Home / Rubriche / L'amore, il fidanzamento, il matrimonio: itinerario della felicità / L'avvenimento dell'amore

L'avvenimento dell'amore

Proviamo a fare molta attenzione a noi stessi quando compiamo un atto di amore, cercando di rispondere ad alcune semplici domande.

Che cosa noi vediamo immediatamente in un atto d’amore? Che cosa avviene realmente in ciascuno di noi quando compiamo un atto d’amore? Affermiamo la persona dell’altro nella sua unicità irripetibile. Quando compiamo un atto di amore, noi, per così dire "estraiamo" la persona dell’altro da una serie, e la guardiamo e l’affermiamo come unica.

Quando andate a comperare il giornale, voi vi accontentate di dire all’edicolante il titolo: volete una copia di quella testata, indifferentemente. È … la serie, la testata ciò che vi interessa, non una copia piuttosto che un’altra. L’atto d’amore ha tutto un’altra logica. Un uomo che paga la prostituta, vuole una donna. È l’atto più contrario all’amore, perché non afferma e non riconosce che amare una persona significa guardarla come unica nell’universo dell’essere. Il buon pastore quando si accorge che manca una pecora, non pensa che alla fine una su cento non è poi una grave perdita. La va a cercare. La persona non è numerabile, perché ogni persona vale in sé e per sé.

Voglio aiutarvi a percepire questo ancora con un altro esempio. Se uno vi chiede se diecimila euro è una somma grande o piccola, voi non siete in grado di rispondere fino a quando non la ponete in rapporto con altre somme. In rapporto a dieci euro è grande; in rapporto a un miliardo di euro è piccola. Se voi chiedete che valore ha una sola persona, non potete dire che in rapporto a tre ha un valore, ma non in rapporto a diecimila. La persona non è numerabile perché vale in sé e per sé.

Chi ama, chi almeno una volta ha compiuto un atto di amore, sa che le cose stanno così. Lo sa lo/a sposo/a che ama la sposa/o; lo sa il genitore che ama ogni figlio; lo sa il pastore che ama ogni fedele; lo sa la vergine consacrata che cura la miseria dell’uomo che le chiede aiuto.

Proviamo ora ad analizzare un poco questo vissuto [un atto di amore] per vedere che cosa esso porta dentro di sé. Solo così noi possiamo renderci conto del "mistero dell’amore", ed esserne più profondamente conquistati.

Che cosa in realtà significa la proposizione "cogliere la persona nella sua irripetibile unicità"? ricordate l’esempio del giornale: purché sia della stessa testata, una copia vale l’altra. Ricordate la prostituzione: purché sia una donna, l’una vale l’altra. Riflettete bene.

Se mi rapporto ad una realtà – cosa o persona – in vista di qualcosa d’altro, se istituisco cioè un rapporto strumentale, ciò che vale e mi attrae è lo scopo e quindi uno strumento può essere sostituito con l’altro quando non è più in grado di farmi raggiungere lo scopo. La persona è precisamente ciò che esiste in se stesso e per se stesso, ed esige di essere considerata e trattata come tale: sempre cioè come un fine, mai solamente come un mezzo.

Quando noi compiamo un atto di amore, noi quindi viviamo l’esperienza che esiste la persona, di "che cosa è" una persona; entriamo cioè nell’universo delle persone; affermiamo non teoricamente ma in realtà che l’universo dell’essere è diviso in due grandi regioni: il mondo delle persone, il mondo delle non persone. Chi abita il primo non è interscambiabile: non ha prezzo, perché ha una dignità. Chi abita il secondo è scambiabile: ha un prezzo, perché è privo di dignità. Il vissuto dell’amore ci fa vivere la peculiarità propria della sostanza personale rispetto a ciò che è impersonale. Chi ama, afferma che la persona esiste in se stessa e per se stessa.

Ma il vissuto dell’amore non afferma solo l’altro come persona; non è solo percezione della verità dell’essere – persona dell’altro. Ma in esso – nel vissuto dell’amore – colui che compie l’atto di amore, afferma in grado eminente anche se stesso. Sembra essere una contraddizione, ma se prestiamo attenzione a ciò che accade in noi quando amiamo, vediamo che amando, noi realizziamo noi stessi nel modo più elevato.

Iniziamo col farci una domanda: quale delle nostre facoltà è messa soprattutto in azione quando compiamo un atto di amore?

Certamente la nostra intelligenza. Tuttavia a guardare le cose un po’ in profondità, ci rendiamo conto che l’esercizio della nostra intelligenza è una, anzi la condizione dell’amore. Già gli antichi dicevano "ignoti nulla cupido". Tuttavia rasenta la banalità, ma è la verità, il dire che tu puoi conoscere una persona e odiarla profondamente. I demoni – dice S. Giacomo – conoscono l’esistenza di Dio, e tremano. L’intelligenza quindi è in gioco quando amiamo, ma più come condizione perché sia possibile amare. La ragione non ama.

