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Non è lecita nessuna cooperazione col modernismo, che è ancora più intrinsecamente perverso del comunismo

Non si deve attaccare frontalmente il nemico, ma bisogna invischiarlo nei compromessi”(Lenin)

Pio XI, nell’Enciclica Divini Redemptoris Missio del 19 marzo 1937, ha condannato il comunismo come “intrinsecamente perverso” in quanto teoreticamente materialista e ateo; conseguentemente ha proibito ogni collaborazione anche soltanto pratica con esso. Il comunismo è innanzi tutto una prassi, ma non è privo di teoria. Quindi agire assieme ai comunisti significa accettare implicitamente la loro teoresi cadendo, così, nella trappola della mano tesa dal marxismo per  accalappiare i cristiani ingenui.

Se si agisce assieme ai comunisti, si inizia a pensare come i comunisti, così come chi prega assieme ai cattolici secondo la liturgia cattolica inizia a credere secondo la dottrina cattolica. È per questo motivo che la Chiesa proibisce la communicatio in sacris con gli acattolici e analogamente l’azione comune con i comunisti (cfr. CIC, 1917, can. 1325, § 3; can. 1258, § 1 e 2; S. Uffizio, 8 luglio 1927, 5 giugno 1948 e 20 dicembre 1949).

Sino agli anni Sessanta/Settanta la “mano tesa” al cattolicesimo era quella del comunismo dal “volto umano” (Gramsci, Bloch, Rodano) e molti cattolici son divenuti apostati passando al comunismo materialista e ateo col dire: “come si fa a rifiutare una mano tesa unilateralmente da un’entità che sembrava tanto temibile, ma che si è mostrata così caritatevole?”. Oggi, con Benedetto XVI e specialmente con Francesco I, la “mano tesa” è quella del neo-modernismo, che sembra aver abbandonato l’odio verso la Tradizione (palpabile ai tempi di Paolo VI) ed esser disposto a concederle dei diritti o almeno una tolleranza pratica. Purtroppo lo stesso ritornello che stava in bocca ai cattolici progressisti di ieri lo si ritrova in bocca ai cosiddetti tradizionalisti di oggi: “Finalmente un modernista dal volto umano, che va verso le periferie: Francesco I. Come si fa a rifiutare la sua mano tesa alla Tradizione?”.

Francesco I applica “ateologicamente” a tutti gli indirizzi e a tutte le sensibilità cattoliche, compresi i “tradizionalisti”, quel che Giovanni XXIII (Enciclica Pacem in terris, 1963) e Paolo VI (Enciclica Ecclesiam suam, 1964) applicarono al marxismo “dal volto umano” la possibilità di agire assieme per la pace nel mondo e la giustizia sociale, lasciando da parte le divergenze dottrinali, facendo caso a ciò che unisce e dimenticando ciò che divide.

La strategia della “mano tesa” – con Gramsci, Togliatti e Berlinguer - ha agguantato i cristiani ingenui, che sono stati il cavallo di Troia introdotto  nel Santuario ed hanno dato inizio al fenomeno dei “cristiani per il socialismo”. I cristiani ingenui hanno abboccato all’amo, basandosi sulla presunzione falsa, secondo cui ogni dottrina originariamente erronea può evolvere verso il “bene”, anche se non necessariamente verso il vero, il quale non ha più nessun interesse per i pragmatisti cristiani o neo-modernisti così come per i marxisti.

I più fragili e vulnerabili sono i cattolici fedeli poiché a differenza dei modernisti sono onesti, retti e forse anche un po’ ingenui, mentre il modernismo come il marxismo non si preoccupa del bene e del vero, della metafisica e della morale, ma solo del risultato pratico. Non bisogna, dunque, meravigliarsi se capita ai fedeli ingenui quel che si legge nella favola di Cappuccetto rosso, il quale risponde ingenuamente al lupo (come Eva rispose ingenuamente al Serpente), che lo invita ad entrare nella sua tana: “che begli occhi che hai! – È per vederti meglio… che bella bocca che hai! – È per mangiarti meglio…”. È nella natura delle cose che il pesce grande mangi quello piccolo, che il lupo sbrani la pecora, che il modernismo trasformi pian piano, insensibilmente, il cristianesimo dal di dentro, lasciandone solo le apparenze senza più la sostanza (la filosofia, la teologia, l’ascetica e la mistica). Eppure al tempo di Ario i cattolici per un solo iota (homousios/ homoiusios) si son fatti scomunicare e persino martirizzare, ma oggi non si vede nessun Sant’Atanasio nella Gerarchia.

