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Cristo ha amato la Chiesa e per santificarla ha dato Se stesso per Lei (13)

I. L'amore è il movente che ha spinto Gesù a subire le sofferenze della Passione

S. Paolo ci dice che «Cristo ha amato la Chiesa». La Chiesa significa qui il regno di quelli che devono formare, come dice lo stesso Apostolo (I Cor XII, 27; Eph. I, 23; IV, 12; V, 23), il corpo mistico di Gesù. Cristo ha amato questa Chiesa ed è perciò che si è offerto per essa. E' stato l'amore a comandare la Passione. Indubbiamente è stato prima di tutto per amore del Padre suo che Gesù ha voluto subire la morte di croce, perché egli stesso ce lo dichiara espressamente (Joan. XIV, 31): «Perché il mondo sappia che amo mio Padre, io compio la sua volontà di abbandonarmi alla morte». Contemplate Gesù durante la sua agonia! Per tre ore la noia, la tristezza, il timore, le angosce si abbattono sull'anima sua come un torrente e l'invadono al punto che il sangue esce dalle sue sante vene. Quale abisso di dolore in quella agonia! E che dice Gesù al Padre suo? «Padre, se è possibile, s'allontani da me questo calice». Forse Cristo non accettava più la volontà del Padre suo? Oh certamente, ma questa preghiera è il grido della sensibilità della povera natura umana macerata dal disgusto e dal dolore: a questo momento egli è sopratutto (Cf. Is. LIII, 3) «un uomo sotto il peso del dolore». Nostro Signore sente lo spaventevole peso dell'agonia abbattersi sulle sue spalle, e vuole che lo sappiamo. Ecco perché fa questa preghiera.

Ma ascoltate che cosa dice subito: «O Padre, si faccia la tua volontà e non la mia». E' questo il trionfo dell'amore. Poiché egli ama suo Padre, mette la volontà del Padre suo al di sopra di tutto e accetta di tutto soffrire. Osservate che il Padre avrebbe potuto, se nei suoi eterni disegni lo avesse voluto, attenuare le sofferenze di nostro Signore, cambiare le circostanze della sua morte; non l'ha voluto. Nella sua giustizia, ha voluto che per salvare il mondo, Cristo si sottomettesse a tutti i dolori. Questa volontà ha forse diminuito l'amore di Gesù? No, certamente; poiché egli non dice: «Mio Padre avrebbe potuto disporre diversamente le cose»; ma egli accetta pienamente tutto quanto vuole il Padre suo (Luc. XXII, 42). Egli andrà ormai fino al fondo del sacrificio. Alcuni momenti dopo la sua agonia, al momento del suo arresto, quando S. Pietro vuole difenderlo e colpisce con la sua spada uno di coloro che venivano per catturare il Maestro, che cosa gli dice subito il Salvatore? «Riponi la spada nel fodero; non berrò dunque il calice che mio Padre mi ha dato?» (Joan. XVIII, 11).

Così, innanzi tutto, è l'amore verso il Padre suo che spinge Cristo ad accettare le sofferenze della Passione. Ma è anche l'amore che porta a noi.

Nell'ultima Cena, quando l'ora di compiere la sua offerta sta per suonare, che cosa dice ai suoi Apostoli adunati intorno a lui? «Non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici» (Joan. XV, 13). E questo amore che supera ogni amore, Gesù sta per mostrarcelo, perché, come dice S. Paolo, «è per noi tutti che egli si è offerto» (II Cor V, 15). Egli è morto per tutti «quando noi eravamo suoi nemici» (Rom. V, 10). Quale segno d'amore più grande poteva darci? Nessuno. Anche l'Apostolo non cessa di proclamare che «Gesù Cristo si è offerto perché ci ha amati»; (Gal. II, 20; Eph. V, 2) «per l'amore che mi ha portato egli si è offerto per me» (Ibid). E in quale misura si è dato? Fino alla morte.

Ciò che eleva infinitamente questo amore è la sovrana libertà con cui Gesù Cristo si è offerto: (Is. LIII, 7). Queste due parole ci mostrano quanto spontaneamente Gesù abbia accettato la sua Passione. Non aveva detto un giorno, parlando del buon Pastore che dà la vita per le sue pecorelle: «Il Padre mio mi ama perché io dò la mia vita, per riprenderla il giorno della mia risurrezione. Nessuno me la toglie ma da me stesso la dò, e sono padrone di darla e padrone di riprenderla» (Joan. X, 17-18).

