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E sulle spose stendiamo un velo... pietoso (oggi molti matrimoni celebrati in Chiesa sono di fatto nulli)

Un pischello adolescente sente la necessità di informarmi della situazione famigliare di una pischelletta della quale (dice, senza sapere che dice) sarebbe innamorato perso (pure su ‘ste cose mi scrivono…  e questa è niente: dovete vedere quando m’arrivano messaggi di ragazzetti che mi chiedono cosa preparare per cena alla ragazza che viene per il week-end), innamorato perso, dicevo, ma che al momento è troppo timido per avere le palle di dichiararsi a lei invece che a me.

Mi divertono gli adolescenti: sono gli unici che mi fanno ridere, per le cazzate che raccontano, perché sono spiritosi, pimpanti, al fondo puliti, rispettosi sempre. Forse perché fra me e l’insegnante a scuola non vedono differenza: d’età,  almeno.  Quasi sempre, infatti, mi danno del “lei”, come appunto si fa con l’insegnante. Al contempo mi stanno dicendo che sì, riconoscono in me qualcuno che sa qualcosa più di loro e che forse gliela può trasmettere, è vero. Ma fra le righe mi stanno dando anche del “vecchio”. E sono un trentenne… figurarsi a quaranta.

Ma vi dicevo del pischello. Mi informa a proposito della ragazza protagonista occulta dei suoi sogni di quanto segue: “…ehm suo padre è divorziato, convivente ma nonostante ciò si comunica e legge i libri di Enzo Bianchi che gli consiglia il parroco… devo lasciar perdere?“

Rispondo che sì, non ne vale la pena. Ma poi: che uno prenda la comunione in stato di peccato mortale non sono cavoli miei: sono cacchi suoi e del parroco. Cavoli loro dinanzi a Dio e a lucifero. Perché la comunione presa in stato di peccato mortale, lungi dall’essere una benedizione è invece una maledizione.

A questo punto interviene il mio amico don Ariel Levi Di Gualdo, che puntualizza sardonico su Enzo Bianchi. E dice: “Caro Antonio, forse i libri del Signor Enzo Bianchi, oltre alle note deviazioni dalla dottrina cattolica ripetutamente segnalate con allarme da diversi dei nostri migliori teologi, può essere che contengano in appendice anche l’assoluzione plenaria, bisognerebbe chiederlo a quei vescovi italiani che lo invitano a predicare gli esercizi spirituale al clero delle loro diocesi” .

Tengo a precisargli:  “Del resto al seminario di Verona per ammetterti come seminarista devi confessare tutti i libri che hai letto, dopodiché ti devi purgare con la lettura coatta di libri mirati di Enzo Bianchi e di Martini, se vuoi entrarci. E magari in quel seminario ci fossero solo problemi dottrinali… sono quelli morali che mi preoccupano. Che in genere sono i prodromi di quelli dottrinali”.

Flaviano, pure lui deve dire la sua: “Il Bianchi, oltre ad essersi insediato molto bene anche nella mia diocesi, predica anche gli esercizi ai frati per ordine del vescovo. Per cui il problema, caro Mastino, non è scrivere libri per constatarne le eresie, il problema sono i vescovi”.

Ma ecco che interviene un altro ragazzetto, a riportarmi alla concretezza domandandomi:  “Ma un divorziato che vive castamente può ricevere la comunione o no?”.

Gli rispondo sinteticamente: “No. Se si è sposati in chiesa, non esiste il divorzio. Esiste la separazione. Ci si può separare e vivere in castità, e in tal caso si può ricevere la comunione”. Ma poi mi lascio prendere la mano, per non apparir troppo severo: “Oddio, se uno non è tanto casto può sempre confessarsi…”.

Arriva la precisazione da spaccatura in quattro del capello di Gianbattista: “C’è differenza comunque tra un divorziato per sua scelta e chi invece il divorzio lo subisce. Chi lo subisce e non ha altre relazioni non è in stato di peccato. Giusto?”

Giusto? Eh… ‘na parola! E chi lo sa?! Quando arriviamo alle questioni di lana caprina le questioni si complicano! E tuttavia mi rendo conto che il quesito  è meno pleonastico di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Anzi, è importantissimo. Cruciale, direi.

Fortuna mia che interviene provvidenzialmente a levarmi le castagne dal fuoco il succitato amico don Ariel Levi Di Gualdo, che è pure un teologo, ma principalmente conosce il catechismo, ragion per cui raramente parla a capocchia. E fa chiarezza su tutta la linea.

La riporto tutta la sua risposta, perché ne facciamo uso qualora si presenti il caso che ci domandino ragione, a noi cattolici, delle prese di posizione della Chiesa.

Il reverendo padre, figlio in Cristo del suo arcivescovo Luigi Negri, si arma di santa pazienza e inizia la filippica ben poco clericale, e pur gesuitica (del resto è allievo del gesuita Peter Gumpel), sgranando la casistica.

Sentiamolo.

 

RISPOSTA DI DON ARIEL LEVI DI GUALDO

“Cercherò di rispondere in dettaglio un po’ a tutti gli interventi.

La Chiesa detta ai vescovi e ai loro sacerdoti delle norme generali, poi è necessario valutare sempre, con prudenza e profonda coscienza caso per caso, perché ogni situazione è infatti diversa dalle altre.

Esempio: l’uomo quasi sessantenne che fatti ormai soldi, per prima cosa molla la moglie ultra cinquantenne per fuggire con una ragazza di 25 anni conosciuta mentre era aggrovigliata ad un palo della lap-dance;  o per inverso la donna cinquantenne che di punto in bianco molla il marito per fuggire con un boy-toy di 27 anni … beh, direi che è a dir poco ovvio, umano e soprattutto cattolico che non si possano negare sacramenti a persone umiliate, tradite e abbandonate, tutt’altro! Si cercherà di sostenerli anche e soprattutto con i sacramenti di grazia.