Nel 1945 Palmiro Togliatti (Discorso al Comitato Centrale del PCI, 12 aprile) rilanciò in grande stile l’idea leninista/gramsciana dell’ incontro, nei Paesi a maggioranza cristiana, delle masse comuniste e cattoliche al di sopra dei dissidi teoretici e nelle azioni sindacali, sociali, pacifiste sapendo bene che  il marxismo non aveva nulla da perdervi, mentre il cristianesimo, in cui il primato spetta alla teoria, sarebbe diventato insipido e “quando il sale diventa insipido è buono solo ad essere gettato a terra e calpestato” (Mt., V, 13). Togliatti  prospettava l’incontro tra comunisti e cattolici (come Francesco I lo prospetta tra modernisti e tradizionalisti) unicamente sul piano dell’ azione, senza nessun riferimento all’ ideologia  così come Francesco I non fa alcun riferimento alla teologia. Togliatti disse chiaramente: “se si apre un dibattito filosofico, io non ci voglio entrare”. Lo stesso fa Francesco I. Togliatti non ha ceduto nulla della dottrina comunista, come Francesco I non cede nulla della teologia ultra-modernista. L’importante è agire inizialmenteassieme per giungere finalmente ieri alla leadership del movimento marxista su quello cristiano e oggi del modernismo pratico sul cattolicesimo romano. Per fare un esempio, quando il fiume Po si getta nel Mar Adriatico, per i primi metri si distinguono ancora le acque del Po anche se “annacquate”, ma dopo è il Mare ad annettere il fiume. Così i “tradizionalisti” che entrano o si gettano nella braccia del Mondialismo modernista all’inizio potranno mantenere la loro identità anche se un poco annacquata, ma poi saranno immancabilmente fagocitati dal modernismo. L’ imprudenza, la fiducia, l’ottimismo esagerato, la presunzione di sé, l’ utopismo insano hanno già portato i cristiani nelle fauci del marxismo, come Cappuccetto rosso in quelle del lupo. Che ciò valga da lezione per i tradizionalisti. 

Antonio Gramsci nel 1920 scriveva: “In Italia, a Roma, c’è il Vaticano, c’è il Papa; lo Stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la Chiesa, così lo Stato operaio dovrà trovare anch’esso  un sistema di equilibrio col Vaticano”. Bergoglio dice: oggi nel Nuovo Ordine Mondiale è rimasta ancora una bella fetta di cattolici non modernisti; ebbene bisogna trovare un sistema di equilibrio per fagocitarla. Per Francesco, come per Hegel, “l’astuzia della ragione è l’ unico principio che giustifica l’ azione” e Bergoglio è astutissimo e molto autoritario. Attenzione a non sottovalutarlo!

Nel libro intervista scritto da Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti Jorge Bergoglio. Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta (Firenze, Milano, Editrice Salani, 2013) si legge: “L’ossessione di Bergoglio può essere riassunta in due parole: incontro e unità” (p. 7). Infatti Bergoglio si autodefinisce come il teorico “della cultura dell’incontro” (p. 107). Secondo lui occorre dare “la priorità all’incontro tra le persone, al camminare assieme. Così facendo, dopo sarà più facile abbandonare le differenze” (p. 76). Inoltre secondo Bergoglio è bene “non perdersi in vuote riflessioni teologiche” (p. 39). Il programma proposto da Francesco I è di de-ideologizzare inizialmente, incontrarsi, costruire ponti, abbattere steccati, evitare sterili diatribe dottrinali,  portando avanti il “dialogo, dialogo, dialogo…”,  agire assieme per poi pensarla alla stessa maniera. Il modernismo, che oramai ha occupato l’apice dell’ambiente cattolico ed ecclesiale, chiede ai cattolici fedeli alla Tradizione di agire uniti per vincere il materialismo, l’ ateismo ecc.

Alcuni cattolici fedeli in buona fede si lasciano convincere e, mediante un trasbordo ideologico inavvertito,agendo assieme ai modernisti, finiscono per essere mangiati da loro.