E osservate in che modo le sue parole si sono realizzate. Al momento del suo arresto, domanda a quelli che gli vogliono mettere le mani addosso: «Chi cercate?» «Gesù di Nazareh ». «Sono io». E questa parola li getta per terra (Ibid. XVIII, 4-6). Se egli lo chiedesse al Padre suo, «il Padre gli manderebbe legioni di angeli per liberarlo» (Matth. XXVI, 53). «Ogni giorno, egli prosegue, io era seduto tra voi, insegnando nel Tempio, e non mi avete mai preso» (Ibid. XXVI, 55; Marc. XIV, 49; Luc. XXII, 53). Avrebbe potuto fare in maniera che la stessa cosa accadesse anche allora, ma non lo volle perché era venuta ormai la sua ora. Guardatelo davanti a Pilato: egli riconosce che il «potere che ha il romano governatore di condannarlo a morte gli viene dal Padre suo» (Joan. XIX, 11). Se l'avesse voluto, si sarebbe liberato dalle sue mani, ma perché questa è la volontà del Padre suo, si abbandona ad un giudice iniquo (I Petr. II, 23). Questa libertà con la quale Gesù offre la sua vita è intera e costituisce una delle più ammirabili perfezioni del suo sacrificio e uno degli aspetti che più profondamente commuovono il cuore umano. «Dio ha amato il mondo fino a dare a lui il suo Figlio unigenito», (Joan. III, 16) e Cristo ha amato i suoi fratelli fino a darsi spontaneamente e interamente per salvarli.

II. Cristo si è abbandonato completamente ai dolori e alla morte

Nel sacrificio di Gesù tutto è perfetto: l'amore che lo ispira e la libertà con la quale lo compie. Perfetto anche nel dono offerto: Cristo offre se stesso.

Cristo offre tutto se stesso; la sua anima e il suo corpo sono spezzati, torturati dai dolori: non ce n'è uno che Gesù non abbia conosciuto. Se leggete attentamente il Vangelo, vedrete che le sofferenze di Gesù sono state disposte in modo che tutte le membra del suo santo corpo venissero colpite, che tutte le fibre del suo cuore venissero lacerate dalla ingratitudine della folla, dall'abbandono dei suoi, dai dolori della Madre sua; che la sua santa anima dovesse subire tutti gli insulti e tutte le umiliazioni, con cui può essere fatto segno un uomo sulla terra. Egli ha realizzato letteralmente la profezia d'Isaia: «Molti si sono stupiti vedendolo, tanto era sfigurato... egli non ha più né forma né bellezza per attirare i nostri sguardi... egli ci è apparso come un lebbroso completamente irriconoscibile» (Is. LII, 14).

Vi ho parlato testè dell'agonia nel giardino degli Ulivi. Cristo, che non esagera niente, rivela ai suoi discepoli che «la sua anima innocente è oppressa allora da una tristezza cosi pungente ed amara da esser capace di farlo morire» (Matth. XXVI, 38; Marc. 34). Quale abisso! Un Dio, la Potenza e la Beatitudine infinita, «si trova oppresso dalla tristezza, dalla paura e dalla noia» (Marc. XIV, 33; Matth. XXVI, 37). Il Verbo Incarnato conosceva tutte le sofferenze che erano per abbattersi sopra di lui nelle lunghe ore della sua Passione e questa visione suscitava nella sua natura sensibile tutta la ripugnanza che una semplice creatura avrebbe provata: nella divinità cui era unita, l'anima sua vedeva chiaramente tutti i peccati degli uomini, tutti i peccati e gli oltraggi fatti alla santità e all'amore infinito di Dio. Egli aveva preso su di sé tutte queste iniquità, se ne era come ricoperto, per cui sentiva pesare sopra di sé la divina giustizia (Ps. XXI, 7). Egli prevedeva che per molti uomini il suo sangue sarebbe inutilmente versato e questa visione portava al colmo l'amarezza della sua anima santa. Se non che, noi l'abbiamo veduto, Cristo ha tutto accettato. Ora si alza, esce dal giardino e si presenta ai suoi nemici.

E' qui che comincia per nostro Signore quella serie di umiliazioni e di dolori che possiamo appena tentar di descrivere.

Tradito col bacio di uno dei suoi Apostoli, legato dalla soldatesca quale un malfattore, viene condotto dinanzi al gran sacerdote. Qui, tra le false accuse pronunziate contro di lui, «conserva il silenzio» (Marc. XIV, 61; cf. Matth. XXVI, 63). Non parla che per proclamare di essere il Figlio di Dio (Matth. XXVI, 64; Marc. XIV, 62). Questa è la confessione più solenne che sia mai stata fatta sulla divinità di Cristo: Gesù, re dei martiri, muore per aver confessato la sua divinità e tutti i martiri daranno la vita per la medesima causa.

