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Salvatore e Pontefice (5)

Necessità di contemplare l'opera e la missione del Verbo fatto carne per meglio comprendere la sua persona, i nomi del Verbo incarnato manifestano la sua missione e caratterizzano la sua opera: «Gesù Cristo» è Figlio di Dio, Pontefice supremo che con il suo sacrificio salva l'umanità.

Gesù Cristo è il Verbo incarnato apparso in mezzo a noi, Dio e uomo insieme, vero Dio e vero uomo, Dio perfetto ed uomo perfetto. In lui, due nature sono unite inseparabilmente nella stretta di una sola persona, la persona del Verbo.

Questi lineamenti costituiscono l'essere medesimo di Gesù. La nostra fede, la nostra pietà l'adorano come loro Dio per quanto proclamino la commovente realtà della sua umana natura. Se vogliamo approfondire la conoscenza della persona di Gesù dobbiamo contemplare fin da ora, per qualche istante, la sua missione e la sua opera. La persona di Gesù dà alla sua missione e alla sua opera il loro valore; la missione e l'opera di Gesù finiscono di compiere la rivelazione della sua persona. E ciò che vi ha di più notevole è che i nomi che designano la persona stessa del Verbo incarnato, designano nel medesimo tempo la sua missione e ne caratterizzano l'opera. Questi nomi infatti non sono, come troppo spesso i nostri, sforniti di significato. Vengono dal cielo e sono ricchi di senso. Quali sono questi nomi? Oh sono numerosi, ma la Chiesa, erede in ciò di S. Paolo, ne ha conservati particolarmente due: quello di Gesù e quello di Cristo. 

Come sapete, Cristo significa colui che è unto, consacrato. Un tempo, nell' Antica Alleanza, si consacravano molto spesso i re, più raramente i profeti e sempre il Sommo Sacerdote. Il nome di Cristo, con la missione di re, di profeta, di pontefice che esso designa, è stato dato a diversi personaggi dell'antico testamento prima che venisse dato al Verbo incarnato. Se non che nessuno come lui doveva realizzarne il significato in tutta la sua pienezza. Egli è il Cristo perché solo egli è il Re dei secoli, il Profeta per eccellenza, l'unico Pontefice supremo e universale. 

Egli è re. - Lo è per la sua divinità: Rex regum et Dominus dominantium; (Apoc. XIX, 16) egli regna su tutte le creature che ha create con la sua onnipotenza: Venite adoremus et procidamus ante Deum... (Ps. XCIV, 6) Ipse fecit nos et non ipsi nos (Ibid. XCIX, 2). Egli inoltre sarà re come Verbo incarnato. Lo scettro del mondo era stato predetto a Gesù dal Padre suo: «Sono io, dice il Messia, che egli ha stabilito re su Sion, la sua santa montagna..., perciò io farò conoscere questo comando; il Signore m'ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato. Domanda ed io ti darò per eredità le nazioni e per dominio le estremità della terra» (Ibid. II, 6-8). Il Verbo s'incarna per fondare «il regno di Dio». Questa espressione ritorna spesso nella predicazione di Gesù; infatti, leggendo il Vangelo, avrete notato che un intero gruppo di parabole, la perla preziosa, il tesoro nascosto, il seminatore, il grano di senapa, i vignaiuoli omicidi, gli invitati alle nozze, la zizzania, i servi che aspettano il padrone, i talenti ecc. è inteso a dimostrare la grandezza di questo regno, la sua origine, il suo sviluppo, la sua estensione alle nazioni pagane in seguito alla riprovazione dei Giudei, le sue leggi, le sue lotte, i suoi trionfi.

Cristo organizza questo regno con l'elezione degli Apostoli e la fondazione della Chiesa, alla quale affida la sua dottrina, la sua autorità, i suoi Sacramenti. Regno del tutto spirituale che non ha niente di temporale o di politico come sognava la fantasia grossolana della maggior parte dei Giudei; regno ove può entrare ogni anima di buona volontà; regno meraviglioso, il cui splendore finale è la celeste ed eterna beatitudine. San Giovanni celebra la magnificenza di questo regno col mostrarci gli eletti prostrati dinanzi al loro capo divino Gesù Cristo, mentre proclamano «che egli li ha riscattati col suo sangue, di ogni tribù, di ogni lingua, di ogni popolo, di ogni nazione per formare con la loro riunione il regno nel quale ha da risplendere la gloria del Padre SUO»: Et fecisti nos Deo nostro regnum (Apoc. V, 9-10). 

Cristo ha da essere anche profeta. Egli non è un profeta, ma il profeta per eccellenza, perché egli è la Parola, il Verbo in persona, la «luce del mondo» che, sola, può veramente «rischiarare ogni uomo» quaggiù. «Una volta, diceva S. Paolo agli Ebrei, Dio vi parlava nei suoi profeti»; ma essi non erano che dei semplici inviati; ma «ecco che in questi ultimi tempi egli vi istruisce per mezzo del proprio Figlio» (Hebr. I, 1-2). Egli non è un profeta che annunzia da lontano a una piccola porzione dell'umanità, con simboli talora oscuri, i disegni ancor nascosti di Dio. Egli è colui che vivendo sempre nel seno del Padre è il solo che conosca tutti i segreti divini di cui reca al genere umano la mirabile rivelazione: Ipse enarravit (Joan. I, 18).

Voi sapete che fin dall'inizio della sua vita pubblica nostro Signore applicava a se stesso la profezia d'Isaia che dice «che lo Spirito del Signore era su lui. Perciò egli lo ha consacrato con la sua unzione per portare la buona novella ai poveri, annunziare agli schiavi la libertà, ai ciechi il riacquisto della vista e proclamare a tutti che il tempo della redenzione è ormai venuto» (Luc. IV, 18-19).