Ancora Togliatti nel discorso al Convegno di Bergamo (20 marzo 1963) disse: “Oramai anche la Chiesa [dopo Giovanni XXIII e con Paolo VI, ndr] è d’accordo che è finita l’era costantiniana degli anatemi, delle discriminazioni religiose”.

La crisi interna all’ambiente cattolico post-conciliare degli anni Sessanta/Settanta, che era favorevole alla collaborazione pratica col marxismo, è simile alla crisi che sta mostrando oggi in maniera palese il mondo cattolico anti-modernista quando si presenta incline alla compattazione col super-modernismo. In breve come nel Sessanta si diceva che Cristo e Marx non possono andar d’ accordo, ma i cristiani e i marxisti possono collaborare insieme nella conduzione della cosa pubblica; così oggi si dice modernismo e cattolicesimo sono inconciliabili, però i cattolici e i modernisti possono marciare assieme e collaborare nella conduzione della Chiesa, aiutandola a superare questo lungo periodo di crisi. L’importante è, come diceva Lenin, “non attaccare frontalmente il nemico, ma invischiarlo nei compromessi”. 

Il modernismo è il “collettore di tutte le eresie” (S. Pio X, Enciclica Pascendi, 8 settembre 1907). Dunque esso è più perverso del comunismo perché non è solo materialista e quindi ateo, ma tutti gli errori contro la retta ragione, tutte le eresie contro la fede e tutte le depravazioni contro la morale (compreso l’ateismo) confluiscono in esso, come i canali di scolo delle piccole fognature confluiscono nella cloaca massima.

A partire dalla dottrina esposta dal magistero della Chiesa sul modernismo ci si può chiedere se sia possibile un accordo e una collaborazione anche solo pratica tra cattolicesimo e modernismo. Ebbene secondo l’insegnamento di Pio X e di Pio XI la  risposta è evidente: non è lecita nessuna collaborazione e nessun accordo, neppure a livello della sola azione. Se si analizza la natura del modernismo e del cattolicesimo si capisce anche il perché di questa proibizione. Infatti il modernismo si fonda sulla filosofia moderna idealistica (Kant/Hegel), secondo la quale è il pensiero umano che crea la realtà. La teologia del cattolicesimo si basa sul buon senso naturale e sulla filosofia del realismo della conoscenza (Aristotele/S. Tommaso), secondo cui la realtà esiste indipendentemente dal pensiero umano e questo deve conformarsi alla realtà se vuole giungere alla verità. Inoltre la Rivelazione conferma ciò che la retta ragione arriva a conoscere, ossia che Dio ha creato il mondo e l’uomo. Perciò non è il pensiero dell’uomo a creare la realtà, ma questa è solo un effetto della Causa prima incausata, che si chiama Dio.

Nell’Allocuzione “Accogliamo” (18 aprile 1907) San Pio X mette bene in evidenza che la Chiesa non teme la persecuzione aperta come “quando gli editti dei Cesari intimarono ai primi cristiani di abbandonare il culto a Gesù Cristo o di morire”. Quindi, oggi, anche noi come papa Sarto dobbiamo temere non tanto la persecuzione aperta della Tradizione apostolica, quanto la mano tesa dal modernismo, che all’inizio vorrebbe  farci agire assieme a lui per poi farci diventare speculativamente ammodernati e inavvertitamente “aggiornati” (Giovanni XXIII-Francesco I). “Chi non agisce come pensa finisce per pensare come agisce”: se il cattolico agisce assieme ai modernisti finirà presto o tardi per pensare come loro senza accorgersene. 

Oggi si prospetta una possibile cooperazione tra cattolicesimo e modernismo e per sostenere questa possibilità si adducono molteplici ragioni, che non hanno fondamento nella realtà. Vediamole una per una.

1°) Molti vescovi e cardinali conservatori hanno levato la loro voce.

Si dice: Riguardo alle novità contro la morale naturale e divina, contenute nell’insegnamento “esortativo” di Francesco I (Esortazione Amoris laetitia, 19 marzo 2106), sembrerebbe che vi sia un certo ritorno alla dottrina cattolica tradizionale nell’ ambiente ecclesiale e nella gerarchia.