Pietro, il capo degli Apostoli, aveva seguito da lontano il divino Maestro. Aveva promesso di non abbandonarlo mai. Povero Pietro! Voi sapete in qual modo abbia rinnegato per tre volte Gesù. Questo rinnegamento fu senza alcun dubbio per il nostro divin Salvatore uno dei suoi più profondi dolori in quella terribile notte. I soldati addetti alla custodia di Gesù lo colmano d'ingiurie e, non potendo sopportare il suo dolce sguardo, gli bendano gli occhi per derisione e gli dànno schiaffi insolenti e osano perfino coprire vigliaccamente di immondi sputi quella faccia adorabile che gli angeli contemplano in estasi.

Il Vangelo ci narra quindi come Gesù, al mattino, fosse ricondotto dal sommo sacerdote, quindi trascinato di tribunale in tribunale; trattato da Erode come un pazzo, lui che è l'eterna Sapienza; flagellato per ordine di Pilato da carnefici che senza pietà colpiscono quella vittima innocente il di cui corpo in breve tempo non è più che una piaga. E tuttavia questa flagellazione crudele non basta a quegli uomini che non sono più uomini, e calcano una corona di spine sulla testa di Gesù nel mentre lo ricoprono di dileggi.

Il fiacco governatore romano s'illude che l'odio dei Giudei sarà pago nel veder Cristo in uno stato così compassionevole e lo presenta alla folla

(Joan. XIX, 5): «Ecco l'uomo!» Contempliamo il nostro Maestro divino sprofondato in questo abisso di sofferenze e d'ignominie e pensiamo che lo stesso Padre ce lo presenta e ci dice: «Ecco mio Figlio, lo splendore della mia gloria, colpito per i delitti del popolo mio» (Is. LIII, 8).

Gesù ascolta le grida di questo popolo forsennato che preferisce a lui un assassino e che, in ricambio di tutti i suoi benefizi, reclama la sua morte (Joan. XIX, 6, 15). La sentenza di morte è dunque pronunciata, e Cristo, caricandosi sulle spalle contuse la pesante croce s'incammina verso il Calvario. Oh quanti dolori gli sono ancora riserbati! La vista della Madre sua che ama con tanto affetto e di cui più di ogni altro è in grado di comprendere l'immenso dolore; quindi la spogliazione delle sue vesti, il traforamento delle mani e dei piedi, la sete bruciante. Inoltre il sarcasmi maligni dei suoi più mortali nemici: «Tu che distruggi il tempio di Dio, salva te stesso, e noi crederemo in te... Egli ha salvato gli altri e non può salvare se stesso» (Matth. XXVII, 40-42; Marc. XV, 29-32; Luc. XXIII, 35). Infine l'abbandono del Padre suo di cui ha sempre fatta la santa volontà: «Padre, perché mi avete voi abbandonato?» (Matth. XXVII, 46; Marc. XV, 34).

Egli ha veramente bevuto il calice fino all'ultima goccia, fino alla feccia; ha compiuto fino all'ultimo jota, cioè fino ai minimi particolari, tutto quanto era stato vaticinato di lui. Così, quando tutto è compiuto ed ha toccato il fondo di tutti i dolori e di tutte le umiliazioni, può pronunziare il suo Consummatum est. Sì, «tutto è consumato», e a Gesù non resta che riconsegnare l'anima al Padre suo (Joan. XIX, 30).

