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Domenica delle Palme

La liturgia di oggi esprime con due cerimonie, l'una tutta piena di gioia, l'altra di tristezza, i due aspetti secondo i quali la Chiesa considera la Croce. Anzitutto vengono la Benedizione e la Processione delle Palme. Esse traboccano di una santa allegrezza che ci permette, dopo venti secoli, di rivivere la scena grandiosa dell'entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Poi c'è la Messa di cui i canti e le letture si riferiscono esclusivamente al doloroso ricordo della Passione del Salvatore.

A Gerusalemme, nel IV secolo, si leggeva in questa Domenica, nel luogo medesimo dove i fatti s'erano svolti, il racconto evangelico che ci descrive Cristo, acclamato come Re d'Israele, che prende possesso della sua capitale. In realtà, Gerusalemme non è che l'immagine del regno della Gerusalemme celeste. Poi un vescovo, montato su un asino, andava dal sommo del Monte Oliveto alla chiesa della Resurrezione, circondato dalla folla che portava delle palme, cantando inni e antifone. Questa cerimonia era preceduta dalla lettura del passo dell'Esodo riguardante l'uscita dall'Egitto. Il popolo di Dio, accampato all'ombra dei palmizi, vicino alle dodici fonti dove Mosè gli promette la manna, è il popolo cristiano che servendosi dei rami dei palmizi attesta che il suo Re, Gesù, viene a liberare le anime dal peccato, conducendole al fonte battesimale e nutrendole con la manna eucaristica.

La Chiesa di Roma, adottando quest'uso, pare verso il IX secolo, ha aggiunto il rito della Benedizione delle Palme, da cui deriva il nome di “Pasqua fiorita” dato a questa Domenica. Questa cerimonia, fino al 1955, era una specie di Messa con Orazione propria, Epistola, Vangelo e Prefazio proprio. La consacrazione era sostituita dalla benedizione delle palme e la comunione dalla distribuzione di queste palme.

Col Decreto “Maxima Redemptionis nostræ Mysteria” della S.C.R. in data 16 nov. 1955 il Santo Padre Pio XII ha riformato e ridotto i riti e le cerimonie di questa funzione che inizia con la benedizione dei rami di palma o altri alberi (un'unica orazione preceduta da un'antifona), che sostituisce l' “Asperges” della Messa domenicale; segue la distribuzione dei rami benedetti, durante la quale vengono cantati alcuni salmi, intercalati da antifone.

Cantato il brano di Vangelo appropriato dalla circostanza, si inizia la processione tra canti di giubilo, tenendo in mano i rami. Ritornati in Chiesa, il celebrante pone termine alla processione col canto di un'Orazione.

Questo corteo di cristiani che, con le palme in mano e con il canto dell'Osanna sulle labbra, acclamano ogni anno, in tutto il mondo, attraverso tutte le generazioni, la regalità di Cristo, è composta di tutti i catecumeni, dei penitenti pubblici, e dei fedeli che i sacramenti del Battesimo, dell'Eucarestia e della Penitenza assoceranno, nelle feste di Pasqua, a questo trionfatore glorioso. “E noi, che con integra fede rammentiamo il fatto e il suo significato ti preghiamo, Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio, per lo stesso Signore Nostro Gesù Cristo affinché, ciò che il tuo popolo fa oggi esternamente, lo compia spiritualmente, riportando vittoria sul nemico”.

Conserviamo religiosamente nella nostra casa un ramoscello di olivo benedetto. Questo sacramento, in virtù della preghiera della Chiesa, ci farà ottenere i favori del cielo e renderà più ferma la nostra fede in Gesù che, pieno di misericordia (simboleggiata dall'olivo, di cui l'olio mitiga le piaghe), ha vinto (vittoria simboleggiata dalle palme) il demonio, il peccato e la morte.

(Dal messale Romano quotidiano, testo latino completo e traduzione italiana di S.Bertola e G. Destefani - commento di D.C.Lefebvre O.S.B. - edizione aggiornata 1962 - Edizioni S.Francesco di Sales)


È cominciata la grande settimana, la Settimana Santa, quella che ripresenta alla considerazione dei fedeli il dramma del mondo, il dramma dell'uomo, il dramma della Redazione, la luce della loro salvezza.

Avete sentito la narrazione della Passione del Signore secondo il Vangelo di Luca (22, 14-23, 56). questa narrazione può essere completata con quello che dicono Matteo, Marco e soprattutto Giovanni.

È necessario che a questa narrazione di ripensi. Io parlo per affidarla all'attenzione delle anime vostre, perché non sono soltanto le orecchie chiamate a quest'uffizio, ma i cuori, le coscienze, nelle coscienze l'intera vita e lo studio della fede, per corrispondere con la nostra umile azione a quello di grande che per noi ha fatto il Cristo.

Una sola cosa voglio osservare, anzi pongo una sola domanda: che cosa significa tutto questo fatto divino: Incarnazione, Vita, Passione, Morte, Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo? Perché è venuto? Per riconquistare l'uomo che era perduto, noi che saremmo stati perduti. Ci è voluto questo per risanare la ferita inferta dalla colpa del primo uomo e degli altri uomini? Sì, ci è voluto questo!

Misurate allora che cosa siamo davanti a Dio e che cosa sperperiamo – ripeto -, che cosa sperperiamo giorno per giorno: una preziosità incredibile che è in noi e che sta alla nostra libertà di rendere attiva e renderla tale da essere inserita nel conteggio dei nostri meriti eterni. Indica quale sia la dignità che Dio ha dato all'uomo.

Ma non solo. Indica quale cosa grave sia il peccato, mentre gli uomini danno così poco peso alla considerazione del loro peccato.

Indica perché a decidere del merito o del demerito, della colpa o della virtù, è la nostra libertà. Indica tutto questo: che cosa sia la nostra libertà, che invochiamo così spesso per la licenza del nostro agire e per spendere male i doni di Dio e per fare le scelte oltraggiose alla Legge del Signore, oltraggiose al Crocifisso, oltraggiose al Cielo, infernalmente negative per una vita tanto preziosa che Dio ci ha data.

Non sono piccoli pensieri o piccoli ricordi, che si possono avere davanti al dramma della Croce, ma solo le cose più grandi, che richiamano il giudizio più grande, che richiamano gli ultimi fatti, che richiamano gli ultimi destini, che richiamano la responsabilità nella quale noi stiamo e della quale dobbiamo continuamente rispondere non tanto a noi e non tanto agli uomini, quanto a Dio.

(Omelie per l'anno liturgico, Card. Giuseppe Siri)

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