Risposta: è vero che per quanto riguarda la deviazione recente sulla morale vi è stata tra cardinali e vescovi una notevole e lodevole reazione, ma il problema che sta all’origine di questa deviazione è quello del Concilio Vaticano II, i cui Decreti sono in rottura oggettiva con la Tradizione apostolica, l’ insegnamento del magistero costante e tradizionale dei Papi e la sana teologia. Ora i suddetti vescovi e cardinali non mettono assolutamente in questione la difformità dell’ insegnamento pastorale del Vaticano II dalla Tradizione cattolica. Per esempio anche il pio card. Raymond Burke ha dichiarato più volte che tutta la sua formazione sacerdotale si è svolta  alla “luce” del Concilio Vaticano II. Quindi i princìpi del Vaticano II sono totalmente accettabili per lui (Monde et vie, n. 899). Pure il coraggioso card. Sarah ha criticato le deviazioni in materia di morale, ma ha affermato nello stesso tempo che occorre seguire fedelmente “l’insegnamento costante del Beato Paolo VI, di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI” e che occorre avere fiducia nella “fedeltà di Francesco I” (Monde et vie, n. 905, p. 19). Inoltre il vescovo e teologo mons. Athanasius Schneider ha asserito: “è il Concilio Vaticano II che ha elargito la comprensione del mistero della Chiesa in Lumen gentium” (Présent, 10 gennaio 2015). Inoltre anche l’esortazione Amoris laetitia di Francesco I (19 marzo 2016), secondo mons. Schneider, è stata distorta da una cattiva interpretazione di alcuni vescovi progressisti e in sé non contiene nulla di contrario alla dottrina cattolica, al massimo in essa vi sono soltanto alcune ambiguità (A. Schneider, Dichiarazione su Amoris laetitia, 30 aprile 2016). Il card. Burke ha parlato anche di lettura di Amoris laetitia alla luce del magistero tradizionale della Chiesa. Come si vede questi vescovi e cardinali “conservatori” condividono la teoria ratzingeriana (“molto spesso predicata, ma mai provata”, come ha dimostrato mons. Brunero Gherardini) dell’ ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione apostolica. Anche durante il Vaticano II vi erano teologi più o meno modernisti e dopo il Concilio si vedano le contrapposizioni (quanto al modo e non alla sostanza) delle due riviste Concilium (Rahner, Küng, Schillebeeckx) e Communio (Daniélou, de Lubac, Ratinger, von Balthasar). Il fenomeno dei prelati meno progressisti è sempre esistito a partire da Giovanni XXIII sino ad oggi, ma quasi nessuno ha messo in discussione i princìpi del Vaticano II inconciliabili con la dottrina cattolica. Recentemente lo aveva fatto mons. Mario Oliveri vescovo di Albenga, ma per ciò è stato rimosso dalla sua diocesi. Anche il valente teologo mons. Brunero Gherardini lo ha fatto assieme ai Francescani dell’ Immacolata, che sono stati sciolti e perseguitati mentre lui è stato messo totalmente da parte. Nel passato recente mons. Antonio de Castro Mayer (†25 aprile 1991) e mons. Marcel Lefebvre (†25 marzo 1991) lo hanno fatto, ma son stati condannati (1976/1988). Evidentemente i “tradizionalisti” vengono accolti e tollerati solo se accettano il Vaticano II e la perfetta ortodossia del Novus Ordo Missae, ma se osano soltanto porre la questione se vi sia realmente conciliabilità tra Vaticano II e Tradizione apostolica vengono condannati inesorabilmente. Quindi un accordo con i modernisti potrebbe essere fatto solo a condizione di accettare inavvertitamente e praticamente, pian piano, il Concilio Vaticano II e la piena ortodossia della nuova Messa di Paolo VI.

2°) Vi è stato un vero cambiamento di mentalità presso la gerarchia della Chiesa.

Risposta: il Papa ha spinto sino al parossismo il modernismo del Vaticano II. Per quanto riguarda il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007 ha dichiarato che non se ne vuole allontanare, ma che il rito antico non deve diventare una barriera ideologica (Monde et vie, n. 849). Inoltre ha condannato i Francescani dell’Immacolata a causa del rischio di un loro ritorno al passato, di uno spirito preconciliare, di una ideologizzazione della Messa di San Pio V. Quindi bisogna “abbattere i bastioni” (Hans Urs von Balthasar). I suoi collaboratori più stretti, che governano realmente la Chiesa e che non sono stati messi da parte (come Burke e Schneider…), sono anch’ essi radicalmente modernisti. Per esempio il card. Müller (Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede), pur avendo espresso delle riserve sulla Amoris laetitia, è un allievo e un ammiratore di p. Gustavo Gutierrez, uno dei capiscuola della teologia della liberazione. Recentemente Müller ha difeso l’università cattolica di Lima (nel Perù) dalle censure dell’arcivescovo di Lima il card. Thorne (La Stampa, 18 febbraio 2013) e la sua teologia è inficiata da gravi errori ed eresie: per esempio secondo lui la Madonna è sempre vergine, ma non fisicamente, la transustanziazione è ridotta a transignificazione, vi sono molte chiese all’interno dell’unico popolo di Dio (cfr. Le Sel de la terre, n. 84, primavera 2013, p. 165 ss.).