Quando la Chiesa, durante la settimana santa, ci legge il racconto della Passione, a questo punto l'interrompe per adorare in silenzio. Al pari di lei prostriamoci anche noi, adoriamo questo crocifisso che ha reso testè l'ultimo respiro, perché è veramente il Figlio di Dio (Credo della messa). E sopratutto prendiamo parte, il venerdì santo, all'adorazione solenne della croce, che, secondo lo spirito della Chiesa, deve riparare gli innumerevoli oltraggi con cui la vittima divina fu bersagliata dai suoi nemici sul Golgota. Durante questa commovente cerimonia, la Chiesa mette sulle labbra dell'innocente Salvatore apostrofi ugualmente commoventi che voglionsi letteralmente applicare al popolo deicida, e che, meditate da noi nel loro significato spirituale, faranno nascere nell'anime nostre vivi sentimenti di compunzione: «O popolo mio, che cosa ti ho fatto? e in che cosa ti ho io contristato? Rispondimi. Che cosa avrei dovuto fare per te che non abbia fatto? Ti ho piantato come la più bella delle mie vigne mentre tu non hai per me che amarezza eccessiva, poiché nella mia sete mi hai dato da bere dell'aceto e hai trapassato con la lancia il costato del tuo Salvatore... Per causa tua ho colpito l'Egitto con i suoi primogeniti e tu mi hai flagellato. Per liberarti dall'Egitto ho sommerso Faraone nel Mar Rosso e tu mi hai consegnato ai principi dei sacerdoti... Ti ho aperto una strada attraverso ai flutti e tu mi hai aperto con la lancia il costato... Ho camminato davanti a te come una colonna di luce e tu mi hai condotto al Pretorio di Pilato... Ti ho nutrito colla manna del deserto e tu mi hai percosso di schiaffi e di colpi... Ti ho dato uno scettro reale e tu hai posto sulla mia testa una corona di spine... Ti ho innalzato tra le nazioni spiegando una grande potenza e tu mi hai sospeso al patibolo della croce!».

Oh lasciamo che i nostri cuori si commuovano a questi lamenti di Dio che soffre per gli uomini; uniamoci a questa obbedienza amorosa che l'ha condotto all'immolazione della croce (Philip. II, 8). Diciamogli: «O divin Salvatore, che avete tanto sofferto per amor nostro, noi vi promettiamo di non più peccare; fate, per grazia vostra, o Maestro adorabile, che noi moriamo a tutto ciò che è peccato, o attaccamento al peccato ed alla creatura, e che non viviamo più che per voi».

Perché l'amore che Cristo ci ha mostrato morendo per noi, dice S. Paolo, ci sprona per modo che coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per loro» (II Cor. V, 15).

III. In qual modo, con la sua immolazione, Cristo santifica la Chiesa

Il sacrificio di Cristo, cominciato dall'Incarnazione, è compiuto, dal fianco trafitto di Gesù zampillano le sorgenti di acqua viva «che vanno a purificare e santificare la Chiesa» (Eph. V, 26-27). Ed è questo il frutto perfetto di questa perfetta immolazione. «Con una sola oblazione, Cristo Gesù ha per sempre condotto alla perfezione coloro che nel succedersi del tempo sono santificati» (Hebr. X, 14).

E in qual modo Cristo Gesù ha con la sua offerta santificata la Chiesa?

Come voi sapete, la nostra santificazione consiste in una partecipazione alla natura divina per mezzo della grazia santificante. Questa grazia ci rende figli di Dio, amici suoi, giusti ai suoi occhi, eredi della sua gloria. Per il peccato eravamo privi della grazia, nemici di Dio ed esclusi dalla beatitudine del cielo. Col suo sacrificio Cristo ha distrutto il peccato e ci ha restituiti alla grazia. Secondo l'espressione di S. Paolo, «Cristo lasciandosi inchiodare alla croce. ha lacerato la sentenza di condanna e di morte pronunziata contro di noi» (Col. II, 14). «Egli ci ha riconciliato per sempre col Padre suo» (Rom. V, 10).

Non dimentichiamo infatti che Cristo rappresentava l'umanità tutta intera. Egli si è unito a una razza colpevole, ancorché il peccato non lo riguardi personalmente (Hebr. IV, 15) ma «porta su di sé i peccati di tutti gli uomini» (Is. LIII, 6); egli rappresenta tutti noi e perciò ha soddisfatto per noi tutti. Cristo si è reso, per amore, solidale pei nostri peccati e noi siamo divenuti per grazia solidali nelle sue soddisfazioni.

Inoltre Cristo ha meritato per la sua Chiesa tutte le grazie di cui ha bisogno per formare quella società che vuole «senza macchia, senza ruga, santa ed immacolata».

Il valore dei suoi meriti è infatti infinito. Perché? I suoi dolori, per quanto numerosi e profondi, non hanno avuto dei limiti? Certamente; ma colui che con questi dolori ha meritato per noi, è un Dio; e ancorché non abbia sofferto che nella sua natura umana, tuttavia questi dolori e il merito che creano, appartengono a un Dio. Per questo motivo il loro pregio è senza limiti.

Gesù Cristo ha dunque meritato per noi tutte le grazie e tutte le luci: la sua morte ci ha riaperte le porte della vita, ci «ha trasferiti dalle tenebre alla luce»; (Cf. Col. I, 12-13) è «la causa della nostra salute e della nostra santità» (Hebr. V, 9).