Egli è dunque, per eccellenza, l'inviato, il legato di Dio, che con miracoli operati di sua propria autorità, dimostra la divinità della sua missione, della sua parola e della sua persona.

Perciò, dopo il prodigio della moltiplicazione dei pani, noi udiamo la folla gridare, indicando Gesù: «Egli è veramente il profeta, egli è veramente colui che deve venire» (Joan. VI, 14). 

Ma il Verbo incarnato dimostrerà particolarmente il significato del suo nome di Cristo con la sua qualità di pontefice e di mediatore, pontefice supremo, mediatore universale. Sennonché qui occorre unire al nome di Cristo quello di Gesù. Il nome di Gesù significa Salvatore: «Voi lo chiamerete cosi, disse l'angelo a Giuseppe, perché egli deve riscattare il suo popolo da tutte le sue iniquità» (Matth. I, 21). E' questa la sua missione essenziale: Venit salvare quod perierat (Ibid. XVIII, 11; cf. Luc. XIX, 10). Gesù infatti non compie pienamente il significato del suo nome divino che per mezzo del suo sacrifizio adempiendo la sua opera di pontefice: Venit Filius hominis dare animam suam redemptionem pro multis (Matth. XX, 28; Marc. X, 4). I due nomi si completano a vicenda e sono ormai inseparabili.

Gesù Cristo è il Figlio di Dio, stabilito pontefice supremo per salvare col suo sacrificio l'intera umanità; perciò considerando il sacerdozio e il sacrificio di Cristo, potremo comprendere, nella misura del possibile, l'adorabile persona del Verbo incarnato. Vedremo infatti che proprio per la sua Incarnazione Gesù è stato consacrato pontefice e che inizia il suo sacrificio fin dal suo ingresso in questo mondo, poiché tutta la sua esistenza reca il riflesso della sua missione di pontefice ed è contrassegnata dai caratteri del suo sacrificio. Per tal modo coglieremo meglio la grandezza e l'ordine dei misteri di Cristo, vedremo da quale intima unità sono fra loro legati; poiché, essendo il sacrificio di Gesù la sua opera fondamentale, è anche il punto culminante al quale si riannodano tutti i misteri della sua vita terrestre nonché la sorgente ove tutti gli stati della sua vita gloriosa attingono il loro splendore; e vedremo anche di quali copiose grazie sia esso il principio per tutte quelle anime che, in esso, desiderano abbeverarsi di vita e di gioia. 

I. Cristo è stabilito Pontefice nella sua Incarnazione. 

Specialmente nella sua lettera agli Ebrei S. Paolo ha esposte con parole piene di grandezza e di forza le ineffabili magnificenze di Cristo come Pontefice: De quo nobis grandis sermo, et ininterpretabilis ad dicendum (Hebr. V,II). In questa lettera vi vediamo tratteggiata la sua missione di mediatore, la trascendenza del suo sacerdozio e del suo sacrifizio sul sacerdozio di Aronne e sui sacrifizi dell'antico Testamento: sacrifizio unico consumato sul Calvario, la cui offerta perdura con una inesauribile efficacia nel santuario dei cieli.

S. Paolo ci rivela la verità che Gesù Cristo possiede il suo sacerdozio dal primo istante della sua Incarnazione. Che cosa è il sacerdote? E', dice l'Apostolo, un mediatore tra Dio e l'uomo: il sacerdote offre a Dio gli omaggi della creatura e dà Iddio, «il santo», agli uomini, «sacrum dans»; quindi il nome di sacerdos. «Egli è scelto tra gli uomini, e consacrato a Dio per essere mediatore»: Omnis pontifex ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum (Ibid. V, l). Una volta, questa consacrazione si faceva con una «unzione» speciale per significare che lo Spirito del Signore era sopra l'eletto, contrassegnandolo in un modo particolare per la sua missione di pontefice. Nel sacerdozio umano questo carattere sacerdotale è una qualità che si aggiunge, per così dire, alla persona dell'uomo.

All'incontro, in Cristo, questo carattere è del tutto trascendente come è unica la missione che egli si è assunta. Gesù è divenuto pontefice dal primo istante della sua Incarnazione e per effetto della sua Incarnazione.

Per penetrare in questo profondo mistero bisogna ascoltare soltanto la fede perché l'intelligenza umana si confonde davanti a siffatte grandezze. Trasferiamoci a Nazareth per assistere al celeste colloquio tra la Vergine e l'Angelo. Il celeste messaggero dice a Maria per spiegarle il prodigio che deve compiersi in lei: «Lo Spirito Santo verrà su voi, la virtù dell' Altissimo vi adombrerà, per cui il Santo che nascerà da voi sarà chiamato il Figlio di Dio». La Vergine risponde: «Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me secondo la vostra parola» (Luc. I, 35, 38). Da questo momento il Verbo si è incarnato, si è unito, per sempre, in una ineffabile unione, ad una umanità. Per l'Incarnazione viene a far parte della nostra razza, diventa effettivamente uno dei nostri, simile a noi in tutto, tranne che nel peccato. Egli può dunque diventare pontefice, mediatore, perché, essendo Dio e uomo, può riallacciare l'uomo a Dio: Ex hominibus assumptus.

