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6 gennaio - I Re Magi

Dal Poema dell’Uomo-Dio scritto da Maria Valtorta, possiamo leggere queste parole dette da Gesù riguardanti la fede dei Re Magi: 

... Quei Savi d’oriente non avevano nulla che li assicurasse della verità. Nulla di soprannaturale. Solo il calcolo astronomico e la loro riflessione che una vita integra faceva perfetta. 

Eppure hanno avuto fede. Fede in tutto: fede nella scienza, fede nella coscienza, fede nella bontà divina. Per la scienza hanno creduto al segno della stella nuova che non poteva che esser “quella” attesa da secoli dall’umanità: il Messia. Per la coscienza hanno avuto fede nella voce della stessa che, ricevendo “voci” celesti, diceva loro: “E’ quella stella che segna l’avvento del Messia”. Per la bontà hanno avuto fede che Dio non li avrebbe ingannati e, poiché la loro intenzione era retta, li avrebbe aiutati in ogni modo per giungere allo scopo. 
E sono riusciti. Essi soli, fra tanti studiosi dei segni, hanno compreso quel segno, perché essi soli avevano nell’anima l’ansia di conoscere le parole di Dio con un fine retto che aveva a principale pensiero quello di dare subito a Dio lode e onore. 
(...) 

E si mettono in cammino dalle Indie lontane. Dalle catene mongoliche sulle quali spaziano unicamente le aquile e gli avvoltoi e Dio parla col rombo dei venti e dei torrenti e scrive parole di mistero sulle pagine sterminate dei nevai. Dalle terre in cui nasce il Nilo e procede, vena verde azzurra, incontro all’azzurro cuore del Mediterraneo, né picchi, né selve, né arene, oceani asciutti e più pericolosi di quelli marini, fermano il loro andare. E la stella brilla sulle loro notti, negando loro di dormire. Quando si cerca Dio, le abitudini naturali devono cedere alle impazienze e alle necessità sopraumane.
La stella li prende da settentrione, da oriente e da meridione, e per un miracolo di Dio procede per tutti e tre verso un punto, come, per un altro miracolo, li riunisce dopo tante miglia in quel punto, e per un altro dà loro, anticipando la sapienza pentecostale, il dono di intendersi e di farsi intendere così come è nel Paradiso, dove si parla un’unica lingua: quella di Dio. 
(...) 

Essi, i tre Savi, erano realmente grandi. Per virtù soprannaturale per prima cosa, per scienza per seconda cosa, per ricchezza per ultima cosa. Ma si sentono un nulla: polvere sulla polvere della terra, rispetto al Dio Altissimo che crea i mondi con un suo sorriso e li sparge come chicchi di grano per saziare gli occhi degli angeli coi monili delle stelle. 
Ma si sentono nulla rispetto al Dio Altissimo che ha creato il pianeta su cui vivono e lo ha fatto variato mettendo, Scultore Infinito d’opere sconfinate, qua, con una ditata del suo pollice, una corona di dodici colline, e là un’ossatura di gioghi e di picchi, simili a vertebre della terra, di questo corpo smisurato a cui sono vene i fiumi, bacini i laghi, cuori gli oceani, veste le foreste, veli le nubi, decorazioni i ghiacciai di cristallo, gemme le turchesi e gli smeraldi, gli opali e i berilli di tutte le acque che cantano, con le selve ed i venti, il grande coro di laude al loro Signore. 

Ma si sentono nulla nella loro sapienza rispetto al Dio Altissimo da cui la loro sapienza viene e che ha dato loro occhi più potenti di quelle pupille per cui vedono le cose: occhi dell’anima che sanno leggere nelle cose la parola non scritta da mano umana, ma incisa dal pensiero di Dio. 
Ma si sentono nulla nella loro ricchezza: atomo rispetto alla ricchezza del Possessore dell’universo, che sparge metalli e gemme negli astri e pianeti e soprannaturali dovizie, inesauste dovizie, nel cuore di chi l’ama. 

E giunti davanti ad una povera casa, nella più meschina delle città di Giuda, essi non crollano il capo dicendo “Impossibile”, ma curvano la schiena, le ginocchia e specie il cuore, e adorano. Là, dietro quel povero muro, è Dio. 
(...) 

Essi dimenticano sonno e cibo e, se prendono le vesti più belle, non è sfoggio umano ma per fare onore al Re dei re. Nelle regge dei sovrani, i dignitari entrano con le vesti più belle. E non dovrebbero essi andare da questo Re con le loro vesti di festa? E quale festa più grande di questa per loro? (...) 

Umili e generosi. E ubbidienti alle “voci” dell’Alto. Esse comandano di portare doni al Re-Neonato. Ed essi portano doni. Non dicono: “Egli è ricco e non ne ha bisogno. E’ Dio e non conoscerà la morte”. Ubbidiscono. E sono coloro che per primi sovvengono la povertà del Salvatore. Come provvido quell’oro per chi domani sarà fuggiasco! Come significativa quella resina a chi presto sarà ucciso! Come pio quell’incenso a chi dovrà sentire il lezzo delle lussurie umane ribollenti intorno alla sua purezza infinita! 
Umili, generosi, ubbidienti e rispettosi l’uno dell’altro. Le virtù generano sempre altre virtù. Dalle virtù volte a Dio, ecco le virtù volte al prossimo. Rispetto, e poi carità. Al più vecchio è deferito di parlare per tutti, di ricevere per primo il bacio del Salvatore, di sorreggerlo per la manina. Gli altri potranno vederlo ancora. Ma egli no. E’ vecchio, e prossimo è il suo giorno di ritorno a Dio. Lo vedrà questo Cristo, dopo la sua straziante morte e lo seguirà, nella scia dei salvati, nel ritorno al Cielo. Ma non lo vedrà più su questa terra. E allora per suo viatico gli rimanga il tepore della piccola mano che si affida alla sua già rugosa. 


Nessuna indivia negli altri. Ma anzi un aumento di venerazione per il vecchio sapiente. Ha meritato certo più di loro e per più lungo tempo. Il Dio-infante lo sa. Ancora non parla, la Parola del Padre, ma il suo atto è parola. E sia benedetta la sua innocente parola, che designa costui come il suo prediletto.

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