I sacramenti, che sono i canali attraverso i quali le grazie e la vita divina arrivano alle anime nostre, non hanno valore che per il sacrificio di Gesù. Se noi siamo attualmente in istato di grazia, a che cosa lo dobbiamo? Al nostro battesimo. E chi ci ha meritato il frutto del battesimo? La morte di Gesù Cristo. Parimenti nel sacramento di Penitenza noi veniamo lavati nel sangue del Salvatore. La virtù dei sacramenti viene attinta alla croce ed essi non hanno efficacia se non in continuità con la Passione santa di Cristo.

Capo della Chiesa, Cristo ha meritato per essa l'abbondanza delle grazie che la fanno «bella e gloriosa». Lo zelo degli Apostoli, la forza dei martiri, la costanza dei confessori, la purezza delle vergini si alimentano del Sangue di Gesù. Tutti i favori, tutti i doni che letiziano le anime fino ai privilegi singolari di cui è stata ricolma la Vergine Maria, sono il prezzo di quel sangue glorioso. E siccome infinito è questo prezzo, non vi è grazia che non possiamo sperare ricorrendo al nostro Pontefice e Mediatore.

In Gesù dunque abbiamo tutto; niente manca in lui di quanto ci occorre per la nostra santificazione (Ps. CXXIX, 7). Il suo sacrificio offerto per tutti, gli ha dato il diritto di comunicarci tutto ciò che ha meritato. Oh! se comprendessimo che in lui tutto abbiamo! Che i suoi meriti infiniti ci appartengono! Se avessimo nei suoi meriti una assoluta fiducia! Nella sua vita mortale Gesù diceva ai Giudei e ora ripete a tutti (Joan. XII, 32): «Quando sarò innalzato sulla croce, la mia potenza sarà tale, che potrò attrarre a me tutti quelli che in me hanno fede». Coloro i quali, un tempo, guardavano nel deserto il serpente di bronzo innalzato da Mosè, venivano guariti delle ferite cagionate dai loro peccati (Num. XXI, 8-9); tutti quelli che ora guardano a me con fede ed amore, meritano di essere attirati a me ed io li innalzerò fino al cielo. lo, che sono Dio, ho consentito per amar vostro ad essere sospeso alla croce «come un maledetto» (Deut. XXI, 23; Gal. III, 13); in ricambio di questa umiliazione ho il potere di attirarvi a me, di purificarvi, di adornarvi della mia grazia e di innalzarvi al cielo dove presentemente mi trovo. Sono venuto dal cielo, vi sono risalito, dopo avere offerto il mio sacrificio, ed ho il potere di farvi entrare insieme con me poiché sono in questo il vostro precursore; ho la potenza di unirvi a me in un modo così intimo che «nessuno può strappare dalle mie mani coloro che mio Padre mi ha dati», e che ho riscattati col mio sangue prezioso

(Joan. X, 28). «Innalzato sulla terra, attirerò tutto a me». Pensiamo a questa promessa ineffabile del nostro Pontefice supremo quando guardiamo il Crocifisso: esso è sorgente della più assoluta confidenza. «Se egli è morto per noi quando eravamo suoi nemici» (Rom. V, 10), quali grazie di perdono, di santificazione ci potrebbe mai rifiutare ora che detestiamo il peccato e che facciamo di tutto per staccarci dalle creature e da noi stessi per non piacere che a lui?

O Padre, attiratemi al Figlio!... O Cristo Gesù, Figlio di Dio, attiratemi completamente a voi!...

IV. Necessità per noi di prendere parte alle sofferenze di Gesù; modi diversi di realizzare questa partecipazione: contemplare con fede Cristo nella Passione, assistere al santo sacrificio della Messa xhe riproduce il sacrificio del Golgota, unire alle sue le nostre sofferenze. 

La morte di Gesù è la sorgente della nostra confidenza. Ma affinché essa sia completamente efficace, dobbiamo partecipare noi stessi alla sua Passione. Sulla croce, Gesù Cristo rappresentava noi tutti, ma se ha sofferto per noi tutti, tuttavia non ci applica i frutti della sua immolazione se non ci associamo al suo sacrifizio. E in qual modo possiamo prender parte alla Passione di Gesù? In più modi. Il primo è nel contemplare Gesù Cristo con fede ed amore, nelle tappe della sua via dolorosa.