Nella SS. Trinità, la seconda persona, il Verbo, è la gloria infinita del Padre, la sua gloria essenziale: Splendor gloriae et figura substantiae ejus (Hebr. I, 3). Ma come Verbo, prima dell'Incarnazione, non offre al Padre il suo sacrificio. Perché? Perché il sacrificio suppone l'omaggio, l'adorazione, vale a dire, il riconoscimento del nostro proprio abbassamento al cospetto dell'Essere infinito; mentre il Verbo, essendo in tutto eguale a suo Padre, essendo Dio con lui e come lui, non può offrirgli alcun sacrifizio. Il sacerdozio di Cristo non ha potuto incominciare che dal momento dell'Incarnazione del Verbo, con l'unione delle due nature, la natura divina, per la quale il Verbo poteva dire: Ego et Pater unum sumus. (Joan. X, 30) «Io e mio Padre siamo uno», uno nell'unità della divinità, uno nell'eguaglianza delle perfezioni, e la natura umana, che gli faceva dire: Pater major me est. (Joan. XIV, 18) «Mio Padre è più grande di me». Dunque è chiaro che Gesù è Pontefice in quanto Uomo-Dio.

Autorevoli scrittori fanno derivare la parola pontefice da pontem facere. Qualunque sia il valore di questa etimologia, l'idea applicata a Cristo Gesù è esatta. Nelle conversazioni che l'eterno Padre degnava si avere con Santa Caterina da Siena, le spiegava in qual modo, con l'unione delle due nature, Cristo ha gettato un ponte sull'abisso che ci separava dal cielo: «Io desidero che tu guardi il ponte che io vi ho costruito nel mio unico Figlio e che tu osservi la sua grandezza che va dal cielo alla terra; perché la grandezza della divinità è unita alla terra dalla vostra umanità. Ciò fu necessario per rifare la via che era rotta e permettere di pervenire attraverso l'amarezza di questo mondo alla vita (eterna)» (Dialogo, 2a parte, cap. VI. Quest'idea è familiare a S. Caterina e ricorre in altre parti del Dialogo e nelle lettere).

Inoltre, fu per effetto dello stesso mistero dell'Incarnazione che l'umanità di Gesù è stata consacrata, ed «unta», (S. August. De Trinitate, XV, 27) non di una unzione esteriore, come accade per le semplici creature, ma di una unzione del tutto spirituale. Per l'azione dello Spirito Santo, che la liturgia chiama spiritalis unctio, (Inno Veni Creator) la divinità si è diffusa sulla natura umana di Gesù «come olio di letizia»: Unxit te Deus oleo Iaetitiae prae consortibus tuis (Ps. XLIV). Questa unzione è così penetrante e l'umanità ne resta così «consacrata a Dio», che non vi può essere una appartenenza più stretta di questa perché questa natura umana è divenuta la propria umanità di un Dio, del Figlio di Dio.

Per tale motivo al momento di questa Incarnazione che consacrò il primo sacerdote della nuova Alleanza, un grido risuonò nei cieli: Tu es Sacerdos in aeternum. (Ibid. CIX, 4) «Tu sei sacerdote per l'eternità». S. Paolo, il cui sguardo penetrò tanti misteri, ci rivela anche questo. Ascoltatelo. «Nessuno si appropria da sé tale onore, ma occorre esservi chiamati da Dio; così neppure Cristo si è arrogata la gloria di essere pontefice, avendola ricevuta da colui che gli ha detto: "Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato" come anche altrove gli dice: "Tu sei sacerdote in eterno"» (Hebr. V, 4-6).

Secondo la testimonianza di S. Paolo, Cristo ha dunque ricevuto il supremo pontificato dal suo stesso Padre, da quel Padre che anche gli dice: «Voi siete mio Figlio, oggi vi ho generato» (Ps. I, 7). Il sacerdozio di Cristo è una conseguenza necessaria e immediata della sua Incarnazione.

Adoriamo questo pontefice santo, immacolato, che è il proprio Figlio di Dio, prostriamoci dinanzi a questo mediatore che è l'unico, essendo Dio e uomo, che potrà adempiere completamente la sua missione di salvezza e renderei i doni di Dio col sacrificio della sua umanità, ma affidiamoci altresì pienamente alla sua divina virtù che da sola fu abbastanza potente da riconciliarci col Padre.

«Partendo dalla terra, diceva Dio a S. Caterina, non era possibile costruire un ponte di una grandezza sufficiente per raggiungere la vita eterna perché la natura umana era incapace da sola di soddisfare al peccato e di distruggere la macchia del peccato di Adamo che ha corrotto e inquinato tutto il genere umano. Era dunque necessario unirla alla grandezza della mia natura, eterna deità, perché essa potesse soddisfare per tutto il genere umano. Occorreva che la natura umana subisse la pena e che la natura divina, unita a questa natura umana, accettasse il sacrifizio che mio Figlio mi offriva, per distruggere la morte e restituirvi la vita. Per tal modo la Grandezza si è abbassata fino al livello della vostra umanità: unendomi ad essa è stato edificato un ponte e creata una via. Se non che per avere la vita, non basta che mio Figlio sia divenuto il ponte, se voi non passate per questo ponte» (L. c.). 

II. In qual modo dal suo ingresso in questo mondo Cristo inaugura il suo sacrificio. 

Il sacrificio di questa pontefice unico cammina di pari passo col suo sacerdozio: difatti Gesù lo inizia ugualmente fin dal momento della sua Incarnazione.

Voi sapete che in Cristo l'anima, creata come la nostra, non è stata tuttavia sottoposta, per l'esercizio delle sue proprie facoltà, intelligenza e volontà, agli sviluppi progressivi dell'organismo corporeo, perché essa aveva fin dal primo momento della sua esistenza la perfezione della propria vita come si conveniva ad un'anima unita alla divinità.

Ora S. Paolo ci rivela il primo movimento dell'anima di Gesù al momento della sua Incarnazione.