Conclusione: a partire da quanto detto  segue che Francesco I e i suoi stretti collaboratori aventi un potere reale nella Chiesa non sono per nulla disposti a rimettere in questione il Concilio Vaticano II, anzi stanno traghettando l’ambiente ecclesiale verso una sorta di “Vaticano III”.

3°) Francesco I non chiede più l’accettazione formale del Vaticano II e della nuova Messa.

Il “Papa emerito” Benedetto XVI – si dice – era un teologo ed era molto legato alle questioni dottrinali. Quindi esigeva l’accettazione della teologia del Vaticano II, ma papa Bergoglio è un uomo pratico, non si interessa di teologia, mette totalmente da parte le questioni speculative. L’importante per lui è entrare in contatto con le persone (come il lupo con Cappuccetto rosso, magari facendo brillare la promessa di qualche calotta scarlatta o berretta rossa), camminare assieme, conoscersi e quindi arrivare a capirsi e rispettarsi. Egli sblocca pian piano le situazioni di conflitto che si son create nel post-concilio mediante concessioni pratiche, che (apparentemente e inizialmente) non toccano la dottrina e non espongono al rischio di essere contaminati dal neo-modernismo.

Risposta: se l’attitudine esterna, il modo di agire dei Francesco I possono dare questa impressione, resta pur sempre vero che ha anche fatto alcune dichiarazioni, le quali vanno in senso opposto e che i decreti del Vaticano II sono per lui “questioni non negoziabili”. Infatti papa Bergoglio in un’intervista al giornale La Croix (17 maggio 2016) ha dichiarato che “innanzi tutto è necessario stabilire un accordo fondamentale. Il Concilio Vaticano II ha il suo valore”. Il 24 maggio il card. Müller ha dichiarato che “se si vuol essere pienamente cattolici occorre riconoscere il Concilio Vaticano II” (Rivista Herder Korrespondenz). Nello stesso senso vanno le dichiarazioni di mons. Guido Pozzo (cfr. Zenit, 25 febbraio 2016; La Croix, 7 aprile 2016). 

Per i modernisti vi è piena conciliabilità tra Tradizione e Vaticano II. Invece per i cattolici integrali vi è una rottura oggettiva e non si può fare un accordo (specialmente su questioni di fede e di morale) basandosi sull’equivoco. Anche perché chi comanda oggi sono i modernisti  e sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e  dettano legge in un eventuale accordo. Allora esporsi al rischio di essere assorbiti dal modernismo o di fare un accordo col Papa per poi doverlo rompere e smentirsi, coprendosi di ridicolo davanti al mondo intero, è un azzardo da non correre. Secondo i modernisti si può concedere al massimo un diritto di “critica costruttiva” al Vaticano II, ossia leggerlo “secondo l’ermeneutica della continuità”, ma mai il diritto di denunciare una rottura tra Tradizione apostolica e teologia conciliare. 

“Accordarsi” significa “uniformare idee, opinioni in modo da evitare contrasti, avere gli stessi princìpi, le medesime opinioni e lo stesso modo di agire” (N. Zingarelli); “Accordo” vuol dire “unione armonica di sentimenti, opinioni, idee” (N. Zingarelli). In breve un accordo presuppone che due parti si mettano… d’ accordo. Ora tra modernismo e cattolicesimo non vi è nessuna possibilità di accordo, anzi vi è una divergenza diametrale su tutti i campi. In San Paolo è rivelato: “Quale intesa è possibile tra Cristo e Beliar?” (II Cor., VI, 15). [...]  