Per esempio: nell’esercizio del mio sacro ministero mi sono ritrovato a suggerire, poi appresso a insistere, affinché una donna si separasse quanto prima dal marito, trattandosi di un delinquente patentato, violento e quasi sicuramente affetto anche da disturbi psichiatrici, che metteva seriamente a rischio l’incolumità fisica e psicologica della consorte e del loro bambino. È lo stesso Codice di Diritto Canonico che prevede e regolamenta la separazione dei coniugi;  certo non prevede, tanto meno regolamenta, l’istituto del divorzio, che tra i suoi canoni non è presente.

Ciò che amareggia e che talvolta frustra noi sacerdoti sul piano pedagogico e pastorale, è il fatto che molti fedeli “cattolici”, quando decidono di mollarsi vanno dall’avvocato e fanno le carte per il divorzio. A quasi nessuno sembra passare per la mente di rivolgersi, perlomeno ANCHE al tribunale ecclesiastico, per vedere se sussistono gli elementi per una sentenza di nullità del matrimonio. E qui apriamo subito un inciso e precisiamo a scanso di equivoci che cosa vuol dire nullità: non vuol dire “annullamento”.

Nessuno infatti, a partire dal Romano Pontefice, può annullare un sacramento validamente amministrato e validamente ricevuto. Il sacramento può essere però nullo, vale a dire mai esistito, sebbene formalmente amministrato, perché è stato amministrato e ricevuto in mancanza di quei requisiti basilari necessari a renderlo valido.

Anche il sacramento dell’ordine che io ho ricevuto, potrebbe essere nullo e invalido. Facciamo un esempio accademico: se per esempio io fossi giunto alla sacra ordinazione sacerdotale in condizione di forti riserve mentali, non libero, sentendomi quasi costretto a farmi ordinare per non fare brutta figura con formatori, familiari e amici, dinanzi ai quali mi sarei vergognato a fare un passo indietro e ammettere che non credevo di avere una vocazione e quindi non me la sentivo di essere consacrato sacerdote, in tal caso, la mia ordinazione, per quanto formalmente celebrata e formalmente ricevuta, appurato il tutto verrebbe dichiarata nulla.

Inutile dire che oggi, molti matrimoni, sono di fatto nulli, mancando in molti sposi – non ultimo e soprattutto anche a causa di noi preti – i requisiti basilari richiesti: la maturità, la coscienza cristiana, la piena consapevolezza che gli sposi si amministrano un sacramento. E  non celebrano invece la farsa del loro “evento” in una chiesa storica ridotta a set di riprese filmiche dove tutto conta, dal parrucchiere della sposa al cameraman fuorché il sacramento. Per non parlare dell’idea ben precisa che gli sposi devono avere sulla vita, sui figli e sulla continuità della vita, ecc…

Ultimo esempio: una volta fui pregato da un confratello di celebrare un matrimonio in sua vece accogliendo il consenso di questi sposi – che io non conoscevo – perché lui aveva avuto un improvviso e inderogabile impegno. Per farsi breve: l’assemblea, inclusi gli sposi, non sapevano quando sedersi e quando alzarsi e cosa rispondere durante la celebrazione della Santa Messa. Io celebravo e l’accolito e il sacrestano mi rispondevano. Gli sposi non conoscevano neppure la preghiera del Padre Nostro, ecc … insomma: non avevano la più pallida idea che stavano celebrando e amministrandosi un sacramento.

La sera stessa preparai una relazione e la inviai al vescovo, anzi all’arcivescovo metropolita di quella diocesi, facendo presente che, mio malgrado, mi ero trovato costretto a presiedere la celebrazione di un sacramento per il quale mancavano tutti i più basilari requisiti di validità.

L’arcivescovo – peraltro un canonista – mi fece rispondere dal suo cancelliere che dovevo imparare a essere più flessibile e a capire certe situazioni, per così dire… popolari.

Detto questo lascio a voi la domanda e a voi il quesito: chi è che gioca coi sacramenti: i fedeli o un certo clero? Capisco che quello dei matrimoni è un “mercato” redditizio, ma anche se “pecunia non olet” in alcuni momenti bisogna essere capaci a dire no, a quelle non poche persone che pur essendo totalmente avulse dalla vita ecclesiale e non di rado sprezzanti il Magistero della Chiesa e le verità di fede che la Chiesa annuncia, decidono comunque di amministrarsi il Sacramento del Matrimonio… solo per avere un suggestivo set di riprese.

Stendiamo poi un velo pietoso sulle spose fatte entrare nelle chiese a schiena scoperta e con il seno mezzo di fuori, perché sempre nell’esercizio del mio ministero posso testimoniarvi di avere conosciuto prostitute che fuori dal loro “orario di lavoro” erano coperte dal collo alle ginocchia e che mai avrebbero osato entrare dentro una chiesa mezze nude, specie quando alcune si recavano al mio confessionale.

E nessuno mi venga a dire del corso di preparazione al matrimonio, perché anche gli sposi di cui ho appena narrato, quelli che non conoscevano neppure il Padre Nostro, avevano fatto il corso di preparazione al matrimonio: ben tre incontri che avrebbero dovuto supplire una totale carenza di coscienza cattolica cristiana durata tutta la vita. Corso svolto presso il convento dei frati… che avevano rilasciato tanto di certificato per il parroco.”

 

Antonio Margheriti Mastino e don Ariel S. Levi di Gualdo (PAPALEPAPALE.com)

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