Con uno sguardo essa abbraccia i secoli che furono prima di lei e vede, insieme all'abisso ove giace l'umanità intera, impotente a liberarsi, la molteplicità e l'insufficienza radicale di tutti i sacrifici dell'antica legge, poiché la creatura, per quanto perfetta essa sia, non può degnamente riparare l'ingiuria che il peccato ha commesso rispetto al Creatore; perciò essa osserva il programma d'immolazione che Dio domanda da lei per compiere la salute del mondo. Qual momento solenne per l'anima di Gesù! Quale momento per il genere umano! E che fa quest'anima? Con un movimenta d'intenso amore, si abbandona completamente per compiere l'opera umano-divina che può, sola, rendere gloria al Padre, salvando l'umanità. - O Padre, voi più non volete sacrifici ed offerte che non sono abbastanza degni di voi. Ma mi avete formato un corpo: Corpus autem aptasti mihi. E perché me l'avete voi dato? Perché io venga, o Padre, ad adempiere la vostra volontà. Voi esigete che io ve l'offra in sacrificio... eccomi: Ecce venio, in capite libri scriptum est de me ut faciam, Deus, voluntatem tuam: «In testa al libro della mia vita è scritto che io debba fare, o Padre, la tua volontà; io lo voglio perciò perché a voi è gradito» (Hebr. X, 5-7; cf. Ps. XXXIX, 7-9).

Con volontà perfetta Cristo ha accettato questa somma di dolori che cominciano dall'umiltà della culla per non terminare che all'ignominia della croce. Dalla sua venuta quaggiù Cristo si offre come vittima perché il suo primo atto di vita fu un atto sacerdotale.

Quale creatura potrà mai misurare l'amore onde è colmo questo atto sacerdotale di Gesù? O valutarne l'intensità o descriverne lo splendore? Solo il silenzio dell'adorazione può tributargli un piccolo omaggio di lode. 

Gesù Cristo non ha mai ritrattato questo atto né ripreso nulla di questo dono. Anzi, tutto nella sua vita è orientato verso il suo sacrificio sulla croce. Leggete il Vangelo sotto questa luce e vedrete come in tutti i misteri e stati di Gesù vi è una parte di sacrificio che lo conduce a poco a poco sulla cima del Calvario; talmente il carattere di pontefice, di mediatore, di salvatore è essenziale alla sua persona. Non riusciremo a cogliere la vera fisionomia della persona di Gesù, se non la collochiamo costantemente nella luce della sua missione redentrice mediante il sacrificio e l'immolazione di se medesimo. Perciò quando S. Paolo diceva che riconduce ogni cosa «alla conoscenza del mistero di Gesù», aggiungeva subito: «e di Gesù Crocifisso»: Non enim judicavi me scire aliquid inter vos nisi Jesum Christum ET HUNC CRUCIFIXUM (I Cor. II, 2).

Osservate: Cristo nasce nel più assoluto squallore, deve fuggire in terra straniera per sottrarsi alle furie di un tiranno; deve conoscere la fatica dura e nascosta nell'officina di Nazareth, nel periodo della sua vita pubblica non ha dove riposare la testa; è bersaglio alle persecuzioni dei Farisei che sono i suoi più accaniti nemici, prova la fame, la sete, la fatica. Più ancora: brucia dal desiderio di compiere il suo sacrificio: Baptismo autem habeo baptizari, et quomodo COARCTOR usquedum perficiatur (Luc. XII, 50). E' visibile in Gesù, se così è lecito dire, una specie di entusiasmo per il suo sacrificio. Considerate ancora il Vangelo, quando nostro Signore comincia a rivelare agli Apostoli, un po' alla volta, per non urtare la loro debolezza, il mistero delle sue sofferenze. Un giorno dice loro che doveva andare a Gerusalemme, che soffrirebbe molto da parte dei suoi nemici e che sarebbe messo a morte. Allora Pietro scattò a dire, prendendolo a parte: «Non sia mai vero, Signore, ciò non vi accadrà». Sennonché Gesù gli replica: «Allontanati da me, ché mi sei di scandalo, tu non hai l'intelligenza delle cose di Dio, tu non hai che dei pensieri umani» (Matth. XVI, 21-23; Marc. VIII, 31-33). Nel colmo degli splendori della sua Trasfigurazione sul Tabor, su quale argomento si intrattiene il Signore con Mosè ed Elia? Sulla sua passione imminente.

Cristo era ansioso di rendere a suo Padre la gloria che il suo sacrificio doveva procurargli: Jota unum aut unus apex non praeteribit hit a lege, donec omnia fiant (Matth. V, 18). Tutto vuole adempiere fino ad un iota, cioè fino all'ultimo particolare. Quando nell'agonia le angosce e i dolori si addensano nell'anima sua, li sente così profondamente che, «O Padre, esclama, se è possibile, passi da me questo calice», tuttavia altro non vuole che l'adempimento della volontà paterna: «Però non si adempia la mia ma la tua volontà» (Ibid. XXVI, 39; cf. Marc. XIV, 36; Luc. XXII, 42). Finalmente sul Calvario compie la sua immolazione, e può dire, prima di esalare l'ultimo respiro, che ha adempiuto nella sua pienezza il programma datogli dal Padre suo: Consummatum est (Joan. XIX, 30). Questo grido ultimo della vittima divina sulla Croce risponde all'Eccevenio dell'Incarnazione nel seno della Vergine. 