Ogni anno, nella settimana santa, la Chiesa rivive con Gesù, giorno per giorno, ora per ora, tutte le fasi del sanguinoso mistero del suo Sposo divino. Essa mette tutti i suoi figli dinanzi allo spettacolo di quelle sofferenze che hanno salvato l'umanità. In altri tempi, le opere servili erano proibite in questi santi giorni; occorreva differire le procedure, sospendere gli affari, e le questioni giudiziarie non erano affatto autorizzate. Il pensiero di un Uomo­Dio che riscatta con i suoi dolori il mondo, occupava tutti gli spiriti, commoveva tutti i cuori. Attualmente tante anime, salvate dal sangue di Cristo, trascorrono questi giorni nell'indifferenza! Siamo dunque tanto più fedeli noi nel contemplare, in unione con la Chiesa, i diversi episodi di questo santo mistero! Vi troveremo una sorgente di grazie inestimabili.

La Passione di Gesù occupa un tal posto nella sua vita, è talmente la sua opera ed egli ha attaccato ad essa un tal prezzo, che ha voluto che il ricordo venisse risvegliato tra noi non soltanto una volta l'anno, durante la solennità della settimana santa, ma ogni giorno; ha istituito egli stesso un sacrificio per perpetuare attraverso i secoli la memoria e i frutti della sua offerta del Calvario; è il sacrificio della messa (Lc. XXII, 19; l Cor XI, 24).

Assistere a questo santo sacrificio ed offrirlo con Cristo costituisce una partecipazione intima ed efficacissima alla passione di Gesù. Sull'altare difatti, lo sapete, si riproduce il medesimo sacrificio del Calvario; perché è il medesimo pontefice Gesù Cristo che si offre al Padre suo per le mani del sacerdote; è la medesima vittima. Non differisce, che il modo dell'offerta. Noi diciamo talvolta: «Oh se mi fossi trovato presente sul Golgota con la Vergine, S. Giovanni, la Maddalena!». Ma la fede ci mette dinanzi Gesù che s'immola sull'altare, vi rinnova misticamente il suo sacrificio per farci partecipi dei suoi meriti e delle sue soddisfazioni. Non vediamo tutto questo con gli occhi del corpo: ma la fede ci dice che egli è là per il medesimo fine che ebbe offrendosi sulla croce. Se abbiamo una fede viva, essa ci farà inginocchiare ai piedi di Gesù che s'immola, ci unirà a lui, ai suoi sentimenti di amore verso il Padre suo e verso gli uomini, ai suoi sentimenti di odio contro il peccato; e ci farà re con lui: «Padre, eccomi, per fare la tua volontà» (Hebr. X, 7; cf. Ps. XXXIX, 8-9). E in questi sentimenti entreremo ancor meglio se, dopo esserci offerti con Cristo, ci uniremo a lui con la comunione sacramentale. Cristo allora dona se stesso a noi, come colui che viene ad espiare e a distruggere in noi il peccato. Sulla croce ci ha fatto morire con lui al peccato: «Io sono stato, dice S. Paolo, crocifisso con Cristo» (Galat. II, 19). In quei supremi istanti, Cristo non ci ha separati da lui; ci ha reso possibile di rovesciare in noi il regno del male, causa della sua morte, affinché potessimo far parte «dell'assemblea santa e irreprensibile degli eletti».

Finalmente possiamo ancora associarci a questo mistero sopportando per amore di Cristo le sofferenze e le avversità alle quali, nei disegni della sua provvidenza, ci sottopone. Quando Gesù s'incamminava verso il Calvario, curvo sotto la pesante croce, cadde sotto il pesante carico, lui che la Scrittura chiama «la Forza di Dio» (Cf. I Cor I, 24). Lo vediamo umiliato, debole, prostrato a terra. E' incapace di portare la sua croce. E' questo un omaggio che la sua umanità rende alla potenza di Dio. Se volesse, Gesù potrebbe, nonostante la sua debolezza, portare la sua croce fino al Calvario: ma in questo momento la divinità vuole, per la nostra salute, che l'umanità senta la sua debolezza affinché essa ci meriti la forza di sopportare i nostri dolori. Anche a noi Dio ci dà da portare una croce e ciascuno pensa che la sua sia la più pesante. Dobbiamo accettarla senza ragionare, senza dire: «Dio avrebbe potuto cambiare tale o tal'altra circostanza della mia vita». Nostro Signore ci dice: «Chi vuoI essere mio discepolo, prenda la sua croce e mi segua» (Matth. XVI, 24; Marc. VIII, 34; Luc. IX, 23).

