di ogni attenzione all’essere delle cose. Molti che si presentano come profeti di libertà – appunto per questa «vuotezza» di cui si fanno incauti annunciatori – sono invece i maestri del nulla e i cantori della servitù dello spirito. Al contrario, il Signore Gesù è l’approdo e il senso della nostra vita. Nessuna nostra giornata è vana, se è spesa per lui; nessuna esperienza è amara e vacua, se è compiuta nella sua luce. Perciò alla sua nascita gli angeli hanno cantato di gioia. 

LIBERTA' DALL'ERRORE E DALLA MENZOGNA 

La venuta tra noi del Figlio di Dio è liberatrice anche perché ci ha fatto conoscere la verità. Una seconda fonte di schiavitù è infatti la falsa visione delle cose. La presenza della menzogna e dell’errore è il segno nel mondo dell’artiglio di Satana, che – ha detto Gesù – è il «padre della menzogna» (cf. Gv 8,44). Noi siamo immersi nella falsità. La falsità ci viene predicata da tutte le parti: falsità circa l’uomo, il suo destino, la sua natura; falsità morale, che presenta il male come bene e propone comportamenti contrari ai principi fondamentali e alla stessa dignità intrinseca delle creature umane; falsità nel presentare la Chiesa, la sua opera, le sue intenzioni, la sua storia. Il Signore ha detto: «La verità vi farà liberi» (cf. Gv 8,32). E la verità è lui. Se prendiamo l’abitudine di esaminare criticamente alla luce del suo mistero – cioè della sua persona, delle sue azioni, del suo magistero – ogni idea che ci viene conclamata, ogni proposta che tenta di farsi accogliere, ogni avvenimento in cui ci imbattiamo, allora la menzogna dileguerà nel cielo della nostra anima, come le nebbie del mattino al sorgere dell’unico sole. 

LIBERTA' DAL PECCATO

Una terza fonte di schiavitù è il peccato. «Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (cf. Gv 8,34), ha detto il Bambino di Betlemme allorché ha cominciato a insegnare. E la quotidiana esperienza dell’uomo – quando non è censurata dalla cultura dominante – comprova da sempre questa chiara e tagliente affermazione di Cristo. L’uomo che si abbandona alla prevaricazione, credendo di affermarsi come autonomo signore dei propri atti, diventa alla fine lo zimbello delle forze del male. E di ciò ai nostri giorni abbiamo chiari e tristissimi esempi. Ma per quanto possa essere disastrata la vita di un uomo, il Salvatore che nella notte di Natale ci è stato manifestato, è sempre più forte. Non c’è trasgressione, non c’è abitudine personale, non c’è sfacelo morale, che non possa essere vinto e risanato dalla sua grazia. Non c’è colpa che, se c’è pentimento sincero, non trovi perdono. Davvero all’umanità intera nel silenzio di una notte palestinese è stata annunziata «una grande gioia» (cf. Lc 2,10): la gioia di una vera e sostanziale libertà. 

 

Card. Giacomo Biffi (LABUSSOLAQUOTIDIANA.IT) 

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