III. Diversità degli atti dell'offerta fatta da Gesù Cristo. 

L'offerta che Cristo ha fatto di se stesso è stata piena, totale, continua, ma abbraccia diversi atti. L'adorazione, innanzi tutto. Nella santa Trinità il Figlio è rivolto tutto quanto a suo Padre, restituendogli, a così dire, tutto quello che egli è. Da quando il Verbo si è incarnato, l'umanità che è unita a lui è pur essa trascinata in questa corrente ineffabile che porta il Figlio verso il Padre. Ma siccome l'umanità è creata e inferiore alla divinità, questo movimento, in essa si traduce con l'adorazione.

E questa adorazione è intensa, perfetta, perché fin dall'istante della sua unione col Verbo l'umanità di Gesù si è inabissata in una profonda adorazione, in un annientamento di se medesima al cospetto della maestà divina del Verbo eterno di cui essa contemplava, per la visione beatifica, le perfezioni infinite. 

In secondo luogo, l'azione di grazie. E' certo che di tutte le grazie, di tutte le misericordie che Dio può fare, la più grande, la più eccelsa è quella che è stata data all'umanità di Gesù: Dio l'ha scelta tra tutte, l'ha predestinata prae consortibus suis, perché fosse l'umanità di suo Figlio; per unirla in unione ineffabile al suo Verbo; é una grazia unica che trascende tutto ciò che lo spirito umano può sognare in fatto di comunicazione della divinità alla creatura. Per tal modo, l'anima di Gesù, inondata, per questa unione, delle delizie della stessa divinità, traboccava di azioni di grazie. Se qualche volta noi stessi non sappiamo come esprimere al nostro Padre celeste la nostra riconoscenza, quale non dovrà essere stata la gratitudine dell'anima di Gesù per la grazia ineffabile che le era data e per tutti gli ineffabili privilegi che dovevano promanare dalla sua unione al Verbo non solo a titolo personale ma altre si come capo del corpo mistico? 

In terzo luogo vi si trova l'espiazione. La razza dalla quale il Verbo assume l'umanità per unirsela è una razza peccatrice e decaduta; il Verbo ha sposato un corpo di peccato in similitudinem carnis peccati (Rom. VIII, 3). Certo, il peccato non l'ha mai toccato personalmente: Tentatum autem per omnia in similitudine, absque peccato (Hebr. IV, 15; cf. II, 17). Il Cristo, cioè il Pontefice per eccellenza, é, dice S. Paolo, «tale quale ci occorreva perché la sua offerta fosse accettabile a Dio: santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori ed innalzato al di sopra dei cieli» (Ibid. VII, 26).

Ma il Padre gli ha addossati i peccati di tutti gli uomini: Posuit in eo iniquitatem omnium nostrum, (Is. LIII, 6) per cui Gesù è divenuto, secondo l'energica espressione dell' Apostolo, «peccato per noi» (II Cor V, 21) e, per questa ragione, l'offerta che egli ha fatto di se stesso al Padre, al momento dell'Incarnazione, includeva la povertà della culla, gli abbassamenti della vita nascosta, le fatiche e le lotte della vita pubblica, i terrori dell'agonia, le ignominie della passione e gli spasimi di una morte sanguinosa (Philip. II, 7-8). Per quanto fosse Dio, Cristo non credette che fosse una rapina l'uguagliarsi a Dio, ma si é umiliato assumendo, per l'incarnazione, la condizione di una natura creata, e divenendo simile agli uomini, e mostrandosi nell'aspetto di un uomo si è umiliato ancora ubbidendo fino alla morte di Croce. Questa morte sul Calvario era una espiazione d'un valore infinito, perché il Cristo era Dio, ma anche perché i suoi abbassamenti raggiungevano il limite dell'umiliazione. Cristo morendo sulla Croce ha accettato per noi di essere come un rifiuto, un maledetto: Opprobrium hominum el abjectio plebis; (Ps. XXI, 7) e questo abbassamento inaudito per espiare il peccato, é stato voluto dall'anima di Gesù dalla sua venuta sulla terra con tutto il complesso di umiliazioni, di ignominie e di dolore che tale abbassamento portava con sé. 

Infine, in questa offerta vi si trova ancora l'impetrazione. Il Vangelo non ci dice nulla della preghiera di Cristo per noi nella sua Incarnazione, neppure nel periodo della sua vita pubblica, sebbene ci dica che Gesù «passava la notte in preghiera»: Erat pernoctans in oratione Dei (Luc. VI, 12). S. Giovanni però ci ha conservato il testo della preghiera che fece Gesù per i discepoli e per noi nell'ultima Cena al momento di inaugurare la sua passione e di compiere il suo sacrificio: é la preghiera sacerdotale di Gesù. Il Vangelo non possiede una pagina più bella di questa. E possiamo mettere in dubbio che questa preghiera non sia il riepilogo e l'ultima eco di tutte quelle che il Cristo aveva indirizzate al Padre suo in tutta la sua vita? «Padre, l'ora é venuta: glorificate vostro Figlio, affinché vostro Figlio vi glorifichi; poiché gli avete data autorità su ogni uomo, affinché a tutti quelli che gli avete dato egli comunichi la vita eterna. Io ho manifestato il vostro nome agli uomini che mi avete affidati... Essi sanno ora che tutto quello che mi avete dato viene da voi... E' per essi che io prego...perché essi son vostri... Padre santo, custoditeli nel vostro nome affinché essi non siano che uno come siamo noi... Io faccio questa preghiera finché io sono nel mondo affinché essi abbiano in loro la pienezza della mia gioia... Io non vi domando di toglierli dal mondo, ma di liberarli dal male... Io vado ad offrirmi in sacrificio per loro perché essi siano veramente santificati... Io non prego solamente per loro, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me affinché tutti essi siano uno, come voi, mio Padre, siete in me ed io in voi... Padre, quelli che voi mi avete dato voglio che siano con me là dove sono io, affinché vedano la mia gloria, la gloria che voi mi avete data, avendomi amato prima della fondazione del mondo» (Joan, XVII).