Non c’è dubbio che nell’atto di amore entra in gioco la dimensione passionale della nostra persona. "Passione" ha qui il significato originario, correlativo e contrario ad "azione". La passione è l’essere mossi, l’essere attratti senza aver deciso di essere mossi, senza aver deciso di essere attratti. L’amore è anche normalmente passione. Tutti i grandi maestri parlano di "sensi spirituali", che sembra una contraddizione in termini, ma non lo è. Agostino voleva parlare di questo quando scrisse profondamente che da Cristo "non solo siamo attratti con la volontà, ma anche con l’affetto".

Guardando però le cose più in profondità, vediamo che nel vissuto di un atto di amore si ha anche e soprattutto la più alta espressione della propria libertà, proprio in ragione del fatto che l’amore implica la decisione di affermare l’altro in se stesso e per se stesso. È la suprema forma di uscita da se stesso, che si compie solo mediante la propria libertà.

Ci sono forme di amore il cui atto consiste nel donare ciò che abbiamo: si pensi all’atto d’amore che è l’elemosina. E ci sono forme di amore il cui atto consiste nel donare se stessi: si pensi all’atto dell’amore coniugale, oppure al fatto che Gesù chiede ai pastori il dono della vita per il loro gregge. Ma non si può donare ciò che non si possiede. La più alta espressione dell’amore, l’atto di auto-donazione, implica quindi un auto-possesso vero: un tenere a disposizione di se stessi, se stessi. Ma questa è la definizione di libertà. La persona prende in mano se stessa e ne fa dono all’altra. È la forma più alta di libertà. L’atto di amore è soprattutto un atto di libertà.

Possiamo capire meglio questo rapporto amore-libertà considerando la fedeltà. La fedeltà è profondamente connessa coll’amore: con ogni forma di amore, non solo quello coniugale. Fate bene attenzione: non è un dovere morale generale ciò di cui ora parlo, come quando diciamo "sii fedele ai comandamenti di Dio". È una fedeltà sui generis: è fedeltà ad un legame che abbiamo liberamente istituito mediante il dono di se stessi, e che potevamo anche non istituire. Nessuno ti obbliga a sposarti ed ancor meno con quella persona; o a consacrarti nella verginità.

Il dono di sé per sua natura stessa è senza termine. La libertà che istituisce un tale legame è giunta ad un tale grado di possesso della persona che questa semplicemente decide di se stessa interamente; cioè per sempre. Sto parlando soprattutto delle tre forme principali dell’amore: coniugale, verginale, pastorale. Il matrimonio, la professione religiosa, il sacerdozio presuppongono la capacità di dare alla propria vita, indipendentemente da ogni accadimento imprevedibile, una forma vivendi che decide una volta per sempre il modo di reagire a quanto accade ["nella buona e nella cattiva sorte"…], rendendosi così superiori alla casualità. La fedeltà è la rivelazione più chiara della libertà, perché è la modalità più alta con cui noi ci liberiamo dall’essere esposti alla casualità.

Raccogliamo per un momento le nostre idee. L’amore, l’atto dell’amore è la più alta realizzazione della propria persona perché in esso viene esercitata col grado più intenso la propria libertà.

Più precisamente. Nell’atto dell’amore si ha la convergenza dei tre fondamentali dinamismi della propria persona. L’intelligenza, la passione, la libertà.

L’intelligenza perché non c’è amore senza accesso alla realtà dell’altro, ed è l’intelligenza che ci fa accedere alla realtà. La passione perché "non possiamo darci l’amore, anche se lo vogliamo. Non sta in nostro potere porre liberamente una tale risposta del cuore, come una risposta della volontà, né comandarla come fosse un atto" [D. von Hildebrand]. La nostra libertà poiché l’atto di amore è veramente della persona solo nel momento in cui il movimento del cuore è stato fatto proprio dalla libertà. L’atto d’amore è il punto in cui convergono tutti i dinamismi della persona: è la suprema e completa espressione e attuazione della persona.

Siamo dunque arrivati a due conclusioni. La prima: l’amore, l’atto di amore afferma-riconosce l’altro in se stesso e per se stesso, cioè come persona. La seconda: l’amore, l’atto d’amore afferma-realizza in grado eminente la persona che ama.

Proviamo ora a mettere insieme queste due conclusioni, ed entreremo nel "mistero dell’amore"; entreremo nel mistero dell’uomo e nella sua grandezza. La persona umana realizza se stesa nella relazione d’amore con l’altra persona: è se stessa nella relazione d’amore con l’altra trova se stessa nel dono di se stessa. L’essenza dell’uomo ci è svelata dall’essenza dell’amore.

Vorrei concludere deducendo una conseguenza da quanto ho detto. Se la libertà si esprime in grado eminente quando la persona dona se stessa, il suo esercizio non è ordinato all’affermazione di se stesso e alla ricerca del proprio bene prescindendo dal bene dell’altro o a spese del bene dell’altro. La libertà o è una libertà condivisa o è una libertà che si rivolge contro chi la esercita: l’amore è la vera liberazione della libertà. Una libertà solo per se stessi diventa un’orribile prigione.

 

Card. Carlo Caffarra (CAFFARRA.it)

Share |