C’è un pericolo reale di scisma? Lo scisma sussiste quando si rifiuta l’autorità del Papa, ossia non lo si riconosce come il Vicario di Cristo avente potere supremo, diretto e immediato sulla Chiesa universale. Anche la disobbedienza agli ordini del Papa, se non comporta la negazione del suo Primato di giurisdizione, ma è fatta solo per non compiere ciò che viene comandato non è un peccato di scisma, ma di  disobbedienza (cfr. L. Billot, De Ecclesia Christi, Roma, Gregoriana, V ed., 1927, vol. I, Thesis XII, p. 310 ss.; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 39; Cajetanus, In Summ. Th., in IIam-IIae, q. 39).

Ora l’eresia rompe il vincolo della fede, mentre lo scisma quello della carità, ma l’unità della fede precede e presuppone quella della carità (Leone XIII, Enciclica Satis cognitum, 1896; Pio XI, Enciclica Mortalium animos, 1928). Quindi è chiaro che l’unità della fede prevale su quella della carità. Perciò se non si obbedisce ad ordini, direttive o esortazioni che vanno contro la fede non solo non vi è scisma, ma è doveroso disobbedire perché obbedire significherebbe ledere la fede. Si veda anche S. Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 10, a. 10. L’Angelico si pone la questione “se si possano avere superiori infedeli” e risponde che “non deve essere permesso in nessun modo” poiché sarebbe pericoloso per la fede dei subordinati. Inoltre l’ Aquinate (S. Th., II-II, q. 12, a. 1 e 2) insegna che seguire un capo, il quale ha deviato dalla fede, è molto pericoloso per l’anima dei subordinati. Ora, se chi comanda non ha nessun superiore umano, come il Papa, a maggior ragione il seguirlo è pericolosissimo se il suo insegnamento non è conforme alla dottrina tradizionale della Chiesa, come sta avvenendo nell’ambiente ecclesiale a partire da Giovanni XXIII e specialmente oggi con Francesco I.

Occorre quindi  “fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, se ci si trova in un periodo di crisi e di confusione che ha invaso tutta la Chiesa” (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorio, III, 15) e attendere che ritorni la tranquillità ed allora l’accordo verrà da sé. Se si cammina di notte in montagna si inciampa e si cade in un burrone, bisogna aspettare che si faccia giorno e riprendere la marcia. S. Ignazio da Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (Regole sul discernimento degli spiriti, n. 318) consiglia di non cambiare mai proposito durante il tempo dell’oscurità spirituale, ma di restare forti e costanti nella determinazione e nei propositi in cui ci si trovava prima dell’oscurità, poiché come nella luce ci guida lo spirito buono, così nell’oscurità ci conduce lo spirito maligno. Rifiutare oggi per un certo periodo di tempo, sino a che torni la luce, un accordo con gli ultra-modernisti non è, quindi, un’attitudine scismatica perché è basata su gravi motivi di fede e morale, che ci obbligano a non seguire il corso ecclesiale attuale. Bisogna saper attendere tutto il tempo che Dio vorrà permettere che la crisi nella Chiesa duri. Non bisogna scoraggiarsi, né deviare a sinistra con un accordo intempestivo e scellerato, né a destra dichiarando eretico il Papa regnante e ritenendolo deposto ipso facto. Queste sono le due strade che alcuni tradizionalisti (e in certi casi sono paradossalmente gli stessi) stanno imboccando. Il grave rischio che corriamo oggi non è quello dello scisma, che viene agitato dal mondialismo massonico e modernista come uno spauracchio per indurci a fare un passo falso. No! Il pericolo reale è quello di far naufragio nella fede, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6). 

Conclusione

Un accordo pratico  col neo-modernismo, come minimo, porterebbe immancabilmente al rinchiudersi della Tradizione in sagrestia, come è avvenuto agli Indiani d’ America, rinchiusi nelle riserve dai “wasp” (“white, anglo-saxon, protestant / bianchi, anglo-sassoni, protestanti”), regolarmente riconosciuti e ridotti ai minimi termini come un fenomeno folkloristico da mostrare ai turisti. Ma lo spirito cattolico “non si lascerà mai chiudere nelle quattro mura del tempio. La separazione fra la religione e la vita, fra la Chiesa e il mondo è contraria alla idea cristiana e cattolica” (Pio XII, Discorso ai Parroci e quaresimalisti di Roma, del 16-03-1946).

 

Vladimirus (SìSìNoNo) 

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