In questa generosa accettazione della nostra croce troveremo l'unione con Cristo, perché osservate bene che portando la nostra croce noi prendiamo veramente la nostra parte da quella di Cristo. Considerate quanto si racconta nel Vangelo. I Giudei, vedendo la vittima venir meno e temendo che essa non arrivi fino al Calvario, cammin facendo, fermano Simone Cireneo e lo costringono ad aiutare il Salvatore (Matth. XXVII, 32; Marc. XV, 21). Come or ora dicevo, Cristo avrebbe potuto, se l'avesse voluto, attingere dalla sua divinità la forza necessaria, mentre ha acconsentito di essere soccorso. Con ciò egli vuole insegnarci che ciascuno di noi lo deve aiutare a portare la sua croce. Nostro Signore ci dice: «Gradite quella porzione delle mie sofferenze che, nella mia prescienza divina, ho riserbato a voi nel giorno della mia passione». Come potremo noi rifiutare dalle mani di Gesù questi dolori, queste prove, queste contraddizioni, queste avversità? Come ricusare di bere alcune gocce del calice che egli stesso ci presenta e che egli per primo ha bevuto? Diciamogli dunque: «Sì, o Maestro divino, io accetto questa parte, di tutto cuore, poiché essa mi viene da voi». Prendiamola dunque, come Cristo prese la sua croce, per amor suo e in unione con lui. Noi sentiremo talora le nostre spalle piegarsi sotto il fardello. S. Paolo ci confessa che alcune ore della sua vita erano così piene di noia e di contraddizioni «che la stessa vita gli era divenuta pesante» (II Cor I, 8). Se non che, a somiglianza del grande Apostolo, guardiamo colui che ci ha amato fino a sacrificarsi per noi; e in quei momenti in cui il corpo è torturato, l'anima spezzata, lo spirito brancola tra le tenebre e si fa sentire l'azione profonda dello Spirito colle sue operazioni purificatrici, uniamoci a Cristo con amore ancora più forte. La virtù e l'unzione della sua croce si comunicheranno allora a noi e vi troveremo con la forza quella pace e quella gioia interiore che sa sorridere anche in mezzo al dolore (Ibid. VII, 4).

Sono queste le grazie meritateci da nostro Signore. Quando saliva al Calvario, aiutato dal Cireneo, Gesù Cristo, l'Uomo-Dio, pensava a tutti coloro che nel corso dei secoli l'aiuterebbero a portare la sua croce accettando la loro: egli allora meritava per tutti costoro grazie di forza inesauribili, e grazie di rassegnazione e di abbandono per le quali potrebbero dire al pari di lui: «Padre, che la vostra volontà sia fatta e non la mia» (Luc. XXII, 42). Come si spiega questo?

C'è una verità fondamentale che dobbiamo meditare. Il Verbo Incarnato, capo della Chiesa, ha preso la sua parte, e la maggiore di tutti i dolori, ma di questi vuol lasciare una parte anche alla Chiesa che è il suo corpo mistico. S. Paolo ce lo fa comprendere con una parola profonda, nonostante la sua apparente stranezza: «Ciò che manca alle sofferenze di Cristo lo compio io nella mia propria carne, per il suo corpo, che è la Chiesa» (Col. I, 24). Manca dunque qualche cosa alla Passione di Cristo? No, certo. Essa è stata sovrabbondante, immensa e il suo merito è infinito. Niente manca alle sofferenze con le quali Cristo ci ha salvati. E allora perché S. Paolo parla d'un «complemento» che egli vi apporta? Ci risponde S. Agostino: «Il Cristo totale, egli dice, è formato dalla Chiesa unita al suo capo, che è Cristo: il capo ha sofferto tutto ciò che egli doveva soffrire; rimane dunque che le membra, se vogliono essere degne del capo, devono sostenere la loro parte di dolori (Enarrat. in Ps. LXXXVI, 5).

Noi dobbiamo dunque, come membra di Cristo, unirci alle sue sofferenze; Cristo ci ha riservata una partecipazione alle sue sofferenze e, ciò facendo, ha messo accanto alla croce la forza necessaria per portarla. Perché, dice S. Paolo, Cristo, «avendo esperimentato il dolore, è divenuto per noi un pontefice pieno di compassione» (Cf. Hebr. II, 17-18; IV, 15; V, 2).