Quale preghiera! E da quale cuore sgorgata! Dal Cuore di Gesù, Pontefice supremo dell'umanità tutta quanta, nostro Pontefice, nel momento in cui sta per diventare nostra Ostia! O perché dunque dubitiamo così spesso della potenza di Cristo? Perché ci perdiamo di coraggio, se Gesù, vero Dio non meno che vero uomo, rivolse preghiera siffatta al Padre suo nel momento di glorificarlo di una gloria infinita immolandosi pei nostri peccati? O Gesù Cristo, ripetetela anche per noi questa preghiera: «Padre, guardate dal male coloro che voi mi avete donati... perché essi abbiano la mia gioia... perché essi ne abbiano la pienezza... perché essi gioiscano della mia gloria... perché essi siano uno in noi!...». 

IV. Eternità del sacerdozio e dell'oblazione di Cristo nel Cielo. 

La preghiera di Gesù è stata esaudita; l'immolazione da cui è stata seguita ha meritato per tutto il genere umano grazie abbondanti di perdono, di giustificazione, d'unione, di vita, di gioia, di gloria. Dopo aver detto che Cristo è stato costituito Pontefice supremo del genere umano fin dalla sua Incarnazione, S. Paolo aggiunge: «Con grandi grida e lacrime, Cristo, durante la sua vita quaggiù, avendo offerto preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte, fu esaudito per la sua riverenza verso il Padre; e benché fosse Figliuolo di Dio, imparò, da ciò che patì, l'obbedienza. Ed ora che è arrivato al suo termine, diventò causa di eterna salute a tutti quelli che sono a lui obbedienti» (Hebr. V, 7-9).

S. Paolo fa altre si risalire la nostra santificazione all'oblazione offerta da Gesù nell'istante in cui entrava nel mondo; poiché questa offerta chiudeva in germe lo svolgimento finale che è l'immolazione del Calvario: «Per virtù di questa volontà siamo stati santificati mediante l'oblazione del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per tutte» (Ibid. X, 10). Ora lo vedete: ogni grazia, quale che sia, sgorga per noi, dalla Croce; non ce n'è una sola che non sia pagata dall'amore e dal sangue di Gesù; perché il sacerdozio di Cristo fa di lui il nostro unico mediatore sempre esaudito. Perciò l'Apostolo con vivida convinzione esclama: «Avendoci Dio donato suo Figlio, non ci ha donato tutto?»: Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32)3 «Eccoci divenuti ricchi, dice ancora, così doviziosamente ricchi che ormai non ci manca più nessuna grazia»: Ita ut NIHIL vobis desit in ulla gratia! (I Cor I, 7)

Oh quale assoluta e incrollabile confidenza fa nascere in noi questa rivelazione! In Gesù Cristo noi troviamo tutto, possediamo tutto, e, se lo vogliamo, in lui niente ci manca: è la nostra salvezza, la sorgente di ogni nostra perfezione e di ogni nostra santificazione.

Cosi grande è infatti il nostro Pontefice, cosi esteso il suo sacerdozio che tutt'oggi Cristo adempie la sua missione di mediatore e continua il suo sacrificio per la nostra santificazione.

In quale maniera? In cielo, anzi tutto.

Qui specialmente il mistero si presenta ineffabile. Il sacerdozio eterno di Cristo contiene profondità misteriose che S. Paolo e S. Giovanni ci lasciano intravedere, l'uno nella lettera agli Ebrei, l'altro nella sua Apocalisse (Cf. V, 6). L'Apostolo ha parole magnifiche per esaltare il sacerdozio eterno di Gesù. «Cristo siede alla destra della maestà divina, nel più alto dei cieli (Hebr. XII, 2). Noi abbiamo in Gesù, Figlio di Dio, un pontefice grande che penetrò nei cieli (Ibid. IV, 14). Gesù è entrato per noi nel santuario dei cieli come precursore e come pontefice supremo (Ibid. VI, 20). Poiché egli vive e dura eternamente possiede un sacerdozio interminabile... vivendo ognora ad interceder per noi, elevato al di sopra di tutti i cieli (Ibid. VII, 24-26). Abbiamo dunque un pontefice supremo assiso alla destra del trono della maestà divina come ministro unico del vero santuario non costruito dalla mano dell'uomo» (Ibid. IX, 24).

Tutte queste espressioni notevoli ci significano che Cristo in cielo rimane eternamente pontefice nostro e prolunga la sua oblazione per noi.

Indubbiamente S. Paolo non dimentica che non esiste che un solo sacrifizio, quello della croce: UNA enim oblatione, eonsummavit in aeternum sanctificatos (Hebr. X, 14). Non ne son possibili altri, essendo questo sacrificio unico e definitivo. - Ma, spiega, alla stessa maniera che nell'antico Testamento ogni anno, il gran sacerdote, dopo aver offerto il sacrificio nel primo tabernacolo del tempio, penetrava, solo, col sangue delle vittime nel secondo tabernacolo, il Santo dei Santi, e li compiva, presentandosi al Signore, la sua opera di pontefice, - parimenti, continua San Paolo, Cristo, dopo aver offerto il suo sacrificio sulla terra, è entrato, una volta per sempre, col suo proprio sangue, non in un tabernacolo edificato dalla mano dell'uomo, ma nel santuario della divinità: Per proprium sanguinem introivit semel in Sancta... (Ibid. IX, 12) Con ciò egli termina nella gloria la sua missione divina di mediatore: Nunc autem semel in consummatione saeculorum, per hostiam suam apparuit (Ibid. IX, 26). E che fa Gesù in questo santuario? Qual è la sua opera? Egli non può più meritare, è vero, essendo il tempo meritorio cessato per lui nell'istante in cui rese l'ultimo respiro sulla Croce, ma il tempo dell'applicazione di questi meriti dura tuttora.

Nostro Signore fa proprio questo. Resta sempre presente davanti alla faccia del Padre suo ad intercedere per noi: Ut appareat NUNC vultui Dei pro nobis (Ibid. IX, 24). Là, «ognora vivente», semper vivens, «poiché la morte più non ha potere su lui», (Rom. VI, 9) offre senza tregua al Padre suo, in favor nostro il suo sacrificio già compiuto ma che pur sussiste nella sua persona; mostra al Padre suo le cinque piaghe di cui ha voluto conservare le cicatrici, quelle piaghe che sono l'attestato solenne e la prova autentica del suo sacrificio sulla Croce; nel nome della Chiesa, di cui è il capo, unisce alla sua offerta le nostre adorazioni, i nostri omaggi, le nostre preghiere, le nostre suppliche, le nostre azioni di grazie. Incessantemente siamo presenti al pensiero del nostro pietoso Pontefice, incessantemente mette in opera, per la nostra santificazione, i suoi meriti, le sue soddisfazioni, il suo sacrificio.

Per tal modo vi è nel cielo e vi sarà, fino alla consumazione dei secoli, un sacrificio celebrato per noi da Gesù Cristo, in una maniera eccelsa e sublime ma in perenne continuità con la sua immolazione sulla Croce: Per hostiam suam apparuit.

Ora comprendiamo perché, dopo avere intravista tale grandezza e potenza, S. Paolo ci rivolga questa viva esortazione: «Dunque, dal momento che abbiamo in Gesù, Figlio di Dio, un pontefice grande che è penetrato nei cieli, restiamo fermi nella professione della nostra fede». Quale fede? - La fede in Gesù Cristo, mediatore supremo, la fede nel valore infinito del sacrificio e dei meriti suoi, la fede nella estensione illimitata della sua divina intercessione. «Appressiamoci dunque, seguita l'Apostolo, appressiamoci con fiducia, adeamus cum fiducia, al trono delle grazie per ottener misericordia e per essere soccorsi in tempo opportuno» (Hebr. IV, 16).

Quale grazia, infatti, potrebbe mai rifiutarci questo pontefice che sa compatire le nostre debolezze, le nostre infermità, i nostri dolori, dal momento che, a rassomigliarci, li ha voluti tutti provare; questo pontefice così potente che, essendo Dio, tratta da pari col Padre: VOLO, Pater; (Joan. XVII, 24) questo pontefice che vuole essere unito a noi come, in un corpo, la testa è unita alle membra? Quali grazie di perdono, di perfezione, di santità non potrebbe mai sperare un'anima che cerchi sinceramente di rimanere unita a lui con la fede, la fiducia e l'amore? Non è egli il «Pontefice dei beni venturi»? (Hebr. IX, 11) Non possiede egli «la forza di operare al di là di tutto ciò che noi possiamo domandare e concepire»? (Eph. III, 20)

Perciò, in tutto il suo culto, la Chiesa, che conosce il suo Sposo quanto nessun altro, non rivolge alcuna preghiera al Padre Celeste, non gli domanda alcuna grazia senza contrassegnare la sua domanda col segno della Croce, senza richiamarsi a Gesù Cristo nostro Salvatore e Pontefice: Per Dominum Nostrum Jesum Christum. - Questa formula, nella Chiesa, è di tutti i giorni, di tutte le ore. E' l'incessante proclamazione della mediazione universale di Cristo; ma è altresì la confessione più esplicita e più solenne della sua divinità perché la Chiesa aggiunge subito: «Il quale vive e regna con voi, o Padre, e col vostro comune Spirito, in tutti i secoli dei secoli». 

V. In qual modo sulla terra si rinnova il sacrificio della Croce; la Chiesa non celebra alcun mistero di Cristo senza offrire il sacrificio Eucaristico. 

Esponendo, secondo S. Paolo, l'opera di Cristo pontefice in Cielo, non abbiamo ancora esaurite le meraviglie del sacerdozio di Gesù.

Il Cielo ha la sua offerta, eccelsa, ineffabile, perenne e gloriosa. Il Verbo incarnato non ha voluto abbandonare la terra senza lasciarle parimenti un sacrifizio. E' questo la santa Messa, che ricorda e riproduce insieme, misticamente, l'immolazione del Golgota. Il sacrifizio della Croce è l'unico sacrificio, come è stato già detto; esso basta a tutto; ma nostro Signore ha voluto che esso si rinnovasse per applicarne il frutto alle anime. Vi esporrò questa verità in un modo più particolare quando contempleremo il mistero dell'Eucaristia. Ora intendo spiegarvi semplicemente in qual modo il nostro Pontefice perpetua, quaggiù, il suo sacrifizio.

Gesù Cristo sceglie alcuni uomini ai quali conferisce una reale partecipazione del suo sacerdozio, e questi sono i sacerdoti che il vescovo consacra il giorno della loro ordinazione. Con le mani stese sulla testa del consacrando, il vescovo invoca lo Spirito Santo perché, discenda in quell'anima: si potrebbero ripetere al sacerdote in questo momento le parole dell' Angelo a Maria: Spiritus Sanctus superveniet in te (Luc. I, 35). Lo Spirito Santo allora lo avviluppa, a così dire, ed opera in lui una rassomiglianza e un'unione così stretta con Gesù Cristo che egli diventa, come Cristo, sacerdote per l'eternità. La tradizione cristiana ha chiamato il prete «un altro Cristo»: egli è, come lui, scelto, per essere, nel nome di Cristo, mediatore fra il cielo e la terra. E' questa una realtà soprannaturale. Osservate: quando il sacerdote offre il sacrificio della Messa, che riproduce il sacrificio del Calvario, s'identifica con Cristo. Egli infatti non dice: «Questo è il corpo di Cristo, questo è il sangue di Cristo»; se lo dicesse, non vi sarebbe affatto sacrifizio; ma dice invece; «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue».