V. La Passione non esaurisce il ciclo dei misteri di Gesù; con le sue sofferenze Cristo merita di entrare nella gloria eterna. Questa legge è anche la nostra: se dividiamo i dolori di Gesù in croce, parteciperemo anche alla sua vita in gloria

Ma c'è di più: avendoci ottenuta la grazia di portare la nostra croce con lui, Cristo Gesù ci concederà egualmente di condividere la sua gloria dopo di aver condivisi i suoi dolori (Rom. VIII, 17). Per noi, come per lui, questa gloria sarà commisurata alla nostra «passione». La gloria di Gesù è infinita, perché nella sua Passione egli ha, in quanto Dio, raggiunto l'abisso del dolore e della umiliazione. E appunto «perché si è annichilito così profondamente, Dio gli ha data tale gloria» (Philip. II, 9).

La Passione di Gesù, infatti, per quanto sia di capitale importanza nella sua vita, per quanto necessaria alla nostra salvezza e alla nostra santificazione, non esaurisce il ciclo dei suoi misteri. Avrete notato, leggendo il Vangelo, che quando nostro Signore parla della sua Passione agli Apostoli, vi aggiunge immancabilmente che «risusciterà il terzo giorno» (Matth. XVI, 21; XVII, 22; XX, 19). Questi due misteri si associano ugualmente nel pensiero di S. Paolo, sia che egli parli del solo Cristo, sia che faccia allusione al suo corpo mistico (Rom. IV, 25; V, 1-2). Ora, per Gesù la risurrezione è come l'aurora della sua vita gloriosa, e la Chiesa quando commemora solennemente le sofferenze dello Sposo, mescola ai suoi sentimenti di compassione accenti di trionfo. Gli ornamenti dai colori neri o violacei, lo spogliamento degli altari, i lamenti di Geremia, il silenzio delle campane attestano l'amaro strazio che stringe il suo cuore di Sposa in questi giorni anniversari del grande dramma. E quale inno fa allora risuonare? Un canto di trionfo e di gloria: Vexilla Regis prodeunt: «Lo stendardo del Re avanza, ed ecco sfolgorare il mistero della croce... Tu sei bello, tu sei risplendente, o albero ornato di porpora regale... Oh te felice per aver portato tra le tue braccia colui che fu il prezzo del mondo!... Voi, o Dio, ci date con la croce la vittoria, degnatevi di salvarci e di governarci in eterno! Esalta, o mia lingua, i trionfi di un'impresa gloriosa! Sui trofei della croce proclama la grande vittoria: Cristo, Redentore del mondo, esce vittorioso dal combattimento, offrendosi alla morte» «Cristo ha vinto con la croce». La croce rappresenta le umiliazioni di Cristo; ma dal giorno in cui Gesù vi fu sospeso, occupa un posto di onore nelle nostre chiese. Strumento della nostra salute, è divenuta per Cristo il prezzo della sua gloria (Luc. XXIV, 26). Lo stesso accade per noi. La sofferenza non è l'ultima parola nella vita cristiana. Dopo avere partecipato alla passione del Salvatore, noi parteciperemo pure alla sua gloria.

Alla vigilia della sua morte Gesù diceva ai suoi discepoli: «Voi siete rimasti con me nelle mie prove», e subito aggiungeva: «Ed io, in ricambio, vi preparerò un regno come l'ha preparato a me il Padre mio» (Ibid. XXII, 28-29). Questa divina promessa riguarda anche noi. Se «siamo stati con Gesù nelle sue prove», se abbiamo spesso contemplato con fede e amore le sue sofferenze, Cristo verrà, quando sarà suonata la nostra ultima ora, a prenderei con sé per farci entrare nella gloria del Padre suo. Più presto che non vi pensiamo, verrà il giorno in cui ci sarà vicina la morte, e noi, distesi sul nostro letto, immobili, circondati dai nostri cari che ci guarderanno silenziosi nella loro impotenza ad aiutarci, non avremo più alcun contatto vitale col mondo esteriore, e l'anima si troverà sola con Cristo. Sapremo allora che cosa vuol dire «essere rimasti con lui nelle sue prove»; perché lo sentiremo dire in quella agonia che in quel momento sarà la nostra, suprema e decisiva: «Voi non mi avete abbandonato nella mia agonia, voi mi avete accompagnato quando andavo al Calvario a morire per voi; eccomi ora, io sono accanto a voi per aiutarvi, per prendervi con me, non temete, abbiate confidenza, sono io!»

(Luc. XXIV, :36; Joan. VI, 20). Potremo allora ripetere con tutta sicurezza la parola del Salmista (Ps. XXII, 4): «O Signore, ora che le stesse ombre della morte mi circondano, io sono senza timore perché sono con voi!».

 

Columba Marmion 

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