Da questo momento, il sacerdote consacrato a Dio dallo Spirito Santo diventa, come Cristo, pontefice e mediatore tra gli uomini e Dio, o meglio, è sempre l'unica mediazione di Cristo che si prolunga quaggiù, attraverso le età, per il ministero dei sacerdoti. Nel nome dei fedeli, il sacerdote offre a Dio sull'altare il sacrificio eucaristico e dal medesimo altare reca al popolo la Vittima Santa, il pane di vita, e, con lui, tutti i doni e tutte le grazie. - L'altare è, in terra, il centro della religione di Gesù Cristo allo stesso modo che il Calvario è il vertice della sua vita.

Tutti i misteri dell'esistenza mortale di Gesù convergono, come è stato già detto, verso la sua immolazione sulla croce, da cui tutti gli stati della sua vita gloriosa attingono il loro splendore. Perciò la Chiesa non celebra e non commemora alcun mistero di Gesù senza offrire il santo Sacrificio della Messa. Tutto il culto pubblico organizzato dalla Chiesa gravita intorno all'altare; tutto quell'insieme di letture, di preghiere, di lodi, di omaggi che si chiama ufficio divino, nel quale la Chiesa rappresenta ed esalta agli occhi dei figli suoi i misteri del suo Sposo celeste, non è stato regolato da lei che allo scopo di formare un quadro e uno sfondo al sacrificio eucaristico.

Qualunque sia il mistero di Gesù che celebriamo, noi, dopo averlo contemplato e meditato con la Chiesa, non potremo prendervi parte in modo più perfetto né meglio disporci a raccoglierne i frutti che assistendo con fede ed amore al sacrificio della Messa e unendoci, con la comunione, alla vittima divina immolata per noi sull'altare. 

Si legge nella vita di Maria d'Oignies che nostro Signore, nelle circostanze di feste diverse, usava mostrarsi a lei, nel santo sacramento, rivestito di una forma armonizzante col mistero di cui si celebrava la commemorazione (Faber, Il S. Sacramento, t. II, lib. IV, c. 6).2

Non abbiamo niente da invidiare per questo favore. Con la comunione, non solo Cristo si rivela all'anima, ma viene in essa, si comunica tutto quanto ad essa: con la sua umanità di pontefice pietoso che conosce le nostre debolezze e con la sua divinità che può innalzarci fin presso lui stesso alla destra del Padre. Viene in noi, non per manifestarsi a noi, ma per pregare suo Padre in noi e con noi, per offrirgli degli omaggi divini, per unirvi le nostre suppliche, e, sopratutto, per produrre nelle profondità dell'anima nostra, per mezzo del suo Spirito, il frutto di ciascuno dei suoi misteri. Voi non avrete mancato di osservare che l'azione di grazie che segue la santa oblazione e la comunione (postcommunio) assume dai diversi misteri una espressione diversa.

Che cosa significa ciò se non che, per mezzo della comunione, Cristo vuol far nascere in noi i pensieri e i sentimenti che egli ha provato mentre viveva il mistero che si celebra appunto quel giorno, e, in conseguenza, applicarci i frutti particolari e le grazie che a tale mistero sono proprie? E' questo ciò che la Chiesa domanda al postcommunio della festa del Rosario nella quale essa solennizza l'unione della Madre del Verbo incarnato e tutti i misteri del suo Figlio Gesù. Che cosa domanda infatti nell'orazione della Messa? Essa rammenta a Dio che «suo Figlio unico ci ha meritato la ricompensa della salvezza eterna con la sua vita, morte e risurrezione»; quindi domanda «che onorando questi misteri noi imitiamo ciò che essi racchiudono e otteniamo ciò che essi promettono»; Concede... ut haec mysteria recolentes et imitemur quod continent et quod promittunt assequamur. Il medesimo pensiero contiene il postcommunio della festa: «Fate, Signore, che noi otteniamo le grazie unite ai misteri di cui celebriamo il ricordo: Ut mysteriorum quae recolimus virtus percipiatur.

E' per tal modo che, gradatamente, si realizza la nostra identificazione con Cristo (Philip. II, 5). Non è questa la formola stessa della nostra predestinazione: Conformes fieri imaginis Filii? (Rom. VIII, 29) 

Tali i tratti fondamentali della persona e dell'opera di Gesù. Verbo eterno fatto carne per noi, diviene coi suoi misteri e col suo sacrificio, nostro pontefice e nostro mediatore. Mediatore che conosce i nostri bisogni perché è stato uomo al pari di noi; Mediatore onnipotente, perché è Dio col Padre e con lo Spirito Santo; Mediatore la cui mediazione è incessante, in cielo per la sua perenne oblazione, in terra per il sacrificio eucaristico. E quest'opera viene adempiuta per noi: pro nobis. Cristo non ci salva col suo sacrificio che per renderci compagni della sua gloria.

O Signore, chi ci farà conoscere quanto siano ineffabili i disegni della vostra sapienza? chi celebrerà la grandezza del dono che voi ci fate? chi vi potrà rendere degne azioni di grazie?

 

 Columba Marmion

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